Seconda parte — Appunti dalla giornata scientifico-divulgativa promossa dal Comitato Microplastiche e Salute Umana con il Comune di Milano
Dopo il post di lunedì su ricerca e scenari, passiamo a una domanda più urgente: esistono soluzioni realistiche alle micro e nanoplastiche?
Questa è la seconda parte della seconda conferenza annuale di divulgazione scientifica su micro e nanoplastiche, organizzata dal Comitato Microplastiche e Salute Umana in collaborazione con il Comune di Milano. (Puoi leggere la 1° parte qui).
Esploriamo idee e soluzioni a confronto alle micro e nanoplastiche.

Il recupero di micro e nanoplastiche nella produzione di biometano
Alessandro Daneu, Ingegnere Ambientale
Si è concentrato sul trattamento delle acque reflue organiche tramite digestione anaerobica per la produzione di biogas e biometano. Un ottimo esempio di economia circolare che, con opportune modifiche, può ridurre la dispersione di micro e nanoplastiche, usando queste ultime per aumentare la produzione di biometano. Soluzioni in fase di test e brevetto, anche grazie alla collaborazione con la Tongji University di Shanghai.
Il problema di partenza è semplice:
Siamo immersi nella plastica. Alla fine, da qualche parte deve andare.
Oggi recuperiamo la plastica grande e visibile nei centri di raccolta. In alcuni paesi europei, ogni numero di plastica ha il suo contenitore. Quando la plastica è mista, esistono sistemi di separazione – ma il recupero è molto difficile. L’unica plastica facilmente recuperabile è il PET (bottiglie).
L’Italia è all’avanguardia nel recupero del PET: oltre il 50%, più di quanto richiesto dall’Europa.
Le plastiche non recuperate finiscono nei termovalorizzatori. Essendo un derivato del petrolio, la combustione è l’uso più appropriato.
Il vero problema sono micro e nanoplastiche – di cui sappiamo poco.
Le plastiche presenti nei rifiuti organici entrano più facilmente nel ciclo dell’acqua. La sfida è separare la plastica senza triturarla, come si faceva un tempo.
Il biometano come opportunità per l’Europa:
Rappresenta la valorizzazione dei rifiuti. Molecole che, se recuperate, non entrano nell’ambiente. L’azoto contenuto nelle proteine organiche si trasforma in ammoniaca (che può creare problemi ambientali) – ma anche il recupero dell’ammoniaca è possibile.
Dal punto di vista energetico, il biometano sostituisce il metano naturale: riduce la dipendenza esterna, crea un prodotto nazionale, fornisce combustibile pulito recuperato dal riciclo. Oggi molti camion merci sono a metano, e una grande parte va a biometano.
Si recupera e vende energia. Si possono produrre fertilizzanti. L’ammoniaca può essere recuperata come bioammoniaca. Sottoprodotti riutilizzabili.
Rifiuti organici urbani. La separazione iniziale è importante perché nel rifiuto organico finisce di tutto. Il processo di riciclo non consuma acqua esterna.
Sfatiamo alcuni miti:
- Separare le macroplastiche non elimina micro e nanoplastiche – finiscono comunque nelle acque.
- L’unico modo per intercettarle è in depuratori, acque reflue e processi di trattamento dell’acqua.
- La plastica biodegradabile o compostabile non risolve il problema – micro e nanoplastiche si formano comunque.
- Il depuratore a valle non risolve il problema da solo, senza adeguate politiche di trattamento.
- La digestione anaerobica non risolve l’intero problema – anzi, potrebbe crearne uno a causa dell’ammoniaca.
Soluzioni alle micro e nanoplastiche: quali alternative?
PHA e microplastiche: soluzioni sostenibili per agricoltura e design
Eligio Martini, Ingegnere Chimico e Presidente Gruppo Maip
L’accumulo di microplastiche nei suoli agricoli è un problema emergente che minaccia fertilità, salute delle colture e sicurezza alimentare. Le plastiche convenzionali in agricoltura – pacciamature, film per serre, materiali per irrigazione – si frammentano e persistono a lungo nell’ambiente.
Ma ecco i PHA (poliidrossialcanoati): bioplastiche di origine microbica, completamente biodegradabili nel suolo. Un’alternativa promettente.
La confusione attorno alle “bioplastiche”
Il termine non è accurato. “Bioplastica” significa tutto:
- Alcune sono di origine naturale (non da petrolio).
- Alcune sono biodegradabili in condizioni specifiche.
- Ma non tutte le bioplastiche sono biodegradabili.
- Alcune bioplastiche derivano dal petrolio e sono biodegradabili.
Le vere bioplastiche sono sia di origine naturale che biodegradabili.
Cos’è il PHA?
Un polimero naturale. Esiste in natura. Biodegradabile.
Si forma attraverso la fermentazione – un processo naturale. Trasformazione di un polimero in biomassa, acqua e anidride carbonica.
Il PHA è una famiglia di polimeri. Si usano fermentatori per produrlo, ma il processo è naturale.
Il poliestere è una grande famiglia di materiali più o meno dannosi. Il poliestere è la caratteristica chimica del materiale – ma esistono diversi tipi di poliestere, tra cui il PHA.
Perché il PHA è importante:
A differenza del PLA (che non è biodegradabile ovunque e dura come la plastica tradizionale), il PHA è biodegradabile in tutte le condizioni – controllate o no dall’uomo.
Materiali veramente biodegradabili:
- Cellulosa pura (carta, non legno)
- Amido di riso
- PHA
Il PHA è l’unico materiale naturale che può essere lavorato come la plastica ma non è plastica. Non rilascia microplastiche. Nulla di tossico per l’ambiente.
Un dato impressionante:
Tutte le isole di plastica che vediamo nei mari? Solo il 2% della plastica presente in acqua. Il PHA aiuterebbe a risolvere.
Le applicazioni sono vaste: penne, cosmetici, imballaggi, bonifica dei mari, agricoltura – dove la plastica viene abbandonata e mai raccolta.
Perché allora non usiamo il PHA ovunque?
Viene chiamato “il gigante dormiente” – poco conosciuto, forse per sottolinearne il potenziale ma l’uso è limitato. Costa più della plastica, quindi viene usato per prodotti di alto valore.
La sfida: far passare il concetto che, anche se costa di più, gli effetti positivi a lungo termine valgono l’investimento.
Nota: Il MAIP Group (europeo) è uno dei pochi produttori di PHA.
La lampada senza microplastiche e la moda da agricoltura biologica e foreste certificate
Natasha Calandrino Van Kleef e Carlo Covini – Esperti di design sostenibile, NKV e Lenzing
Natasha ha presentato il prototipo di una lampada – la “Sibilla” – realizzata interamente con un processo che non produce microplastiche nell’intero ciclo del prodotto.
Insieme a Carlo Covini (manager Lenzing) ha illustrato un esempio virtuoso di abbigliamento completamente naturale, con tutti i componenti certificabili: “Abbigliamento da Agricoltura Biologica e Foreste Certificate”.
Distinzione chiave: biodegradabile vs compostabile
- Biodegradabile: processo naturale (tramite luce, acqua, aria)
- Compostabile: processo industriale
Questa distinzione è alla base del nuovo progetto NKV Fashion & Lenzing – frutto di anni di ricerca sull’inquinamento da microplastiche nella moda.
Cosa hanno presentato:
Capì in canapa 100% o cotone biologico 100%, entrambi certificati GOTS (Global Organic Textile Standard).
Cuciti con filo innovativo TENCEL™ Lyocell da foreste certificate.
Il quadro più ampio:
Le fibre cellulosiche rappresentano solo il 6% del mercato.
Nel frattempo, la produzione di fibre sintetiche è in aumento.
Biochar e soluzioni innovative
Dalia Benefatto – Esperta di economia sostenibile
Ha spiegato la natura del biochar: un carbone vegetale ottenuto dalla pirolisi di scarti agricoli e residui organici.
Perché il biochar è promettente:
Il processo produttivo ha caratteristiche ambientali molto interessanti – coproduce energia rinnovabile ed è carbon-negative.
Ma soprattutto, il biochar è uno strumento eccellente per rimuovere micro e nanoplastiche dall’ambiente.
Traguardi raggiunti e potenziale futuro
Tra i vantaggi del biochar: il suo uso come pigmento carbon-negative per la tintura – un’alternativa ecologica e funzionale.
L’analisi affronta sfide urgenti, esplorandone l’efficacia potenziale nella mitigazione dei PFAS. Viene proposto uno studio sperimentale su tessuti misti cotone-poliestere, con l’obiettivo di trasformarli in nuovi sottoprodotti eliminando il rilascio di microplastiche.
Concetto chiave: economia del ritorno
- Rifiuto come risorsa
- Valorizzazione dei rifiuti
E inoltre: il biochar rimuove CO₂ dall’atmosfera.
Innovazione e processo negli ospedali
Elena Bottinelli – Direttrice, Villa Erbosa – Gruppo San Donato
Ha sottolineato che chi lavora nella sanità non può ignorare l’approccio One Health – l’interconnessione tra salute umana, animale e ambientale.
Domanda chiave:
Come stanno implementando gli ospedali iniziative per ridurre il loro impatto ambientale?
La misura del problema:
Il 25% dei rifiuti ospedalieri è plastica.
La sfida:
Ridurre il consumo di plastica mantenendo economicità e sterilità – garantite dall’uso di prodotti monouso.
Quale la proposta:
Innovazioni di processo che combinano riduzione della plastica ed efficienza organizzativa, con impatti positivi sulla sostenibilità complessiva. Evidenze dalle migliori pratiche.
Soluzioni alle micro e nanoplastiche — Riflessioni finali
Sì, le soluzioni alle micro e nanoplastiche esistono.
La domanda è se siamo disposti – cittadini, istituzioni, industrie – ad adottarle prima che il sistema raggiunga i suoi limiti.
Il tempo non è dalla nostra parte.
Dal recupero del biometano al PHA, dal biochar ai processi circolari, le idee ci sono. Ma rimangono frammentate – spesso costose, spesso limitate nella scalabilità, spesso portate avanti dagli stessi attori.
Ed è qui che ritorna quel senso di disagio familiare.
Quando sentiamo parlare di certificazioni, “foreste certificate”, materiali biodegradabili, qualcosa non ci convince del tutto. Non perché queste soluzioni siano false. Ma perché abbiamo imparato quanto facilmente possano essere assorbite in narrazioni che promettono cambiamento senza trasformare il sistema.
Il greenwashing non è stato nominato neanche qui.
Ma di nuovo, aleggiava.
In settori come la moda, il divario è ancora evidente. Al di là di progetti pilota ed esempi virtuosi, i problemi strutturali rimangono: sovrapproduzione, sprechi, un sistema che continua a generare il problema più velocemente di quanto possa risolverlo.
Quindi la domanda non è più se le soluzioni esistano.
È se siamo pronti a riconoscere la differenza tra soluzioni e storie – e chi ci guadagna quando le confondiamo.