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Soluzioni alle micro e nanoplastiche: cosa possiamo fare davvero?

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Seconda parte — Appunti dalla giornata scientifico-divulgativa promossa dal Comitato Microplastiche e Salute Umana con il Comune di Milano


Dopo il post di lunedì su ricerca e scenari, passiamo a una domanda più urgente: esistono soluzioni realistiche alle micro e nanoplastiche?

Questa è la seconda parte della seconda conferenza annuale di divulgazione scientifica su micro e nanoplastiche, organizzata dal Comitato Microplastiche e Salute Umana in collaborazione con il Comune di Milano. (Puoi leggere la 1° parte qui).

Esploriamo idee e soluzioni a confronto alle micro e nanoplastiche.

Immagine del Comune di Milano e di Acquario per la giornata scientifico-divulgativa: Micro e nanoplastiche: stato della ricerca e scenari, promossa dal Comitato Microplastiche sulla Salute Umana con il Comune di Milano.

Il recupero di micro e nanoplastiche nella produzione di biometano


Alessandro Daneu, Ingegnere Ambientale

Si è concentrato sul trattamento delle acque reflue organiche tramite digestione anaerobica per la produzione di biogas e biometano. Un ottimo esempio di economia circolare che, con opportune modifiche, può ridurre la dispersione di micro e nanoplastiche, usando queste ultime per aumentare la produzione di biometano. Soluzioni in fase di test e brevetto, anche grazie alla collaborazione con la Tongji University di Shanghai.

Il problema di partenza è semplice:
Siamo immersi nella plastica. Alla fine, da qualche parte deve andare.

Oggi recuperiamo la plastica grande e visibile nei centri di raccolta. In alcuni paesi europei, ogni numero di plastica ha il suo contenitore. Quando la plastica è mista, esistono sistemi di separazione – ma il recupero è molto difficile. L’unica plastica facilmente recuperabile è il PET (bottiglie).

L’Italia è all’avanguardia nel recupero del PET: oltre il 50%, più di quanto richiesto dall’Europa.

Le plastiche non recuperate finiscono nei termovalorizzatori. Essendo un derivato del petrolio, la combustione è l’uso più appropriato.

Il vero problema sono micro e nanoplastiche – di cui sappiamo poco.
Le plastiche presenti nei rifiuti organici entrano più facilmente nel ciclo dell’acqua. La sfida è separare la plastica senza triturarla, come si faceva un tempo.

Il biometano come opportunità per l’Europa:

Rappresenta la valorizzazione dei rifiuti. Molecole che, se recuperate, non entrano nell’ambiente. L’azoto contenuto nelle proteine organiche si trasforma in ammoniaca (che può creare problemi ambientali) – ma anche il recupero dell’ammoniaca è possibile.

Dal punto di vista energetico, il biometano sostituisce il metano naturale: riduce la dipendenza esterna, crea un prodotto nazionale, fornisce combustibile pulito recuperato dal riciclo. Oggi molti camion merci sono a metano, e una grande parte va a biometano.

Si recupera e vende energia. Si possono produrre fertilizzanti. L’ammoniaca può essere recuperata come bioammoniaca. Sottoprodotti riutilizzabili.

Rifiuti organici urbani. La separazione iniziale è importante perché nel rifiuto organico finisce di tutto. Il processo di riciclo non consuma acqua esterna.

Sfatiamo alcuni miti:

  • Separare le macroplastiche non elimina micro e nanoplastiche – finiscono comunque nelle acque.
  • L’unico modo per intercettarle è in depuratori, acque reflue e processi di trattamento dell’acqua.
  • La plastica biodegradabile o compostabile non risolve il problema – micro e nanoplastiche si formano comunque.
  • Il depuratore a valle non risolve il problema da solo, senza adeguate politiche di trattamento.
  • La digestione anaerobica non risolve l’intero problema – anzi, potrebbe crearne uno a causa dell’ammoniaca.

Soluzioni alle micro e nanoplastiche: quali alternative?

PHA e microplastiche: soluzioni sostenibili per agricoltura e design


Eligio Martini, Ingegnere Chimico e Presidente Gruppo Maip

L’accumulo di microplastiche nei suoli agricoli è un problema emergente che minaccia fertilità, salute delle colture e sicurezza alimentare. Le plastiche convenzionali in agricoltura – pacciamature, film per serre, materiali per irrigazione – si frammentano e persistono a lungo nell’ambiente.

Ma ecco i PHA (poliidrossialcanoati): bioplastiche di origine microbica, completamente biodegradabili nel suolo. Un’alternativa promettente.

La confusione attorno alle “bioplastiche”
Il termine non è accurato. “Bioplastica” significa tutto:

  • Alcune sono di origine naturale (non da petrolio).
  • Alcune sono biodegradabili in condizioni specifiche.
  • Ma non tutte le bioplastiche sono biodegradabili.
  • Alcune bioplastiche derivano dal petrolio e sono biodegradabili.

Le vere bioplastiche sono sia di origine naturale che biodegradabili.

Cos’è il PHA?

Un polimero naturale. Esiste in natura. Biodegradabile.
Si forma attraverso la fermentazione – un processo naturale. Trasformazione di un polimero in biomassa, acqua e anidride carbonica.

Il PHA è una famiglia di polimeri. Si usano fermentatori per produrlo, ma il processo è naturale.
Il poliestere è una grande famiglia di materiali più o meno dannosi. Il poliestere è la caratteristica chimica del materiale – ma esistono diversi tipi di poliestere, tra cui il PHA.

Perché il PHA è importante:
A differenza del PLA (che non è biodegradabile ovunque e dura come la plastica tradizionale), il PHA è biodegradabile in tutte le condizioni – controllate o no dall’uomo.

Materiali veramente biodegradabili:

  • Cellulosa pura (carta, non legno)
  • Amido di riso
  • PHA

Il PHA è l’unico materiale naturale che può essere lavorato come la plastica ma non è plastica. Non rilascia microplastiche. Nulla di tossico per l’ambiente.

Un dato impressionante:
Tutte le isole di plastica che vediamo nei mari? Solo il 2% della plastica presente in acqua. Il PHA aiuterebbe a risolvere.

Le applicazioni sono vaste: penne, cosmetici, imballaggi, bonifica dei mari, agricoltura – dove la plastica viene abbandonata e mai raccolta.

Perché allora non usiamo il PHA ovunque?
Viene chiamato “il gigante dormiente” – poco conosciuto, forse per sottolinearne il potenziale ma l’uso è limitato. Costa più della plastica, quindi viene usato per prodotti di alto valore.

La sfida: far passare il concetto che, anche se costa di più, gli effetti positivi a lungo termine valgono l’investimento.

Nota: Il MAIP Group (europeo) è uno dei pochi produttori di PHA.

La lampada senza microplastiche e la moda da agricoltura biologica e foreste certificate


Natasha Calandrino Van Kleef e Carlo Covini – Esperti di design sostenibile, NKV e Lenzing

Natasha ha presentato il prototipo di una lampada – la “Sibilla” – realizzata interamente con un processo che non produce microplastiche nell’intero ciclo del prodotto.

Insieme a Carlo Covini (manager Lenzing) ha illustrato un esempio virtuoso di abbigliamento completamente naturale, con tutti i componenti certificabili: “Abbigliamento da Agricoltura Biologica e Foreste Certificate”.

Distinzione chiave: biodegradabile vs compostabile

  • Biodegradabile: processo naturale (tramite luce, acqua, aria)
  • Compostabile: processo industriale

Questa distinzione è alla base del nuovo progetto NKV Fashion & Lenzing – frutto di anni di ricerca sull’inquinamento da microplastiche nella moda.

Cosa hanno presentato:
Capì in canapa 100% o cotone biologico 100%, entrambi certificati GOTS (Global Organic Textile Standard).
Cuciti con filo innovativo TENCEL™ Lyocell da foreste certificate.

Il quadro più ampio:
Le fibre cellulosiche rappresentano solo il 6% del mercato.
Nel frattempo, la produzione di fibre sintetiche è in aumento.

Biochar e soluzioni innovative


Dalia Benefatto – Esperta di economia sostenibile

Ha spiegato la natura del biochar: un carbone vegetale ottenuto dalla pirolisi di scarti agricoli e residui organici.

Perché il biochar è promettente:
Il processo produttivo ha caratteristiche ambientali molto interessanti – coproduce energia rinnovabile ed è carbon-negative.

Ma soprattutto, il biochar è uno strumento eccellente per rimuovere micro e nanoplastiche dall’ambiente.

Traguardi raggiunti e potenziale futuro
Tra i vantaggi del biochar: il suo uso come pigmento carbon-negative per la tintura – un’alternativa ecologica e funzionale.

L’analisi affronta sfide urgenti, esplorandone l’efficacia potenziale nella mitigazione dei PFAS. Viene proposto uno studio sperimentale su tessuti misti cotone-poliestere, con l’obiettivo di trasformarli in nuovi sottoprodotti eliminando il rilascio di microplastiche.

Concetto chiave: economia del ritorno

  • Rifiuto come risorsa
  • Valorizzazione dei rifiuti

E inoltre: il biochar rimuove CO₂ dall’atmosfera.

Innovazione e processo negli ospedali


Elena Bottinelli – Direttrice, Villa Erbosa – Gruppo San Donato

Ha sottolineato che chi lavora nella sanità non può ignorare l’approccio One Health – l’interconnessione tra salute umana, animale e ambientale.

Domanda chiave:
Come stanno implementando gli ospedali iniziative per ridurre il loro impatto ambientale?

La misura del problema:
Il 25% dei rifiuti ospedalieri è plastica.

La sfida:
Ridurre il consumo di plastica mantenendo economicità e sterilità – garantite dall’uso di prodotti monouso.

Quale la proposta:
Innovazioni di processo che combinano riduzione della plastica ed efficienza organizzativa, con impatti positivi sulla sostenibilità complessiva. Evidenze dalle migliori pratiche.

Soluzioni alle micro e nanoplastiche — Riflessioni finali


Sì, le soluzioni alle micro e nanoplastiche esistono.

La domanda è se siamo disposti – cittadini, istituzioni, industrie – ad adottarle prima che il sistema raggiunga i suoi limiti.

Il tempo non è dalla nostra parte.

Dal recupero del biometano al PHA, dal biochar ai processi circolari, le idee ci sono. Ma rimangono frammentate – spesso costose, spesso limitate nella scalabilità, spesso portate avanti dagli stessi attori.

Ed è qui che ritorna quel senso di disagio familiare.

Quando sentiamo parlare di certificazioni, “foreste certificate”, materiali biodegradabili, qualcosa non ci convince del tutto. Non perché queste soluzioni siano false. Ma perché abbiamo imparato quanto facilmente possano essere assorbite in narrazioni che promettono cambiamento senza trasformare il sistema.

Il greenwashing non è stato nominato neanche qui.
Ma di nuovo, aleggiava.

In settori come la moda, il divario è ancora evidente. Al di là di progetti pilota ed esempi virtuosi, i problemi strutturali rimangono: sovrapproduzione, sprechi, un sistema che continua a generare il problema più velocemente di quanto possa risolverlo.

Quindi la domanda non è più se le soluzioni esistano.
È se siamo pronti a riconoscere la differenza tra soluzioni e storie – e chi ci guadagna quando le confondiamo.

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Micro e nanoplastiche: stato della ricerca e scenari

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Giornata scientifico divulgativa promossa dal Comitato Microplastiche sulla Salute Umana con il Comune di Milano


Questa è la seconda conferenza scientifico divulgativa annuale sulle micro e nanoplastiche, organizzata dal Comitato Microplastiche sulla Salute Umana in collaborazione con il Comune di Milano.

La conferenza dello scorso anno ha aperto la discussione. L’ abbiamo raccontata in una serie di tre parti: Parte 1, Parte 2 e Parte 3.

Perché questo evento? Perché la conoscenza scientifica è spesso comunicata male. La disinformazione è molto diffusa.

Il tema tocca diversi ambiti:
• effetti sulla salute umana
• il mondo biologico
• il mondo industriale
• smaltimento e riutilizzo della plastica
• il mondo della moda

L’obiettivo è semplice ma essenziale: condividere informazioni accurate con il pubblico e con le istituzioni.
Puoi guardare l’evento qui.

Immagine del Comune di Milano e di Acquario per la giornata scientifico-divulgativa: Micro e nanoplastiche: stato della ricerca e scenari, promossa dal Comitato Microplastiche sulla Salute Umana con il Comune di Milano.

Il peso delle cose: breve storia della massa antropogenica


Telmo Pievani – Professore di Filosofia delle Scienze Biologiche, Università di Padova.

Apre il panel.

Cos’è la plastica?
Inizia con una citazione:

“Il materiale che la natura si è dimenticata di inventare.”

Da un lato, è un segno dell’ingegno umano – la creazione di un materiale democratico. Dall’altro, ha anche un lato oscuro: se la natura non l’ha inventata, significa che non esistono batteri in grado di distruggerla.

Da quanto tempo inventiamo materiali che la natura ha dimenticato?
Siamo diventati fisiologicamente dipendenti dalla tecnologia. Basti pensare a qualcosa di basilare come la cottura del cibo.
Abbiamo cambiato il mondo attraverso la tecnologia e ne siamo diventati dipendenti.
Ora dobbiamo imparare a interagire con la natura in modo virtuoso.

Il problema è il tempo. Consideriamo l’impatto umano sull’ambiente: dagli anni ’50 in poi c’è stata una grande accelerazione. Nelle ultime tre generazioni, l’impatto umano sul pianeta è andato fuori controllo.

Il peso degli artefatti umani utilizzati nelle nostre vite ha superato il peso combinato di tutte le piante, gli organismi e i microrganismi sulla Terra.
(Ron Milo, studio pubblicato su Nature, dicembre 2020).

Se continuiamo così, entro il 2050 ci sarà più plastica che pesci nel mare.

Dobbiamo imparare a fare pace con la natura.
Soluzioni basate sulla natura – come esplorato da Frances Arnold. Ha trovato enzimi in grado di ridurre gli inquinanti.

Così, torniamo al punto di partenza: anche questo non è stato inventato dalla natura, ma è una soluzione. Arnold ha sfruttato l’evoluzione per produrre un enzima che la natura non aveva inventato. I ricercatori stanno ora cercando batteri in grado di degradare la plastica.

Attrattività della plastica e le sue implicazioni ambientali, con particolare riferimento alle acque


Nicoletta Ancona – Curatrice dell’Acquario e della Stazione Idrologica Civica di Milano

Plastiche – cosa sono?
Polimeri – catene molto lunghe. Molte sostanze diverse che raggruppiamo sotto un unico nome.

Hanno risposto ai bisogni umani in ogni circostanza, essendo materiali molto economici. Il problema principale è la plastica monouso – si degrada molto lentamente. Pertanto, il suo uso deve essere fortemente limitato.

La produzione di plastica è in rapido aumento. Ma dove finisce tutta questa plastica?
Solo una piccolissima parte viene recuperata. Il resto si disperde ovunque, attraverso il ciclo dell’acqua. Concentrazioni di plastica si trovano in qualunque ambiente.
Le microplastiche sono le più dannose. Micro e nanoplastiche sono molto meno visibili ma costituiscono una parte significativa della nostra dieta. Si inizia con i filtratori – ostriche, molluschi, balene – così entrano nella catena alimentare.
Ci sono anche sostanze che si legano alla plastica e amplificano i suoi effetti nocivi.

Quindi, c’è una questione etica e sanitaria. È importante informare, sensibilizzare ed educare. Partiamo dal basso – dalla nostra vita quotidiana – per limitare le plastiche.

Una nota sorprendente:
È triste sentire che in una struttura come l’Acquario usano ancora bicchieri di plastica monouso per il caffè. A causa di accordi esistenti, bla bla bla… Quando diciamo che il sistema è progettato per fallire, abbiamo davvero torto?

Le insidie nascoste delle plastiche sulla salute umana


Prof. Claudio Fenizia – Professore di Immunologia, Università di Milano

Minacce della plastica per la salute umana. Evidenziare le criticità.

Come la plastica entra nel corpo:
La plastica entra attraverso inalazione, cibo, contenitori per cibo e bevande, contenitori per la conservazione degli alimenti e applicazione transdermica.
La plastica è stata trovata nel sangue, nei testicoli, nella placenta e nel liquido amniotico.
Qual è l’effetto?
• Nelle placche aterosclerotiche, una maggiore concentrazione di plastica corrisponde a una maggiore infiammazione.
• La plastica è stata trovata nel tessuto tumorale.
• Una maggiore quantità di plastica nel cervello corrisponde a una maggiore percentuale di individui con disturbi come la demenza senile.

Ma – e questo è il punto chiave –
finché non viene identificato il meccanismo causale, non si può dimostrare l’effetto.
O meglio: bisogna definire se la plastica è la causa o l’effetto dell’infiammazione o della malattia.

Ambiente, acqua e salute


Prof. Caterina La Porta – Professoressa di Patologia, Università di Milano

L’ambiente in cui viviamo determina la nostra salute. Emerge una visione unica della salute – One health.

L’acqua è uno dei vettori di esposizione più importanti. Beviamo. Ci laviamo. Laviamo i vestiti. Tutto ciò che è nell’ambiente ci raggiunge.

Metalli pesanti, pesticidi e composti organici si accumulano nell’ambiente.
Questo non è solo un problema ambientale – sta diventando un problema sanitario.

Per quanto riguarda l’impatto delle micro e nanoplastiche, dobbiamo determinare se esiste correlazione o causalità. Se esiste un singolo effetto o un bioaccumulo.

Il microbiota – la complessa rete di batteri, funghi e virus presenti nel nostro intestino – è fondamentale.
Sono in corso studi per capire cosa succede con le microplastiche, che funzionano come una concentrazione di sostanze tossiche.

Il cambiamento climatico moltiplica il rischio. Ad esempio, la siccità aumenta la concentrazione.

Educare significa chiarire che esiste un problema. E fare insieme la scelta giusta.

Che tipo di futuro vogliamo?

PFAS e le plastiche sono davvero inquinanti eterni?


Prof. Edoardo Puglisi – Professore di Microbiologia Agraria, Università Cattolica del Sacro Cuore, Cremona

La domanda – che può sembrare filosofica, ma è scientifica – riguarda la possibilità di risolvere i problemi posti da questi inquinanti.

Prima, una distinzione: inquinante vs. contaminante.
Quando parliamo di inquinamento, usiamo le parole inquinante e contaminante come sinonimi. Tecnicamente, sono due cose diverse.

• Contaminante: una sostanza naturale o artificiale che raggiunge una certa soglia.
• Inquinante: quando quella sostanza raggiunge livelli sufficientemente alti da causare effetti avversi.

Un altro tema correlato è sostanze naturali vs. sintetiche.
C’è la tendenza a pensare che le sostanze naturali siano meno tossiche, ma non è sempre vero.
Dobbiamo avere un approccio scientifico che ci permetta di capire come e in che misura le sostanze possano essere pericolose.

Alcune sostanze naturali sono molto più tossiche di quelle chimiche.
In scienza, è meglio non avere più parole che significano la stessa cosa.

Un’altra distinzione chiave: pericolo vs. rischio

• Pericolo: una sostanza tossica che può essere pericolosa per l’uomo e l’ambiente.
• Rischio: dipende dall’esposizione. Il rischio combina pericolo ed esposizione. Quanto siamo esposti a queste sostanze. La valutazione del rischio implica affrontare questi due elementi.

Una tigre può essere pericolosa, ma il rischio dipende dall’esposizione.
Lo stesso vale per gli inquinanti.

Come microbiologo, la risposta che cerca di dare sul fatto che i PFAS siano veramente contaminanti parte dall’osservazione dei microrganismi. Questi sono gli organismi più antichi presenti sulla Terra. Sono una costante con un’enorme capacità di adattamento, anche a nuovi invasori.

I nuovi elementi sono chiamati xenobiotici – sostanze che non sono mai esistite sulla Terra. Come i PFAS, come le plastiche.
Gli organismi non le conoscevano, ma hanno imparato a interagire con esse.

I microrganismi sono, quindi, alleati nella bonifica (remedtiation). Se abbiamo a che fare con un inquinante organico, i microrganismi possono imparare a degradarlo e consumarlo.
C’è una coevoluzione tra microrganismi e xenobiotici presenti nell’ambiente. Si stanno sviluppando nuove vie metaboliche che possono portare alla degradazione.

Cosa sono i PFAS?

I PFAS sono una famiglia altamente eterogenea di molecole chimiche contenenti un legame covalente tra carbonio e fluoro. Sono chiamati “inquinanti eterni” perché sono difficili da degradare.

PFAS e microplastiche si muovono nell’ambiente ed entrano nell’uomo. Le plastiche tendono a diventare micro e nanoplastiche. Più sono piccole, più tendono ad accumularsi.

Plastifera, le comunità di batteri e funghi microscopici che hanno imparato a colonizzare le plastiche. La degradazione delle plastiche è ancora molto limitata. Ma i funghi stanno iniziando a degradare la plastica.

La bonifica è possibile
I PFAS possono essere bonificati. I costi sono alti, ma i costi associati all’inquinamento sono ancora più alti.
Esistono enzimi che hanno imparato a colonizzare i PFAS.

Caso studio: Veneto
In Veneto c’è stato un accumulo significativo di PFAS nell’acqua e nell’ambiente. È in corso uno studio per identificare geni di degradazione.

La sua conclusione:
È fiducioso che si possano trovare soluzioni per degradare i PFAS.

Micro e nanoplastiche – note di chiusura


Se entro il 2050 avremo più plastica che pesci nel mare, questi batteri farebbero meglio a sbrigarsi.

Dal “materiale che la natura si è dimenticata di inventare” di Pievani ai microbi di Puglisi che imparano lentamente a mangiarla, una cosa è chiara: la natura sta cercando di recuperare. Ma il tempo non è dalla nostra parte.

Abbiamo lasciato il panel con più domande che risposte –
Non solo su causalità e bioaccumulo, ma su chi fidarsi. Il greenwashing non è stato menzionato per nome, ma era nell’aria come i bicchieri di plastica dell’Acquario.

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In arrivo mercoledì:
Micro e nanoplastiche: cosa possiamo fare davvero? Dalle scelte quotidiane all’azione istituzionale.

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Orrore e bellezza

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Sulla dignità, il vestire e ciò che ci dobbiamo gli uni agli altri


Orrore e bellezza.

Ogni volta che ci sediamo per parlare di abiti, guardiamo le notizie — persone bombardate, sfollate, che perdono la vita — e pensiamo: ha davvero senso tutto questo?

È da qui che partiamo. Da quella sensazione di futilità, di impotenza — chiedendoci come possa la moda avere rilevanza di fronte alla sofferenza umana.

Non ci fidiamo delle risposte facili. Il mondo è troppo frammentato, troppo doloroso, per permetterci certezze.

È irresponsabile parlare di moda in questo momento?

Gli abiti documentano la condizione umana.


Ciò che le persone indossano quando tutto crolla è una storia. Una storia che parla di dignità, resistenza e sopravvivenza. Riconosciamo certamente di parlare da una posizione di privilegio. Noi possiamo scegliere cosa indossare. Per molti, quella scelta non esiste più.

Nel corso della storia, l’abbigliamento non è mai stato solo una questione di scelta. È stato una forma di resistenza, un modo per preservare la propria identità, una protesta silenziosa. Nei momenti di sradicamento, un indumento può diventare l’ultimo pezzo di casa che una persona porta con sé.

Pensate agli abiti degli sfollati. Cosa indossa un rifugiato? I vestiti diventano strumenti: strati extra contro il freddo, tasche nascoste per i soldi, protezione dal sole o dalla sabbia. Ciò che resta sul corpo è ridotto all’essenziale. Eppure, anche in quello, ci sono gesti di autodeterminazione.

Una donna a Gaza evacua indossando i sandali presi in prestito dalla vicina, i suoi sono stati distrutti nel caos. Non li ha scelti; erano semplicemente ciò che c’era. Settimane dopo, in una tenda, lava a mano il suo unico vestito rimasto e lo stende ad asciugare su un filo. Questo gesto non parla di moda. Parla di dignità. Prendendosi cura di quel vestito, afferma: sono ancora qui.

Ci vestiamo ancora. Nelle città sotto assedio o dopo disastri naturali, le persone lavano una camicia, rammendano una cucitura, riparano una scarpa. Non per vanità, ma per aggrapparsi a qualcosa di umano.

Se l’abbigliamento può essere uno strumento di dignità, può anche far parte di sistemi che la sottraggono. Non solo nelle zone di guerra, ma nella violenza quotidiana con cui la moda viene prodotta. Il modo in cui produciamo e consumiamo moda non è neutrale. È legato al lavoro, alle risorse, alle vite. Scegliere diversamente, quando possiamo, è un piccolo modo per rifiutare quell’indifferenza.

Quindi, è irresponsabile parlare di moda in questo momento?


Potrebbe esserlo. Non ne siamo sicuri. E forse quell’incertezza è l’unico punto onesto da cui partire.
Quello che ora sappiamo è che diventa significativo se lo usiamo come una porta per parlare di crimini contro l’umanità e contro il pianeta — incluso chi sta bombardando e cosa possiamo fare. E questo comprende nominare direttamente il potere.

Abbiamo aperto quella porta.

Scrivere, o fare il nostro lavoro nella moda, non significa voltare le spalle alla sofferenza. Significa restare nel disagio. E riconoscere che anche nei momenti più bui, le persone si aggrappano a piccole, fragili espressioni di sé.

Senza eccessi, teniamo spazio per l’orrore e per la bellezza. Non perché abbiamo una risposta, ma perché lasciar andare l’uno o l’altra significherebbe perdere ciò che ci rende ciò che siamo. Ben consapevoli che per molti, quell’orrore non si ferma. Perciò usiamo la nostra piattaforma per amplificare queste voci, per parlare contro il governo di Netanyahu e il regime di Trump che stanno devastando l’umanità.

Come ha scritto lo storico Timothy Snyder sul suo Substack, Thinking About:

“Se non diciamo noi stessi qualcosa su questo orrore, permettiamo di essere cambiati.”

Non parliamo per la donna di Gaza. Non possiamo sapere cosa significhi per lei il suo vestito. Quello che possiamo fare è ascoltare. E, dove possibile, agire. E dire chiaramente da che parte stiamo, perché non vogliamo normalizzare tutto questo.

Orrore e bellezza. Li teniamo entrambi.

Tu cosa farai con ciò che hai appena letto?

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La normalizzazione del greenwashing

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Mentre la sostenibilità scompare dall’agenda della moda, le affermazioni ingannevoli riempiono il vuoto


La normalizzazione del greenwashing sta diventando sempre più visibile nel mondo della moda — non come un fallimento del sistema, ma come una sua caratteristica.

Infatti, mentre la sostenibilità sembra scomparire dalle agende della moda, il greenwashing sta diventando accettabile.

Ci siamo imbattuti in un post Instagram di Business of Fashion che ci ha colpito:

“H&M dice che la sostenibilità paga. Riuscirà a far sì che i consumatori se ne preoccupino?”

Il servizio che lo accompagna — un colloquio tra il CEO di H&M Group Daniel Ervér e la Chief Sustainability Officer Leyla Ertur — esplora il motivo per cui il colosso del fast fashion “resta fedele ai suoi piani di sostenibilità di lungo termine” e sta lavorando per “connettersi con i clienti”.

Questa notizia è deprimente. Forse non sorprendente. Ma deprimente.

Il modello di business di H&M è costruito su sovrapproduzione, consegne rapide e sovraconsumo. Non sono condizioni che si possano adattare con piani di sostenibilità. Eppure lì — nelle pagine di una delle pubblicazioni di moda più rispettate del settore — la premessa viene presentata come sincera: un colosso del fast fashion può davvero far sì che la sostenibilità diventi importante per i consumatori?

Poi arriva questa citazione:

“La realtà è che è difficile. Per aiutare i clienti a cambiare il loro comportamento, dobbiamo creare un vero valore per loro. Altrimenti, perché dovrebbero cambiare?”

Soffermiamoci un momento.

Spostare la responsabilità: la normalizzazione del greenwashing


In una singola dichiarazione, H&M si solleva da ogni responsabilità e sposta il peso sui consumatori. Nessuna parola sulle realtà strutturali della sovrapproduzione. Nessuna domanda sul fatto che un modello di business basato sul volume possa mai allinearsi con la sostenibilità. Invece: se i clienti non cambiano, è colpa loro.

È una manovra che abbiamo già visto. Sfruttare persone e pianeta attraverso un sistema progettato per incoraggiare il sovraconsumo, per poi presentare la mancanza di “volontà” del consumatore come l’ostacolo al progresso.

Il che solleva una domanda più scomoda: perché The Business of Fashion — una pubblicazione che si presenta come la voce autorevole del settore — è disposta a partecipare a questo gioco?

Abbiamo i nostri sospetti. Che si tratti o meno di contenuto sponsorizzato, la vera domanda è: cosa dice questo sullo stato dei media di moda, quando il messaggio di sostenibilità di un colosso del fast fashion viene diffuso senza alcun contraddittorio?

In definitiva, la domanda rimane: un marchio di fast fashion può mai essere veramente sostenibile?

Come abbiamo esplorato nel nostro post precedente, la risposta è la stessa. Questo è greenwashing. Non perché H&M manchi di iniziative per la sostenibilità, ma perché la sostenibilità non può essere innestata su un modello di business fondamentalmente in contrasto con essa.

Promuoversi come sostenibili mantenendo quel modello non è progresso — è una manipolazione del discorso ecologico. Con l’approvazione della stampa.

Una riflessione finale


Ed eccoci qui, di fronte alla normalizzazione del greenwashing. La sostenibilità scompare silenziosamente dalla scena. Il greenwashing diventa accettabile. Sicuro. Comodo. Normale. E forse non solo accettabile, ma il linguaggio dominante con cui la moda oggi parla di responsabilità.

P.S.: Abbiamo scritto un eBook per aiutarti a fare chiarezza. Se vuoi capire se un brand è veramente sostenibile o si sta semplicemente vestendo di verde, è qui:

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Identità in prima fila: quando le celebrità diventano il prodotto

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Da dove viene il valore di un brand: dal designer, dagli abiti o dalle celebrità?


La prima fila un tempo era il luogo in cui si osservava la moda. Oggi, è la moda stessa.

Quando una celebrità genera più titoli della collezione davanti a cui è seduta, la domanda diventa inevitabile: chi vende davvero — e chi è venduto?

Ancora prima che le sfilate inizino, le telecamere, più che inquadrare gli abiti, si concentrano sui volti. La nuova collezione in procinto di essere presentata diventa quasi uno sfondo. Le identità in prima fila occupano il centro della scena.

Chiaramente, tutto ciò è intenzionale. Tuttavia, la moda assomiglia sempre più a un circo, dove tutto ruota attorno al marketing e alla pubblicità. E il rischio di sovraesposizione è reale.

Negli ultimi tempi, sulla scia del “pandoro gate” di Ferragni, era emersa una tendenza al de-influencing — anche se si è rapidamente spostata dagli influencer alle celebrità.

Eppure, cresce una certa stanchezza nei confronti del celebrity marketing.

L’economia dell’attenzione


La prima fila non è più questione di prossimità al design, ma di prossimità alla visibilità.

I social media hanno ridefinito le priorità della moda. Una singola storia su Instagram può generare più copertura di un’intera sfilata. Di conseguenza, i brand curano ora la loro prima fila con la stessa attenzione con cui disegnano le collezioni o scelgono i volti delle campagne.

La visibilità è diventata il valore.

Il celebrity marketing è sempre più considerato uno dei principali fattori della luxury fatigue. E, più in generale, della stanchezza dei consumatori verso la pubblicità. L’incessante valanga di endorsement da parte di celebrità, unita all’aumento dei prezzi e, talvolta, al calo della qualità, ha portato molti consumatori a sentirsi alienati e scettici nei confronti dei brand di lusso.

E in questo sistema, le celebrità non sono semplici ospiti — sono amplificatori. Convalidano, estendono e monetizzano la presenza di un brand in tempo reale. La prima fila genera titoli ancor prima che appaia il primo look. Basti pensare al posizionamento strategico delle star del K-pop e all’incessante ricerca di un pubblico giovane.

Così la domanda sorge spontanea: gli abiti sono ancora al centro della moda?

Dove risiede l’identità


Se l’identità è stata il tema centrale delle ultime settimane della moda, allora l’industria si trova ad affrontare una domanda fondamentale: dove risiede veramente quell’identità?

Negli abiti. Oppure nello spettacolo che li circonda.

Se una celebrità indossa un brand per una sfilata e un altro a quella successiva, cosa significa davvero il suo endorsement? Un capo viene apprezzato per il suo design, o per chi è stato visto indossarlo?

E in definitiva: di chi è l’identità che stiamo realmente comprando?

Prima fila: autorialità vs amplificazione


La moda è sempre stata radicata nell’autorialità, la visione del designer espressa attraverso gli abiti.

Ma oggi, quell’autorialità è sempre più filtrata attraverso l’amplificazione. Chi definisce il valore ora: il designer e il lavoro stesso, o la celebrità la cui visibilità trasforma quel lavoro in rilevanza?

Perché — e questo è il punto — la stessa celebrità che legittima un brand al mattino può fare endorsement un altro nel pomeriggio. Queste associazioni non sono radicate nella continuità, in un sostegno autentico, ma nella circolazione. Sono transazionali, immediate e temporanee.

In breve, siamo passati dall’era dell’autorialità a all’era dell’amplificazione.

Riflessioni finali


In ultima analisi, un contromovimento si sta silenziosamente affermando. Alcuni designer, in particolare quelli al di fuori del meccanismo guidato dalle celebrità, rifiutano deliberatamente il circo dell’abbigliamento da prima fila e delle opportunità fotografiche. Per molti stilisti indipendenti, questa non è solo una posizione filosofica ma una realtà pratica. Privi dei budget di marketing necessari per le celebrity e lo styling, devono fare affidamento sulla qualità del loro lavoro e sul sostegno della stampa locale.

Così facendo, pongono involontariamente una domanda precisa all’industria: non sono forse il buon design e la qualità il vero punto di una collezione? E in fondo, non è questo ciò che i designer dovrebbero mostrare?

In mezzo a tutto questo delirio per la presenza in prima fila e alla ricerca incessante di visibilità, il gioco è diventato stucchevole. Esiste tuttavia una prospettiva diversa. Una disinteressata alle celebrità, indifferente a chi indossa cosa. Una prospettiva intenzionata a tornare a qualcosa di più vicino alla moda di una volta.

Ciò che rimane, alla fine, è un desiderio semplice: vedere abiti bellissimi —
in una sfilata dove l’intensità torni a essere sugli abiti stessi.

Identità in prima fila: quando le celebrità diventano il prodotto Leggi tutto »