Scudo legale per il lusso: è questa la soluzione per porre fine allo sfruttamento dei lavoratori da parte dei grandi brand?

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Report Rai3: i laboratori della moda e il legame indissolubile tra lusso e abusi sul lavoro


Proprio mentre l’Italia era nel pieno della Milano Fashion Week Uomo, Report su Rai3 ha mandato in onda un’inchiesta durissima sullo sfruttamento del lavoro dietro i grandi brand che ora chiedono uno scudo legale per il lusso. Il tema di per sé non era nuovo: di recente, diversi media avevano già raccontato dei laboratori nascosti dietro la facciata del Made in Italy. Ciò che Report ha fatto di diverso è stato spingersi più in là, tentando di parlare direttamente con produttori, lavoratori e proprietari dei brand.

Tra le grandi figure interpellate, solo Diego Della Valle – presidente del Gruppo Tod’s (Tod’s, Hogan, Fay e Roger Vivier) – ha accettato di comparire in video. La sua apparizione, tuttavia, ha sollevato più interrogativi di quanti ne abbia sciolti. L’inchiesta ha rivelato che audit erano stati condotti nella filiera, ma Tod’s ne ha ignorato i risultati.

Alcuni commentatori hanno accusato Report di osare criticare un settore che rappresenta una fetta significativa del PIL italiano. Siamo fortemente in disaccordo. Quando un’industria opera, direttamente o indirettamente, in condizioni da sweatshop, esporla non è solo legittimo, è necessario.

Amministrazione giudiziaria e abusi sul lavoro


Diversi brand del lusso sono stati posti sotto amministrazione giudiziaria per non aver vigilato sullo sfruttamento del lavoro nelle proprie catene di fornitura.

Tra questi, Valentino Bags – società controllata da Valentino e responsabile della produzione delle borse del marchio – insieme a Loro Piana, Armani e Dior. In uno dei laboratori cinesi che producevano borse Valentino, i Carabinieri hanno trovato un bambino che giocava tra tessuti e macchinari industriali.

Nel luglio 2025, il tribunale di Milano ha disposto l’amministrazione giudiziaria per Loro Piana, il brand di abbigliamento italiano di fascia alta controllato da LVMH. Gli investigatori hanno scoperto che la produzione era stata affidata ad aziende che avevano subappaltato il lavoro a laboratori cinesi dove i lavoratori erano sfruttati.

Borse in pelle non finite in un laboratorio spoglio, rappresentano la produzione nascosta dietro i marchi del lusso in cerca di uno scudo legale.

Della Valle: “I laboratori cinesi non sono un nostro problema”


A ottobre, la Procura di Milano ha richiesto l’amministrazione giudiziaria preventiva per Tod’s SpA. L’indagine ha portato alla luce gravi violazioni dei diritti dei lavoratori lungo la catena di subfornitura responsabile della produzione delle merci del marchio. I pubblici ministeri hanno dichiarato che l’azienda era a conoscenza di queste pratiche. Ciò di conseguenza ha portato a un’indagine per caporalato.

In seguito a provvedimenti simili contro numerosi marchi della moda, il procuratore di Milano Paolo Storari ha anche chiesto per Tod’s una sospensione della pubblicità di sei mesi. Attraverso un’intervista esclusiva con Diego Della Valle, Report ha ricostruito la filiera del lusso. Come funziona? La produzione viene esternalizzata a ditte italiane prive di stabilimenti produttivi, che poi subappaltano a laboratori cinesi.

Della Valle ha sostenuto che la responsabilità non dovrebbe estendersi oltre il primo livello della filiera. Questa posizione è profondamente problematica. Se un brand affida la produzione a intermediari che a loro volta non producono nulla, cosa ci si aspetta che accada? E perché, in primo luogo, i brand scelgono questo modello?

Nel caso Tod’s, una delle questioni più gravi emerse è stata il mancato intervento su chiari risultati degli audit. I problemi erano stati identificati, ma volutamente ignorati.

Il tentativo di scudo legale per i brand del lusso


In questo contesto, l’articolo 30 del Disegno di Legge sulle Piccole e Medie Imprese – approvato dal Senato e in discussione alla Camera – ha tentato di esentare i grandi marchi della moda dalla responsabilità per i reati commessi lungo le loro catene produttive.

Definito ampiamente come uno scudo legale per il lusso, l’emendamento è stato infine ritirato a seguito delle proteste di sindacati, lavoratori e della Clean Clothes Campaign. Tornerà ora in Senato.

Durante la sua intervista a Report, il Ministro Adolfo Urso ha dichiarato che il caporalato in Italia è stato “portato dai cinesi”. Un’affermazione sconcertante, che sposta la colpa lontano dalle cause strutturali.

Addossare la colpa agli anelli più bassi – e più deboli – della catena ignora convenientemente chi fissa i prezzi, chi progetta le filiere e chi, in ultima analisi, beneficia dei costi di produzione più bassi.

Made in Chitaly: la testimonianza che spiega tutto


Uno dei momenti più potenti di Report è stata la testimonianza di Andrea Parisi, titolare di Spectre Srl, azienda specializzata nella rifinitura dei tacchi per calzature di lusso.

Fino a poco tempo fa, Spectre dava lavoro a 34-35 persone e lavorava per tutti i grandi brand del lusso. Oggi sono rimasti solo tre dipendenti.

Parisi ha spiegato come i brand appaltino il lavoro ad aziende che non possiedono macchinari, le quali a loro volta subappaltano – in nero – a laboratori cinesi in grado di produrre decine di migliaia di pezzi a prezzi economicamente impossibili in condizioni legali.

Un tacco pagato 0,80€ al pezzo (1,60€ a paio), ha spiegato, dovrebbe costare almeno il doppio. Questo meccanismo di prezzi spinge fuori dal mercato i produttori italiani in regola, privandoli di commesse, fatturato e manodopera qualificata.

“La perdita più grave”, ha detto Parisi, “è la nostra forza lavoro”. Fare concorrenza, ha spiegato, è impossibile a meno di non essere disposti a infrangere la legge.

Le parole più toccanti di Andrea Parisi:

“Il settore della moda in Italia non esiste più. Ma noi in questo momento non abbiamo neanche più le armi per lottare, come facciamo ad andare avanti? I nostri lavoratori devono mettersi in condizioni ‘modello Vietnam’? Ma dove siamo arrivati? Dietro al subappalto si nasconde il lavoro nero, si nasconde il precariato, lo sfruttamento. Va abolito, punto, ma va fatto domani mattina. È Made in Italy se si rispetta l’etica dei lavoratori. Oppure scrivete nei prodotti ‘Made in Italy 50%’, almeno raccontate la verità.”

Un sistema strutturale, non un’anomalia


L’idea di servire prodotti di lusso a tutti ha generato questo sistema. Il cosiddetto lusso democratico.

Come ha detto Della Valle: Noi viviamo perché la gente ci riconosce una qualità assoluta. Quanta gente si compra una mia borsa, un paio di scarpe? Molti hanno il denaro per farlo, poi c’è qualcuno che gli piace, non avrebbe il denaro, fa un sacrificio e a questa gente qui non gli puoi dire: “tu che ti fai un mazzo così per poterti comprare ‘sta robetta, questi qui sono dei paraculi”.

Quindi i brand offrono prodotti entry-price mentre, allo stesso tempo, tagliano i costi il più possibile per massimizzare i profitti. Diciamolo chiaramente: l’idea del lusso democratico è contraddittoria quanto la democrazia illiberale: non esiste. O è una cosa o è l’altra.

Come ha detto Luca Bertazzoni di Report:

“Il punto è che quelle ditte cinesi che la presidente Meloni dice di combattere sono ormai parte integrante del sistema e continuano ad essere richieste dai grandi marchi della moda per massimizzare i profitti. È il caso del signor Yang che avevamo incontrato un anno fa dopo che i carabinieri avevano trovato delle borse di Dior dentro il suo opificio di Opera dove venivano sfruttati i lavoratori”.

Gian Gaetano Bellavia – esperto di diritto penale dell’economia, ha spiegato ulteriormente: “L’italiano che prende l’appalto si tiene sempre il suo margine, è il cinese che deve contrarre il margine. Allora il cinese magari va dal pakistano, no? Che è più disgraziato del cinese.”

Questo sistema non si limita a borse o calzature, né è un’eccezione. Inoltre, non è solo una questione italiana – Dior è forse un marchio italiano? E non è LVMH propietaria di Loro Piana? Il problema è strutturale e globale. Per essere chiari, esiste anche al di fuori della moda. In ogni caso, questa estensione non è un fattore attenuante, ma aggravante.

Come ha notato Bellavia, è una “guerra tra poveri per servire i ricchi”. Chi sta in alto rimane in silenzio, protetto dalla distanza, dalla complessità e dall’ambiguità legale.

Riflessioni finali


In conclusione, questo sistema operativo non è nuovo. Come giovani donne che lavoravano nella moda alla fine degli anni ’90, ne abbiamo visto il consolidamento graduale. Per oltre vent’anni ha prevalso l’opacità. Se l’abbiamo visto noi, come è possibile che mai nessuno si è interrogato su cosa stesse accadendo?

Oggi, invece di smantellare il sistema, il governo italiano propone uno scudo legale per il lusso.

Ma quando i prodotti di lusso sono realizzati attraverso lo sfruttamento, chi è responsabile? L’ultimo anello della catena? Davvero? Oppure chi decide di massimizzare i profitti comprimendo i costi di produzione dall’alto verso il basso?

Se la manifattura italiana è stata decimata, la responsabilità è sia delle scelte politiche che delle strategie dei brand. Addossare la colpa dello sfruttamento del lavoro ai soli anelli più deboli della catena non è solo disonesto, è vergognoso.

Uno scudo legale non è la soluzione. Queste aziende hanno denaro, potere e struttura. Devono essere responsabili delle condizioni dei lavoratori e della realtà dietro i loro prodotti. Scegliere di ignorare significa rinunciare alla responsabilità.

Luca Bertazzoni ha indicato una direzione definitiva:

“Se l’alta moda rinunciasse alla catena di subappalti che le consente di fare profitti producendo a prezzi stracciati, potrebbero tornare a lavorare gli artigiani italiani nel rispetto dei diritti degli operai.”

Quindi, dimenticatevi lo scudo legale per il lusso. La vera soluzione è chiara: smantellare le catene di subappalto che permettono ai brand del lusso di trarre profitto dal lavoro a bassissimo costo. Solo allora gli artigiani italiani potranno tornare a lavorare in condizioni che rispettino la dignità e i diritti.

Etica. Equità. Pari opportunità.

E che i brand siano finalmente chiamati a rispondere.

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