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La normalizzazione del greenwashing

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Mentre la sostenibilità scompare dall’agenda della moda, le affermazioni ingannevoli riempiono il vuoto


La normalizzazione del greenwashing sta diventando sempre più visibile nel mondo della moda — non come un fallimento del sistema, ma come una sua caratteristica.

Infatti, mentre la sostenibilità sembra scomparire dalle agende della moda, il greenwashing sta diventando accettabile.

Ci siamo imbattuti in un post Instagram di Business of Fashion che ci ha colpito:

“H&M dice che la sostenibilità paga. Riuscirà a far sì che i consumatori se ne preoccupino?”

Il servizio che lo accompagna — un colloquio tra il CEO di H&M Group Daniel Ervér e la Chief Sustainability Officer Leyla Ertur — esplora il motivo per cui il colosso del fast fashion “resta fedele ai suoi piani di sostenibilità di lungo termine” e sta lavorando per “connettersi con i clienti”.

Questa notizia è deprimente. Forse non sorprendente. Ma deprimente.

Il modello di business di H&M è costruito su sovrapproduzione, consegne rapide e sovraconsumo. Non sono condizioni che si possano adattare con piani di sostenibilità. Eppure lì — nelle pagine di una delle pubblicazioni di moda più rispettate del settore — la premessa viene presentata come sincera: un colosso del fast fashion può davvero far sì che la sostenibilità diventi importante per i consumatori?

Poi arriva questa citazione:

“La realtà è che è difficile. Per aiutare i clienti a cambiare il loro comportamento, dobbiamo creare un vero valore per loro. Altrimenti, perché dovrebbero cambiare?”

Soffermiamoci un momento.

Spostare la responsabilità: la normalizzazione del greenwashing


In una singola dichiarazione, H&M si solleva da ogni responsabilità e sposta il peso sui consumatori. Nessuna parola sulle realtà strutturali della sovrapproduzione. Nessuna domanda sul fatto che un modello di business basato sul volume possa mai allinearsi con la sostenibilità. Invece: se i clienti non cambiano, è colpa loro.

È una manovra che abbiamo già visto. Sfruttare persone e pianeta attraverso un sistema progettato per incoraggiare il sovraconsumo, per poi presentare la mancanza di “volontà” del consumatore come l’ostacolo al progresso.

Il che solleva una domanda più scomoda: perché The Business of Fashion — una pubblicazione che si presenta come la voce autorevole del settore — è disposta a partecipare a questo gioco?

Abbiamo i nostri sospetti. Che si tratti o meno di contenuto sponsorizzato, la vera domanda è: cosa dice questo sullo stato dei media di moda, quando il messaggio di sostenibilità di un colosso del fast fashion viene diffuso senza alcun contraddittorio?

In definitiva, la domanda rimane: un marchio di fast fashion può mai essere veramente sostenibile?

Come abbiamo esplorato nel nostro post precedente, la risposta è la stessa. Questo è greenwashing. Non perché H&M manchi di iniziative per la sostenibilità, ma perché la sostenibilità non può essere innestata su un modello di business fondamentalmente in contrasto con essa.

Promuoversi come sostenibili mantenendo quel modello non è progresso — è una manipolazione del discorso ecologico. Con l’approvazione della stampa.

Una riflessione finale


Ed eccoci qui, di fronte alla normalizzazione del greenwashing. La sostenibilità scompare silenziosamente dalla scena. Il greenwashing diventa accettabile. Sicuro. Comodo. Normale. E forse non solo accettabile, ma il linguaggio dominante con cui la moda oggi parla di responsabilità.

P.S.: Abbiamo scritto un eBook per aiutarti a fare chiarezza. Se vuoi capire se un brand è veramente sostenibile o si sta semplicemente vestendo di verde, è qui:

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Galliano da Zara: non è una vittoria — è una sentenza

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Un couturier, un colosso del fast fashion e un archivio che non esiste


Galliano da Zara. La notizia è piombata come un fulmine a ciel sereno nel mondo della moda: John Galliano, uno degli ultimi veri couturier sulla scena, ha firmato un contratto biennale con Zara. Non si limiterà a disegnare una collezione; per usare le parole del brand, “riscriverà” l’archivio dell’azienda.

In apparenza, la stampa di settore ha presentato l’operazione come un momento di “democrazia della moda” — un’occasione entusiasmante per un pubblico di massa di possedere un frammento della visione di un genio. Ma basta scavare sotto la superficie del comunicato stampa per scoprire qualcosa di molto più preoccupante. Questa non è una celebrazione dell’accessibilità; è una delle assurdità più lampanti del sistema moda contemporaneo. Un segnale della sua completa destabilizzazione.

Come abbiamo già esplorato in un precedente articolo, l’idea di lusso democratico è tanto contraddittoria quanto quella di democrazia illiberale: non esiste. È una cosa o l’altra.

Ciò che rende questa partnership davvero affascinante è la sua stridente incongruenza. Stiamo guardando John Galliano — maestro del taglio in sbieco e della costruzione complessa — arrivare sulla soglia di Zara. Mentre altrove nell’industria, stilisti che hanno costruito la propria reputazione sul prêt-à-porter più commerciale ora creano alta moda per maison storiche.

Oggi, l’industria della moda non si cura della maestria; conta solo il marketing.

Galliano da Zara: la “riscrittura” del nulla


Zara e Galliano descrivono questo progetto come “re-authoring” (riscrittura, rielaborazione). La parola è scelta con cura. Suona intima, artistica, ha persino un sapore di sostenibilità. Galliano ha parlato di lavorare fisicamente su capi delle stagioni passate — decostruirli, riconfigurarli, trasformarli. Evoca l’atelier: le forbici che scivolano sul tessuto, un maestro che dona nuova vita a capi dimenticati.

Ma Zara ha davvero un archivio?

Nella moda, il termine archivio è sacro. Implica un corpus di opere originali — capi che hanno definito epoche, abiti con un’anima e una storia, radicati nell’autorialità, nella memoria e nel significato. Suggerisce un punto di vista.

Dobbiamo quindi chiederci: qual è, di preciso, l’archivio di Zara?

È un catalogo di articoli sottilmente (e non troppo sottilmente) copiati dalle passerelle del lusso non appena compaiono? Un deposito di capi effimeri guidati dalle tendenze, progettati al massimo per un ciclo di vita di tre settimane? Oppure è l’aldilà di questi capi — le montagne tossiche di rifiuti tessili che si accumulano ad Accra, i resti sbiancati nel deserto di Atacama?

L’archivio è forse la somma di capi realizzati con poliestere di bassissima qualità, indossati due volte e gettati via senza troppe cerimonie?

Definire questo vortice di produzione un archivio non è solo una forzatura commerciale. È un’erosione del significato di archivio. Un insulto al concetto stesso di storia del design.

L’accumulo che non dovremmo vedere


Quando gli strateghi dietro questa campagna di Inditex l’hanno approvata, pensavano che avremmo ignorato l’elefante nella stanza — o meglio, le montagne di rifiuti tessili?

La dissonanza è sconcertante. Inditex rimane una delle aziende di moda con le emissioni più alte al mondo. Il suo modello di business è costruito sulla sovrapproduzione e l’obsolescenza programmata. E ora cerca di avvolgersi nel linguaggio della sostenibilità e dell’alta moda, invitando una leggenda a “riscrivere” il flusso stesso di rifiuti che ha creato.

Da un punto di vista della sostenibilità, rielaborare gli scarti della moda ha senso solo se la produzione di nuovi capi viene significativamente ridotta. Altrimenti, si tratta semplicemente di greenwashing.

Questo solleva una domanda scomoda, non solo su di loro, ma su di noi, consumatori.

Quando applaudiamo mosse come questa, quando ci precipitiamo a comprare un pezzo di fast fashion “riscritto”, cosa stiamo esattamente celebrando? L’artigianato, o il permesso di dimenticare?

I brand puntano sulla nostra disponibilità a distogliere lo sguardo. Puntano sul fatto che la parola archivio offuscherà la realtà della filiera produttiva, e che il nome di Galliano fungerà da assoluzione culturale.

Ma non è semplicemente un caso in cui possiamo affermare: Questo è greenwashing?

Dal nostro ebook, Questo è greenwashing:

Secondo l’ONG britannica Earthsight (2024), il cotone utilizzato dai giganti internazionali H&M e Zara per produrre i loro capi è cotone sporco. L’ONG accusa i due marchi europei di essere complici in attività di deforestazione illegale su larga scala in Brasile, inclusi accaparramento di terre, violazioni dei diritti umani, corruzione e conflitti violenti legati alla terra.  “L’indagine durata un anno condotta da Earthsight rivela che le aziende e i consumatori in Europa e Nord America stanno alimentando questa distruzione in un nuovo modo. Non con ciò che mangiano, ma con ciò che indossano”.

E anche questo estratto:

Il gruppo della moda Inditex (Zara) ha stretto una partnership con il World Wide Fund for Nature (WWF). Perché una multinazionale del fast fashion collabora con una fondazione impegnata nella protezione degli animali il cui habitat viene distrutto dalle loro produzioni?

A ben guardare, più che di trasformazione si tratta di facciata.

E se allarghiamo ulteriormente lo sguardo, emerge un’altra dimensione inquietante. Nell’ottobre 2022, in vista delle elezioni della Knesset israeliana, Joey Schwebel, titolare del franchising Zara in Israele, ha ospitato un evento a sostegno di Itamar Ben-Gvir. La mossa ha scatenato richieste di boicottaggio, sollevando ulteriori interrogativi sugli intrecci politici che circondano il marchio.

Riflessioni finali


In fondo, la notizia di Galliano da Zara con un contratto biennale non riguarda soltanto John Galliano o Zara. Riguarda un’industria che ha esaurito le idee — e forse, anche la direzione.

Il fatto che uno stilista come Galliano, un vero couturier, sia finito in un brand di fast fashion non è un segno di evoluzione creativa. È un segno che le strutture un tempo in grado di sostenere un tale talento si sono erose. Le maison che dovrebbero corteggiare il suo genio sono troppo avverse al rischio, troppo guidate dai risultati trimestrali, per abbracciare un artista complesso ed esigente.

Chiamiamo dunque le cose con il loro nome.

Non un incontro di menti.
Una fusione di convenienza.

Una parte acquisisce legittimità culturale — un’aureola di artisticità.
L’altra ottiene un assegno.

Eppure a noi rimane una domanda a cui nessun comunicato stampa può rispondere in modo convincente: cosa significa davvero archivo fast fashion?

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Perché guardiamo indietro: idee che durano in un’epoca di contenuti infiniti

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Riflessione editoriale — idee a cui vale la pena tornare mentre tutti inseguono le novità


Un anno passa veloce, ma le idee che durano no. Viviamo tra nuovi titoli, nuove tendenze, nuova urgenze — ma non tutto ciò che vale la pena dire appartiene solo al momento in cui viene scritto.

In realtà, siamo ormai inondati da nuovi contenuti. Eppure contenuti è una parola curiosa. Per lo più è legata a persone che condividono in eccesso cosa comprano, mangiano, dove viaggiano, e così via — e chiamiamoli contenuti… In effetti, contenuto spesso significa: mostra al mondo le tue abitudini di iperconsumo. Punto.

Mentre ci addentriamo nel 2025, ci fermiamo a guardare indietro, verso storie che non sono invecchiate. Non perché fossero “attuali”, ma perché sono senza tempo.
In una società — e un mondo digitale — ossessionati dalla prossima novità, abbiamo sempre valorizzato la profondità sulla velocità, la comprensione sulla reazione, la chiarezza sul rumore.

Quella che segue è una riproposta di idee che continuano a parlare, interrogare e chiarire. Non una retrospettiva, ma una riaffermazione, perché ci sono pensieri che non hanno una data di scadenza.

Idee che durano, a cui tornare


Di seguito una selezione di articoli che continuano a risuonare. Ognuno offre una visione sui meccanismi, le contraddizioni e le possibilità nella moda e oltre.

Liberarsi dalla trappola dei social media
Abbiamo esplorato la possibilità di sfuggire ai feed algoritmici e trovare modi migliori per connettersi.

Liberarsi dalla trappola dei social media: gli algoritmi di Instagram e il futuro di TikTok

Preserving the Brain alla Fondazione Prada
Due articoli che esaminano come i brand esistono all’interno della cultura, attraverso la lente dell’arte, delle neuroscienze e della riserva cognitiva.

Il lessico delle malattie neurodegenerative

Dialogo con l’arte – Esperienza estetica, riserva cognitiva e interazione sociale

• Tenere i brand accountable
Uno sguardo critico sul greenwashing e sul ruolo del critico della sostenibilità.

Essere critici rispetto alla sostenibilità: cosa significa veramente?

Microplastiche e salute umana

Una serie in tre parti tratta da un evento dedicato in collaborazione con l’Università Statale e il Comune di Milano.

1: Comprendere il problema

2: Rischi per la salute e scoperte scientifiche

3: L’impatto nella moda

• Sconti indiscriminati
Un’analisi approfondita di come le vendite promozionali perpetue abbiano compromesso il valore del mercato.

Sconti indiscriminati — Una pratica che è sfuggita di mano

Il mito del lusso a basso costo
Un’esplorazione del perché il “lusso economico” non esista e delle truffe sui social media che lo promuovono.

Il mito del lusso a basso costo e perché non esiste

Le storie dietro le collezioni
Un’analisi della tensione tra idealismo e realtà nelle narrazioni della moda contemporanea. Esplorando l’idea di: un capo, una storia.

Le storie dietro le SS25: tensione tra idealismo e realtà

• La realtà della produzione: sfruttamento del lavoro
Un’indagine sulla filiera produttiva e sul distacco consapevole dei consumatori.

Sweatshop del lusso: la brutta verità dietro l’industria della moda — e perché i consumatori distolgono lo sguardo

Riflessioni finali


Guardare indietro non è nostalgia — è continuità. È il modo in cui identifichiamo idee che durano — le narrazioni che mantengono il loro peso oltre il momento presente.

Nella fretta di produrre, pubblicare e promuovere, possiamo dimenticare che le idee più preziose sono spesso quelle che vanno oltre il tempo: quelle che spiegano, interrogano e chiariscono ancora e ancora.
Questa selezione è un promemoria, ci ricorda che la profondità ha una sua linea temporale. Alcune storie continuano a lavorare molto tempo dopo essere state scritte.

Vi invitiamo a esplorare ulteriormente il nostro archivio — c’è sempre qualcosa in più da scoprire — e a iscrivervi alla nostra newsletter (il modulo è nella sidebar su desktop, in fondo alla pagina su mobile, oppure qui) per ricevere riflessioni che seguono un ritmo diverso.

Una nota per i nostri lettori: da febbraio 2025, tutti i nostri articoli sono disponibili sia in inglese che in italiano. Per cambiare lingua, cliccate sull’icona della bandiera nel menu del sito da desktop, o toccate l’icona del menu (le tre linee a destra) su mobile per accedere al selettore della lingua.

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Riflessione editoriale su ciò che conta ancora: contro la corsa ai nuovi contenuti

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Rileggere e riflettere: perché ci sono storie che meritano ancora la nostra attenzione


Poiché ci avviciniamo alla fine dell’anno, il post di oggi è una riflessione editoriale su ciò che abbiamo scritto finora e sul perché continui a essere rilevante.

In un’epoca dominata dalla creazione di contenuti di massa — rapidi, ripetitivi e vuoti — abbiamo cercato di rimanere attenti a ciò che accade intorno a noi, cercando di dare senso agli eventi, alle notizie e ai cambiamenti piuttosto che reagire semplicemente. Nel tempo, il nostro lavoro si è concentrato sull’osservazione, sul contesto e sulla responsabilità, scegliendo la profondità rispetto all’immediatezza.

Al contempo, abbiamo lavorato costantemente per chiarire cos’è il greenwashing, come riconoscerlo e come differisce dalla vera sostenibilità. Questo impegno ha preso una forma più strutturata nel nostro eBook, Questo è Greenwashing. In realtà, il nostro approccio critico alla sostenibilità è sempre stato parte integrante della nostra lente editoriale più ampia, che influenza il modo in cui leggiamo moda, cultura e sistemi di produzione.

Per questo motivo, molti dei nostri post precedenti restano rilevanti. Non sono stati scritti per il momento, ma per una comprensione profonda. Oggi torniamo su alcuni di essi — testi che continuano a parlare chiaramente, a porre domande necessarie e meritano di essere riletti.

Riflessione editoriale: guardare indietro, leggere avanti


Di seguito, una selezione curata di post che continuano a risuonare. Ognuno offre uno sguardo sui meccanismi, le contraddizioni e le possibilità del panorama contemporaneo della moda.

• Siamo orgogliose di dare voce alla designer Consti Gao, co-fondatrice di JAMPROOF. Questo post è fondamentale per comprendere cosa significa costruire un brand nel contesto contemporaneo.

La settima stagione di Sisifo — fashion brand emergenti nel panorama odierno

• Questo post esplora la logica dietro lo sfruttamento del lavoro e perché segnala qualcosa di più profondo. Un modello che collega l’industria della moda a molti altri settori.

Altri 13 brand sotto inchiesta a Milano per sfruttamento del lavoro

• Una storia di slow fashion dal Giappone, dove la tintura con il fango diventa un linguaggio di tempo, cura e connessione umana con la terra.

Clay dye: la tintura naturale che usa il colore della terra

• Il greenwashing è ciò che, nella maggior parte dei casi, si nasconde dietro il linguaggio della sostenibilità. Questo testo aiuta a costruire gli strumenti per vedere più chiaramente.

Greenwashing: il sistema è progettato per fallire. È ora di vederci chiaro

• Il second-hand è davvero una soluzione efficace, o viene assorbito dalla stessa logica di sovraconsumo che doveva contrastare?

Moda secondhand e iperconsumo: il thrifting è il nuovo fast fashion?

• Qui analizziamo perché — nonostante scuole di moda estremamente costose — ciò che l’industria premia sempre di più non sono le competenze, ma visibilità e hype.

La moda non è più un lavoro per stilisti


Vi invitiamo a leggere — o rileggere — questi testi con calma, senza fretta, concedendovi uno spazio per la riflessione piuttosto che per il consumo, e magari scoprire anche altri post che potreste esservi persi.

Considerazioni finali


Questa riflessione editoriale non è uno sguardo nostalgico al passato, ma un riconoscimento della continuità. Si tratta di comprendere ciò che perdura e ciò che può guidarci in futuro. Alcune domande non scadono, e alcuni testi neppure. In uno spazio digitale guidato da un flusso costante di contenuti, scegliere di rileggere è anche una forma di responsabilità.

Prendetevi il tempo per esplorare il nostro archivio — c’è ancora molto da scoprire — e iscrivetevi alla nostra newsletter per ricevere riflessioni, storie e approfondimenti durante tutto l’anno.

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Pambianco Fashion Summit: trent’anni di moda, dagli stilisti ai grandi gruppi. Quale futuro per il Made in Italy?

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Quando la sostenibilità diventa uno slogan e la crescita rimane l’obiettivo reale


Abbiamo seguito la trentesima edizione del Pambianco Fashion Summit. Ancora una volta, sostenibilità è stata la parola magica che tutti amavano ripetere. Ma subito dopo è arrivata la vera priorità: la crescita. Sempre crescita.

In questo panel, l’ultra-fast fashion cinese fa la parte del cattivo, mentre il fast fashion nord-europeo riceve applausi. Del resto, H&M è sul palco per spiegare la circolarità.

E così la domanda ritorna, più forte dopo ogni panel:
Cosa non hanno capito questi CEO, presidenti, manager, founder e compagnia bella sul significato di sostenibilità?
Perché più la ripetono, più la parola suona come una barzelletta.

I consumatori vogliono autenticità: allora perché la moda continua a fingere?


Erika Andreetta (PwC Italia) mette in luce ciò che sembra già ovvio:

  • Le persone vogliono brand affidabili, trasparenti e coerenti. In una parola, autenticità.
  • Cercano allineamento con i valori culturali.
  • Il second-hand cresce tre volte più velocemente della moda tradizionale.
  • Lo shopping negli outlet cresce cinque volte più velocemente.
  • Il valore conta: prodotti allineati con i valori personali, al prezzo giusto.
  • I brand producono ancora troppo – e non vendono la loro sovrapproduzione.
  • I negozi multi-brand sono diventati i luoghi dove le persone cercano davvero qualcosa di nuovo.

Per quanto riguarda la moda europea, la disillusione è generazionale:

  • I giovani non vedono originalità.
  • I baby boomer hanno altre priorità.
  • La Generazione X trova i prezzi ingiustificati.

La moda ascolta, ma in modo selettivo.

Pambianco Fashion Summit: Sburlati – “un sistema sotto attacco”


Secondo Sburlati (Confindustria Moda), l’ecosistema della moda è sotto pressione su tre fronti:

  1. Dall’Est: esportazioni in calo del 3%, importazioni in aumento del 5%, spinte dalla Cina (+18%). I pacchi postali sotto i 150€ non pagano dazi doganali o IVA – un’evidente distorsione.
  2. Dall’Ovest: dollaro debole, dazi doppi negli USA e una spinta per i brand locali.
  3. Dall’interno: un mercato italiano fragile.

Sburlati è giunto a una conclusione drammatica:

“Siamo sull’orlo del collasso e rischiamo di finire come il settore automobilistico.”

Capasa (CNMI): la narrazione del lusso sta cambiando


Una narrazione negativa circonda il lusso, ed è partita dalla Cina.
Le soluzioni proposte includono:

  • Una legge anti-fast fashion con dazi generalizzati.
  • Un approccio alla francese: tasse sui pacchi e divieto di pubblicità ingannevole.
  • Supporto per le nuove imprese in un momento in cui chiudono più attività di quante ne aprano.

Capasa aggiunge un punto sui giovani consumatori: “I giovani sono tutti ambientalisti. Dobbiamo spiegare loro che il fast fashion non lo è. Dobbiamo spiegare il valore della qualità e della creatività.”

E poi… H&M entra in sala


Qui le contraddizioni diventano lampanti.

L’industria della moda si lamenta – a ragione – dell’ultra-fast fashion cinese. Tuttavia, poi invita H&M, simbolo del fast fashion occidentale, a discutere di circolarità e quindi di “sostenibilità”.

Quindi sì, chiediamo ancora:
Cosa esattamente questi leader non hanno capito della sostenibilità?
Un brand costruito sulla sovrapproduzione può mai essere sostenibile?

Perché ogni volta che il fast fashion viene inquadrato come “sostenibile”, stiamo entrando nel regno del greenwashing.

E-commerce


Un altro punto sollevato: un cambio di strategia digitale è necessario.

  • Oltre il 60% dei brand non è pronto.
  • Eppure oggi, l’80% delle vendite coinvolge un touchpoint digitale.

Abbigliamento e sostenibilità

  • L’idea di capi più durevoli e senza tempo sta guadagnando terreno – capi adatti a più stagioni, insieme a un minore iperconsumo.
  • Il 54% dei prodotti viene venduto in saldo. Il secondo mese di saldi è il più forte – significa che i consumatori aspettano i saldi dei saldi.
  • I Millennial (28-44 anni) spendono di più – circa 36 capi all’anno.
  • L’abbigliamento sta perdendo valore; la cura della persona e la bellezza sono più coinvolgenti.
  • Le donne continuano a consumare molto, ma soprattutto rimangono legate al fast fashion.
  • La Gen Z inizia a pensare alla qualità, a capi di durata maggiore e a prodotti di nicchia.
  • I giovani sono la demografia più sensibile alla sostenibilità – ma i capi non devono costare più delle loro controparti tradizionali.
  • La Gen Z vuole chiarezza: Cos’è un capo sostenibile?
    Una domanda semplice a cui l’industria probabilmente non risponderà mai. Ma noi lo facciamo: troverai la risposta in Questo è greenwashing (trovi le info qui).

Considerazioni finali


In conclusione, il 30° Pambianco Fashion Summit ha analizzato la moda, dagli stilisti ai grandi gruppi, e ha tentato di esplorare quale futuro attende il Made in Italy.

Se la sostenibilità continuerà a coesistere con un’ossessione per la crescita infinita, con la sovrapproduzione, con narrazioni contraddittorie, la parola perderà ogni significato.

Fino a quando il settore non smetterà di applaudire chi grida “circolarità” più forte e inizierà a ridurre – a ridurre veramente – il suo impatto, questi summit rimarranno conversazioni sulla sostenibilità senza una sostenibilità reale.

Pambianco Fashion Summit: trent’anni di moda, dagli stilisti ai grandi gruppi. Quale futuro per il Made in Italy? Leggi tutto »