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Galliano da Zara: non è una vittoria — è una sentenza

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Un couturier, un colosso del fast fashion e un archivio che non esiste


Galliano da Zara. La notizia è piombata come un fulmine a ciel sereno nel mondo della moda: John Galliano, uno degli ultimi veri couturier sulla scena, ha firmato un contratto biennale con Zara. Non si limiterà a disegnare una collezione; per usare le parole del brand, “riscriverà” l’archivio dell’azienda.

In apparenza, la stampa di settore ha presentato l’operazione come un momento di “democrazia della moda” — un’occasione entusiasmante per un pubblico di massa di possedere un frammento della visione di un genio. Ma basta scavare sotto la superficie del comunicato stampa per scoprire qualcosa di molto più preoccupante. Questa non è una celebrazione dell’accessibilità; è una delle assurdità più lampanti del sistema moda contemporaneo. Un segnale della sua completa destabilizzazione.

Come abbiamo già esplorato in un precedente articolo, l’idea di lusso democratico è tanto contraddittoria quanto quella di democrazia illiberale: non esiste. È una cosa o l’altra.

Ciò che rende questa partnership davvero affascinante è la sua stridente incongruenza. Stiamo guardando John Galliano — maestro del taglio in sbieco e della costruzione complessa — arrivare sulla soglia di Zara. Mentre altrove nell’industria, stilisti che hanno costruito la propria reputazione sul prêt-à-porter più commerciale ora creano alta moda per maison storiche.

Oggi, l’industria della moda non si cura della maestria; conta solo il marketing.

Galliano da Zara: la “riscrittura” del nulla


Zara e Galliano descrivono questo progetto come “re-authoring” (riscrittura, rielaborazione). La parola è scelta con cura. Suona intima, artistica, ha persino un sapore di sostenibilità. Galliano ha parlato di lavorare fisicamente su capi delle stagioni passate — decostruirli, riconfigurarli, trasformarli. Evoca l’atelier: le forbici che scivolano sul tessuto, un maestro che dona nuova vita a capi dimenticati.

Ma Zara ha davvero un archivio?

Nella moda, il termine archivio è sacro. Implica un corpus di opere originali — capi che hanno definito epoche, abiti con un’anima e una storia, radicati nell’autorialità, nella memoria e nel significato. Suggerisce un punto di vista.

Dobbiamo quindi chiederci: qual è, di preciso, l’archivio di Zara?

È un catalogo di articoli sottilmente (e non troppo sottilmente) copiati dalle passerelle del lusso non appena compaiono? Un deposito di capi effimeri guidati dalle tendenze, progettati al massimo per un ciclo di vita di tre settimane? Oppure è l’aldilà di questi capi — le montagne tossiche di rifiuti tessili che si accumulano ad Accra, i resti sbiancati nel deserto di Atacama?

L’archivio è forse la somma di capi realizzati con poliestere di bassissima qualità, indossati due volte e gettati via senza troppe cerimonie?

Definire questo vortice di produzione un archivio non è solo una forzatura commerciale. È un’erosione del significato di archivio. Un insulto al concetto stesso di storia del design.

L’accumulo che non dovremmo vedere


Quando gli strateghi dietro questa campagna di Inditex l’hanno approvata, pensavano che avremmo ignorato l’elefante nella stanza — o meglio, le montagne di rifiuti tessili?

La dissonanza è sconcertante. Inditex rimane una delle aziende di moda con le emissioni più alte al mondo. Il suo modello di business è costruito sulla sovrapproduzione e l’obsolescenza programmata. E ora cerca di avvolgersi nel linguaggio della sostenibilità e dell’alta moda, invitando una leggenda a “riscrivere” il flusso stesso di rifiuti che ha creato.

Da un punto di vista della sostenibilità, rielaborare gli scarti della moda ha senso solo se la produzione di nuovi capi viene significativamente ridotta. Altrimenti, si tratta semplicemente di greenwashing.

Questo solleva una domanda scomoda, non solo su di loro, ma su di noi, consumatori.

Quando applaudiamo mosse come questa, quando ci precipitiamo a comprare un pezzo di fast fashion “riscritto”, cosa stiamo esattamente celebrando? L’artigianato, o il permesso di dimenticare?

I brand puntano sulla nostra disponibilità a distogliere lo sguardo. Puntano sul fatto che la parola archivio offuscherà la realtà della filiera produttiva, e che il nome di Galliano fungerà da assoluzione culturale.

Ma non è semplicemente un caso in cui possiamo affermare: Questo è greenwashing?

Dal nostro ebook, Questo è greenwashing:

Secondo l’ONG britannica Earthsight (2024), il cotone utilizzato dai giganti internazionali H&M e Zara per produrre i loro capi è cotone sporco. L’ONG accusa i due marchi europei di essere complici in attività di deforestazione illegale su larga scala in Brasile, inclusi accaparramento di terre, violazioni dei diritti umani, corruzione e conflitti violenti legati alla terra.  “L’indagine durata un anno condotta da Earthsight rivela che le aziende e i consumatori in Europa e Nord America stanno alimentando questa distruzione in un nuovo modo. Non con ciò che mangiano, ma con ciò che indossano”.

E anche questo estratto:

Il gruppo della moda Inditex (Zara) ha stretto una partnership con il World Wide Fund for Nature (WWF). Perché una multinazionale del fast fashion collabora con una fondazione impegnata nella protezione degli animali il cui habitat viene distrutto dalle loro produzioni?

A ben guardare, più che di trasformazione si tratta di facciata.

E se allarghiamo ulteriormente lo sguardo, emerge un’altra dimensione inquietante. Nell’ottobre 2022, in vista delle elezioni della Knesset israeliana, Joey Schwebel, titolare del franchising Zara in Israele, ha ospitato un evento a sostegno di Itamar Ben-Gvir. La mossa ha scatenato richieste di boicottaggio, sollevando ulteriori interrogativi sugli intrecci politici che circondano il marchio.

Riflessioni finali


In fondo, la notizia di Galliano da Zara con un contratto biennale non riguarda soltanto John Galliano o Zara. Riguarda un’industria che ha esaurito le idee — e forse, anche la direzione.

Il fatto che uno stilista come Galliano, un vero couturier, sia finito in un brand di fast fashion non è un segno di evoluzione creativa. È un segno che le strutture un tempo in grado di sostenere un tale talento si sono erose. Le maison che dovrebbero corteggiare il suo genio sono troppo avverse al rischio, troppo guidate dai risultati trimestrali, per abbracciare un artista complesso ed esigente.

Chiamiamo dunque le cose con il loro nome.

Non un incontro di menti.
Una fusione di convenienza.

Una parte acquisisce legittimità culturale — un’aureola di artisticità.
L’altra ottiene un assegno.

Eppure a noi rimane una domanda a cui nessun comunicato stampa può rispondere in modo convincente: cosa significa davvero archivo fast fashion?

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Antitesi, Ujoh alla Paris Fashion Week FW26

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Il duo di designer giapponesi crea un gioco di contrasti attraverso combinazioni inaspettate


Antitesi è il punto di partenza di Ujoh per la collezione Autunno/Inverno 26.27 presentata alla Paris Fashion Week. Sia in giapponese che in francese, la parola non implica una rottura, bensì un interrogativo. Con questa idea in mente, Ujoh ri-esamina le proprie fondamenta — le sue forme, i suoi codici, le sue certezze — per ripensarle dall’interno.

Fondato dal duo di designer giapponesi Mitsuru Nishizaki e Aco, il brand esplora da tempo la tensione tra precisione e sperimentazione. Il DNA del brand rimane intatto, ma si afferma con rinnovata chiarezza. Le silhouette si affilano mentre i volumi si allentano, come se la collezione fosse il risultato di un processo deliberato di messa a nudo. Il minimalismo acquisisce un taglio insolente, infuso di energia grunge e spirito rock attinto dagli anni Novanta. Tra eleganza e disordine, comincia a emergere una nuova silhouette.

Antitesi di Ujoh a Parigi Fashion Week FW26. Una modella sfila in passerella con un gilet strutturato a righe sottili, abbinato a una camicetta e pantaloni in pizzo nero.
Ujoh – Paris Fashion Week Autunno/Inverno 26.27

Ujoh collezione Autunno/Inverno 26: antitesi


In questa stagione, il concetto di antitesi prende forma attraverso una deliberata tensione tra forze opposte — sia strutturali che spirituali. Gli elementi distintivi di Ujoh, come la stratificazione precisa e i dettagli funzionali con lacci e linguette, rimangono presenti. Eppure sottilmente riconfigurati, come carichi di una nuova energia. La collezione prosegue il dialogo di lunga data del brand con la sartorialità, disciplina radicata nella prima esperienza di Nishizaki come modellista. La struttura rimane centrale, ma qui viene deliberatamente destabilizzata attraverso stratificazioni inaspettate e volumi fluidi.

I volumi si allentano, mentre le silhouette a trapezio vengono affilate da pannelli asimmetrici simili a mantelle. Un gesto particolarmente inventivo appare nel tailoring: bermuda in tessuto maschile a righe o tinta unita sono pieghettati lungo le cuciture laterali e sovrapposti direttamente a pantaloni lunghi coordinati. Il risultato è un ibrido — contemporaneamente sartoriale e rilassato — che incarna perfettamente il dialogo della collezione tra struttura e scioltezza.

Questo rigore concettuale si fonda su un approccio quasi artigianale al materiale. Fedele alla sua filosofia, il brand prosegue la sua profonda ricerca tessile, evidenziando questa stagione tessuti prodotti su un telaio Schöherr degli anni ’60 in Giappone. Funzionando cinque volte più lentamente dei macchinari moderni, il telaio produce tessuti con una superficie tattile distintiva. Un rallentamento deliberato che si contrappone in silenzio alla logica di velocità e sovrapproduzione che definisce gran parte dell’industria odierna. In un esempio sorprendente, un nastro di nylon argentato diafano è intrecciato nella lana nera, creando un effetto a quadri semitrasparente. Altrove, cappotti e gonne in nero profondo e melanzana sono rifiniti con frange tagliate a mano, introducendo un taglio volutamente imperfetto.

Eleganza ruvida e combinazioni inaspettate


I capi che ne derivano sono studi di eleganza ruvida. Abbondano combinazioni di tessuti inaspettate: pizzo delicato giustapposto al carattere utilitaristico di un giubbotto da aviatore in finta pelle scamosciata e pelliccia. Cerniere metalliche pesanti incidono linee grafiche su cappotti e top, funzionando non solo come chiusure ma come elementi scultorei che modellano la silhouette.

Un look a strati dalla collezione Antitesi alla Paris Fashion Week FW26. Ampi culottes neri sono abbinati a un cardigan blu con cerniera e stivali di pelle neri, mentre un gilet di pelliccia viola con cintura completa l'ensemble.
Ujoh – Paris Fashion Week Autunno/Inverno 26.27

La palette rimane contenuta — cioccolato, legno di rosa, verde felce e fico. Ma punteggiata da sprazzi di bianco ottico e beige presi in prestito dai tessuti sharkskin. Motivi a quadri ricorrenti evocano una sottile sensibilità grunge. Il riferimento agli anni Novanta è meno questione di nostalgia che di atteggiamento, espresso attraverso la stratificazione, la texture e una studiata nonchalance resa con inconfondibile precisione giapponese.

Al centro della stagione, una collaborazione con il duo giapponese DREAMS COME TRUE estende la collezione oltre la passerella. Disegnando i costumi di scena per il loro tour, Ujoh traduce il proprio linguaggio sartoriale nella performance. Capi selezionati della collezione emergono come dirette continuazioni di questo scambio tra abito e movimento.

Riflessioni finali


Il tema dell’antitesi nella collezione Autunno/Inverno 26 di Ujoh si estendeva persino al formato della sfilata. Rifiutando una sequenza fissa, i look apparivano in un ordine apparentemente personale. Come se fossero stati prelevati da un guardaroba vissuto da esplorare, piuttosto che un copione da seguire. Questa presentazione liberata incoraggiava il pubblico a considerare ogni capo individualmente. Un oggetto del desiderio a sé stante — pur appartenendo a un insieme coeso e meravigliosamente irrisolto.

In questo senso, l’antitesi smette di essere un semplice dispositivo stilistico per diventare un modo di pensare. Una negoziazione continua tra disciplina e rottura, precisione e istinto.

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Cambiare forma, custodendo l’anima: vent’anni di suite123

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Sulla moda, idee e amicizie che sono diventate legami


Vent’anni di suite123.
C’è un momento in cui capisci che uno spazio è diventato più delle sue mura. Più di un semplice negozio, studio o ufficio. Per noi, quella consapevolezza è arrivata dopo 20 anni.

Il 15 marzo suite123 ha compiuto due decenni. Gli anniversari sono cose strane: ti invitano a guardare indietro, ma rivelano anche quanto è cambiato lungo il cammino.

suite123 è nata con la moda. Non semplicemente vendendo abiti, ma curando un punto di vista: capi scelti perché portavano con sé qualcosa di duraturo. Vestiti di cui non ti stanchi. Vestiti che sentivi giusti.

suite123 era un posto in cui andare.
Una destinazione con la sua atmosfera e la sua energia.

Certo, i vestiti contavano. Ma ciò che contava ancora di più era come ti sentivi quando uscivi dalla porta indossandoli. Quella sensazione è sempre stata il vero punto.

A un certo punto, lungo la strada, la moda è diventata per noi qualcosa di più profondo: un linguaggio. Ci siamo trovati interessati non solo agli orli, ma ancora di più agli esseri umani. E al nostro rapporto con il pianeta — il nostro impatto su di esso.

Abbiamo capito di poter usare la moda come una lente per analizzare la società, per capire perché indossiamo ciò che indossiamo. Come vivono le persone. In cosa credono. Le scelte che fanno. Cosa dà significato alla vita quotidiana.

Durante la pandemia, è lì che suite123 si è spostata.

Non dall’altra parte della strada — ma da un luogo a una prospettiva.

Le idee si sono unite lentamente alla moda.
La ricerca ha sostituito la routine.
La curiosità ha preso il posto delle stagioni, e dei concetti preconfezionati.

E con questo ha preso forma una filosofia: l’etica accanto all’estetica. L’attenzione all’ambiente. L’impegno per l’unicità. Capi ben fatti, scelti con cura. Meno, ma meglio — non come restrizione, ma come scelta intenzionale.

suite123 ha smesso di essere solo un posto da visitare ed è diventata qualcosa che puoi portare con te — un modo di guardare alle cose, una piccola lente attraverso cui osservare il mondo.

Certo, non cambi forma senza attrito. Ci sono state difficoltà. Tante. Entrate che non bastano mai. Salute incerta. Momenti in cui la vecchia strada, o il mainstream, sembravano l’unica possibilità. Quando la nuova direzione sembrava più un azzardo che una necessità. Momenti in cui il cambiamento sembrava incerto—
e ancora oggi, lo sembra.

Ma ci sono state anche scoperte. Ricerche che hanno aperto porte inaspettate.
Stile che ha rivelato sostanza più profonda.
E conversazioni che si sono trasformate in qualcosa di più — persino in un libro.

Perché in tutti questi anni, l’elemento più importante sono sempre state le persone.

Clienti che sono diventati amici.
Incontri che sono diventati relazioni.
Amicizie che lentamente sono diventate legami. Inaspettati, bellissimi.

Celebriamo vent'anni di suite123. Tre braccia intrecciate, stessa maglia color chartreuse, divano di velluto verde. Noi due di suite123 con una cara amica—un ritratto di legame vero.


Alcuni di voi sono con noi dall’inizio — dagli appendiabiti, i camerini, le risate in boutique. Altri sono arrivati durante gli anni di transizione, quando suite123 ha cominciato a cambiare forma. E alcuni ci avranno scoperti solo di recente, attraverso un post sul blog o una storia Instagram.

A chi è rimasto: grazie.

A chi capisce il viaggio: siete voi la ragione per cui questa evoluzione continua.

Vent’anni di suite123. E vent’anni dopo, siamo ancora qui in evoluzione.
Ancora esploriamo la moda — con capi che meritano di essere tenuti e vissuti.
Ancora cerchiamo idee.
E ancora ci interroghiamo su cosa significhi essere un essere umano moderno — con tutta la complessità, la contraddizione e la bellezza che ne derivano.

Cambiare forma.
Custodendo l’anima.

Una voce indipendente in un sistema della moda sempre più omologato da grossi gruppi.

Sempre suite123.
Il prossimo capitolo è ancora da scrivere.

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Gaultier by Duran Lantink: quando la sperimentazione non regala la magia

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Decostruire l’hype: come i codici di Gaultier si sono persi nella traduzione alla FW26 di Parigi


Alla Paris Fashion Week Autunno/Inverno 2026, la collezione Jean Paul Gaultier by Duran Lantink ha provocato reazioni contrastanti. C’è chi ha apprezzato lo spirito giocoso, mentre altri hanno sollevato critiche più severe riguardo alla effettiva indossabilità.

La collezione è sembrata più una pura esplorazione della creatività e delle possibilità tecniche. Ha ripercorso diversi concetti iconici di Gaultier — i codici maschili e femminili (quella che oggi chiamiamo moda genderless), l’intimo visto come outerwear, lo sporty chic e i tatuaggi. Eppure, nonostante questi richiami, l’interpretazione di Lantink ha segnato una chiara rottura con l’estetica tradizionale del brand.

Ad essere onesti, questa collezione FW26 sembrava più risolta rispetto al primo tentativo di Lantink. Tuttavia, gli abiti continuano a non trasmettere l’essenza di Gaultier. Invece di rappresentare la magia distintiva del marchio, lo stilista è sembrato dare priorità alla sua personale visione caotica.

Ma cosa succede quando la sperimentazione non regala la magia?

Un esperimento senza magia: Jean Paul Gaultier by Duran Lantink


Lantink ha proposto silhouette pesantemente esagerate e distorte: spalle rialzate che fluttuano lontane dal corpo, figure astratte a forma di S con seni e derrière sporgenti. Il risultato era scultoreo, quasi architettonico — ma anche altamente restrittivo. (Guarda la sfilata qui).

Mentre alcuni hanno elogiato la collezione come arte o ne hanno celebrato la giocosità, la maggior parte dei capi aveva un aspetto quasi futuristico che ne comprometteva l’indossabilità. Erano dichiarazioni, piuttosto che capi pensati per essere vissuti.

Ed è qui che il paragone con Gaultier diventa inevitabile.

Jean Paul Gaultier è lo stilista che ci ha insegnato tanto sulla moda. Molti dei concetti oggi ampiamente celebrati — la fluidità di genere, la trasformazione dell’intimo in outerwear, il giocoso mix di riferimenti culturali — sono stati introdotti da lui quarant’anni fa.

Lo ricordiamo bene. Quando eravamo giovani, compravamo i suoi abiti. Uomo o donna, per noi non faceva differenza. E li abbiamo ancora nel nostro guardaroba; sono perfetti e persino all’avanguardia oggi. (Il che solleva un altro punto: l’abbigliamento più sostenibile è quello che non si butta mai via — eppure gli stilisti che si concentrano esclusivamente sulla sostenibilità raramente raggiungono questo tipo di durabilità o fascino.) Più tardi, abbiamo anche curato pezzi di Gaultier per la nostra boutique. I suoi capi portavano con sé un’energia particolare — bellezza, humour e una certa magia. Sì, Gaultier poteva anche essere strano. Ma anche nella sua stranezza, la sua moda rimaneva indossabile.

È impossibile dire lo stesso dei pezzi di Lantink.

Il che solleva una questione più ampia: questo costante bisogno di reinventare, di shockare, di creare qualcosa di radicalmente nuovo — dove porta?

Riflessioni finali


In definitiva, Jean Paul Gaultier by Duran Lantink è sembrato più un’esplorazione dei limiti della creatività che una collezione di moda. Ma quando la sperimentazione non regala la magia, cosa rimane? Un’esibizione da cui nulla sopravvive oltre la passerella.

Quindi ci ritroviamo a chiederci: la Paris Fashion Week sta diventando un palcoscenico per abiti inindossabili?

Certo, alcuni marchi hanno costruito la propria identità su questa stessa idea — la moda come puro spettacolo. Ma Gaultier non è mai stato uno di questi. La sua magia viveva nella tensione tra fantasia e indossabilità.

Il che porta a una domanda ancora più scomoda: qual è il senso di tutto questo, in un mondo dove nessuno vuole più comprare capi di abbigliamento ben fatti? Un teatro fine a se stesso?

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Un punto sulla sensualità: Haider Ackermann per Tom Ford, FW26 Paris Fashion Week

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Gucci vs Tom Ford: dalla mera provocazione alla seduzione – qual è la differenza?


Abbiamo recentemente esplorato il tema dell’identità alla Milano Fashion Week, dove Demna ha voluto dire la sua sulla sensualità per Gucci.

Ne è emersa la versione peggiore.

Con il trasferimento della carovana della moda alla Paris Fashion Week Autunno/Inverno 26.27, abbiamo assistito a un’interpretazione completamente diversa. Un’interpretazione che ha colpito per la sua precisione e bellezza. Un’esecuzione perfetta.

Il debutto di Demna è stato, innegabilmente, uno spettacolo brutto. Ha replicato la formula Balenciaga fatta di distorsione e cinismo, riadattando anche l’ archivio dell’era Tom Ford in modo superficiale e dozzinale. Se la sua intenzione era quella di offrire un ritratto impietoso di un’estetica contemporanea grottesca, ci è riuscito. Ma la domanda rimane: al di là della provocazione, qual era il senso?

Per un marchio in seria difficoltà, la scorciatoia per vendite rapide è sempre stata la versione più letterale e commerciale del sesso. Ma è solo la provocazione ciò che resta?

Paris Fashion Week: un punto sulla sensualità


Alla Paris Fashion Week Autunno/Inverno 26, Haider Ackermann per Tom Ford ha dato una risposta definitiva.

Ha offerto un punto di vista completamente diverso sulla sensualità – una masterclass di eleganza. Ogni dettaglio era preciso: il cast, la musica, il design, la sartorialità.

All’interno di una scatola completamente bianca, modelle e modelli di tutte le età si muovevano in un allestimento minimalista dove la sartoria e il glamour prendevano vita attraverso un senso raffinato dello stile e del colore. La sfilata si è aperta con un suono persistente che si è gradualmente intensificato con le note del Notturno n. 20 di Chopin — pianoforte e poi violino, struggenti — creando un’atmosfera di seduzione naturale.

La sensualità emergeva attraverso un’immagine androgina e un gioco di opposti: completi maschili dalla linea affilatissima contrastati da uno styling essenziale – un minuscolo cinturino sulla pelle nuda – e abiti da sera affusolati ed e estremamente femminili.

“Il mio linguaggio qui è quello della seduzione”, ha dichiarato Ackermann. “Duro e morbido. Affilato e avvolgente”.

In effetti, tutti i contrasti emergevano magnificamente. Con classe. (Guarda la sfilata qui).

A metà sfilata, le parole e la musica dei The Beloved hanno preso il sopravvento, sottolineando l’etica dello show fino alla fine:

Let’s come together / Right now / Oh yeah / In sweet harmony.

Riflessioni finali


In conclusione, alla Paris Fashion Week Autunno/Inversno 26.27, Haider Ackermann non si è limitato a disegnare abiti per Tom Ford. Ha creato un universo sensuale.

Ha dimostrato la sua capacità di far evolvere il marchio rimanendo fedele al suo DNA, dove desiderio e glamour sono il cuore pulsante. Senza dubbio, una delle sfilate più belle della stagione. Così facendo, ha detto la sua sulla sensualità – dimostrando silenziosamente al signor Gvasalia la differenza tra sensualità e volgarità. Soprattutto, ci ha ricordato che la sensualità è un’arte, non provocazione.

In un mondo sempre più definito dall’assurdo – dove persino i governi annunciano guerre sulle note della Macarena – Ackermann ha offerto un raro momento di bellezza, eleganza e compostezza.

Let’s come together / Right now / Oh yeah / In sweet harmony.

Un punto sulla sensualità: Haider Ackermann per Tom Ford, FW26 Paris Fashion Week Leggi tutto »