La normalizzazione del greenwashing

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Mentre la sostenibilità scompare dall’agenda della moda, le affermazioni ingannevoli riempiono il vuoto


La normalizzazione del greenwashing sta diventando sempre più visibile nel mondo della moda — non come un fallimento del sistema, ma come una sua caratteristica.

Infatti, mentre la sostenibilità sembra scomparire dalle agende della moda, il greenwashing sta diventando accettabile.

Ci siamo imbattuti in un post Instagram di Business of Fashion che ci ha colpito:

“H&M dice che la sostenibilità paga. Riuscirà a far sì che i consumatori se ne preoccupino?”

Il servizio che lo accompagna — un colloquio tra il CEO di H&M Group Daniel Ervér e la Chief Sustainability Officer Leyla Ertur — esplora il motivo per cui il colosso del fast fashion “resta fedele ai suoi piani di sostenibilità di lungo termine” e sta lavorando per “connettersi con i clienti”.

Questa notizia è deprimente. Forse non sorprendente. Ma deprimente.

Il modello di business di H&M è costruito su sovrapproduzione, consegne rapide e sovraconsumo. Non sono condizioni che si possano adattare con piani di sostenibilità. Eppure lì — nelle pagine di una delle pubblicazioni di moda più rispettate del settore — la premessa viene presentata come sincera: un colosso del fast fashion può davvero far sì che la sostenibilità diventi importante per i consumatori?

Poi arriva questa citazione:

“La realtà è che è difficile. Per aiutare i clienti a cambiare il loro comportamento, dobbiamo creare un vero valore per loro. Altrimenti, perché dovrebbero cambiare?”

Soffermiamoci un momento.

Spostare la responsabilità: la normalizzazione del greenwashing


In una singola dichiarazione, H&M si solleva da ogni responsabilità e sposta il peso sui consumatori. Nessuna parola sulle realtà strutturali della sovrapproduzione. Nessuna domanda sul fatto che un modello di business basato sul volume possa mai allinearsi con la sostenibilità. Invece: se i clienti non cambiano, è colpa loro.

È una manovra che abbiamo già visto. Sfruttare persone e pianeta attraverso un sistema progettato per incoraggiare il sovraconsumo, per poi presentare la mancanza di “volontà” del consumatore come l’ostacolo al progresso.

Il che solleva una domanda più scomoda: perché The Business of Fashion — una pubblicazione che si presenta come la voce autorevole del settore — è disposta a partecipare a questo gioco?

Abbiamo i nostri sospetti. Che si tratti o meno di contenuto sponsorizzato, la vera domanda è: cosa dice questo sullo stato dei media di moda, quando il messaggio di sostenibilità di un colosso del fast fashion viene diffuso senza alcun contraddittorio?

In definitiva, la domanda rimane: un marchio di fast fashion può mai essere veramente sostenibile?

Come abbiamo esplorato nel nostro post precedente, la risposta è la stessa. Questo è greenwashing. Non perché H&M manchi di iniziative per la sostenibilità, ma perché la sostenibilità non può essere innestata su un modello di business fondamentalmente in contrasto con essa.

Promuoversi come sostenibili mantenendo quel modello non è progresso — è una manipolazione del discorso ecologico. Con l’approvazione della stampa.

Una riflessione finale


Ed eccoci qui, di fronte alla normalizzazione del greenwashing. La sostenibilità scompare silenziosamente dalla scena. Il greenwashing diventa accettabile. Sicuro. Comodo. Normale. E forse non solo accettabile, ma il linguaggio dominante con cui la moda oggi parla di responsabilità.

P.S.: Abbiamo scritto un eBook per aiutarti a fare chiarezza. Se vuoi capire se un brand è veramente sostenibile o si sta semplicemente vestendo di verde, è qui:

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Un capo, una storia: La Giacca in Lana Tropicale di Meagratia

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Dove l’architettura raffinata incontra la coreografia personale — per chi considera il tailoring un dialogo, non un’imposizione


Questa è La Giacca in Lana Tropicale di Meagratia.
In un sistema che produce tonnellate di abiti usa e getta, noi curiamo: un capo, una storia.  In un sistema che produce tonnellate di abiti usa e getta, noi curiamo: un capo, una storia. Una visione radicale per una resistenza etica ed estetica — capi significativi, espressione di buon design. Slow fashion pensata per durare, realizzata a mano.

La Giacca in Lana Tropicale non è semplicemente indossata; è un capo orchestrato con cura. È il protagonista versatile di un uniforme moderna — un’apparente semplicità che offre sia precisione scultorea che possibilità trasformativa. Nella sua forma pulita e sartoriale promette struttura; nelle suoe clip regolabili argento, offre un vocabolario dinamico. Un gesto silenzioso e potente di eleganza trasformativa.

Evoca l’ingegnosità raffinata del design modernista: un sistema in cui la forma non è fissa ma fluida, definita dall’intento di chi la indossa. La classica sagoma monopetto diventa una tela; le fessure anteriori regolabili, il meccanismo che riscrive la sua architettura. È una bellezza che coniuga sia il rigore che l’espressione personale.

Grigio. Non un compromesso neutrale, ma una base sofisticata. Una tonalità che assorbe e riflette la luce con uguale sottigliezza, conferendo profondità alla texture e gravità alla forma. Un colore che è al tempo stesso ancorante e senza limiti.

Primo piano di una modella bruna con i capelli lunghi che indossa La Giacca in Lana Tropicale di Meagratia. Su sfondo grigio minimalista, l'immagine esalta la texture e la fattura sartoriale del capo.
La Giacca in Lana Tropicale di Meagratia

Tailoring d’avanguardia: l’anatomia della precisione trasformativa

  • Il dettaglio:
    Due fessure anteriori fissate da tre clip scultorei in argento. Questa è la sua firma, il suo meccanismo. Più di un dettaglio, è un elemento interattivo: una sagoma che chi indossa definisce, creando un dialogo fluido tra struttura e sé. Sfida la natura statica del tailoring tradizionale, introducendo una relazione dinamica tra il capo e l’intenzionalità di chi lo veste.
  • Il design:
    Una giacca classica monopetto con vestibilità rilassata, due tasche a filetto anteriori, uno spacco posteriore e polsini con tre bottoni. Questo è il cuore della sua filosofia. La base tradizionale suggerisce uno stile senza tempo, mentre le fessure regolabili la trasformano in un capo dalla versatilità moderna. Le clip offrono la libertà di cambiare drappeggio, sagoma e peso visivo della giacca in un istante. Comfort, curato da chi la indossa.
  • La manifattura:
    Realizzata in Giappone — con fresco di lana premium 100%. Non solo un tessuto, ma uno studio di lusso funzionale. La pura lana offre una texture liscia e traspirante con una finitura impeccabile e resistente alle pieghe, rendendola ideale per i cambi di stagione e i viaggi. La fodera integrale è un lusso privato. Questa è qualità tangibile — progettata per durare con eleganza.

La Giacca in Lana Tropicale: il cuore versatile di un uniforme moderna


Questo è un capo che offre autorità attraverso l’adattabilità, permettendoti di ridefinire la tua sagoma dal mattino alla sera. Comprende che la forma più alta di lusso è la libertà di scegliere la propria espressione.

  • Per una giornata strutturata: clip chiusi per creare un davanti pulito e aderente. Abbinata a pantaloni sartoriali e un pull a maglia fine. Un uniforme che esprime una presenza focalizzata e sicurezza pacata.
  • Per una transizione fluida: un clip aperto, che rivela un accenno dello strato base. Indossata sopra una camicetta di seta con pantaloni a gamba larga. Uno studio di proporzioni, texture e raffinatezza senza sforzo.
  • Per una serata decostruita: Entrambe le fessure aperte, lasciando che la giacca si muova come uno strato esterno fluido. Abbinata a capi scuri e sandali minimalisti in pelle. L’apice della noncuranza consapevole.

Per i modern humans che curano, non consumano — il cui guardaroba è una biblioteca di preferiti vissuti, ognuno un capitolo della propria storia.

🌟 La Giacca in Lana Tropicale – Meagratia

Edizione limitata. Come una pagina di diario — fatta per essere vissuta.

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P.S. Chiedici della filosofia del design trasformativo nella moda, e come le clip in argento di questa giacca ti permettano di esplorare la tensione tra struttura e fluidità. Oppure come abbinare questo capo per il massimo impatto nell’arco di una singola giornata. Siamo qui per le conversazioni, non solo per le transazioni.

Note finali: L’intelligenza di questo capo risiede nella sua architettura unica. Offre la struttura senza tempo di una giacca sartoriale insieme alla versatilità di un capo trasformabile, risolvendo una tensione sartoriale contemporanea. Dimostra che il design d’avanguardia non impone un unico look, ma dà potere a chi lo indossa. Design raffinato fino alla sua espressione più personale.

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Identità in prima fila: quando le celebrità diventano il prodotto

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Da dove viene il valore di un brand: dal designer, dagli abiti o dalle celebrità?


La prima fila un tempo era il luogo in cui si osservava la moda. Oggi, è la moda stessa.

Quando una celebrità genera più titoli della collezione davanti a cui è seduta, la domanda diventa inevitabile: chi vende davvero — e chi è venduto?

Ancora prima che le sfilate inizino, le telecamere, più che inquadrare gli abiti, si concentrano sui volti. La nuova collezione in procinto di essere presentata diventa quasi uno sfondo. Le identità in prima fila occupano il centro della scena.

Chiaramente, tutto ciò è intenzionale. Tuttavia, la moda assomiglia sempre più a un circo, dove tutto ruota attorno al marketing e alla pubblicità. E il rischio di sovraesposizione è reale.

Negli ultimi tempi, sulla scia del “pandoro gate” di Ferragni, era emersa una tendenza al de-influencing — anche se si è rapidamente spostata dagli influencer alle celebrità.

Eppure, cresce una certa stanchezza nei confronti del celebrity marketing.

L’economia dell’attenzione


La prima fila non è più questione di prossimità al design, ma di prossimità alla visibilità.

I social media hanno ridefinito le priorità della moda. Una singola storia su Instagram può generare più copertura di un’intera sfilata. Di conseguenza, i brand curano ora la loro prima fila con la stessa attenzione con cui disegnano le collezioni o scelgono i volti delle campagne.

La visibilità è diventata il valore.

Il celebrity marketing è sempre più considerato uno dei principali fattori della luxury fatigue. E, più in generale, della stanchezza dei consumatori verso la pubblicità. L’incessante valanga di endorsement da parte di celebrità, unita all’aumento dei prezzi e, talvolta, al calo della qualità, ha portato molti consumatori a sentirsi alienati e scettici nei confronti dei brand di lusso.

E in questo sistema, le celebrità non sono semplici ospiti — sono amplificatori. Convalidano, estendono e monetizzano la presenza di un brand in tempo reale. La prima fila genera titoli ancor prima che appaia il primo look. Basti pensare al posizionamento strategico delle star del K-pop e all’incessante ricerca di un pubblico giovane.

Così la domanda sorge spontanea: gli abiti sono ancora al centro della moda?

Dove risiede l’identità


Se l’identità è stata il tema centrale delle ultime settimane della moda, allora l’industria si trova ad affrontare una domanda fondamentale: dove risiede veramente quell’identità?

Negli abiti. Oppure nello spettacolo che li circonda.

Se una celebrità indossa un brand per una sfilata e un altro a quella successiva, cosa significa davvero il suo endorsement? Un capo viene apprezzato per il suo design, o per chi è stato visto indossarlo?

E in definitiva: di chi è l’identità che stiamo realmente comprando?

Prima fila: autorialità vs amplificazione


La moda è sempre stata radicata nell’autorialità, la visione del designer espressa attraverso gli abiti.

Ma oggi, quell’autorialità è sempre più filtrata attraverso l’amplificazione. Chi definisce il valore ora: il designer e il lavoro stesso, o la celebrità la cui visibilità trasforma quel lavoro in rilevanza?

Perché — e questo è il punto — la stessa celebrità che legittima un brand al mattino può fare endorsement un altro nel pomeriggio. Queste associazioni non sono radicate nella continuità, in un sostegno autentico, ma nella circolazione. Sono transazionali, immediate e temporanee.

In breve, siamo passati dall’era dell’autorialità a all’era dell’amplificazione.

Riflessioni finali


In ultima analisi, un contromovimento si sta silenziosamente affermando. Alcuni designer, in particolare quelli al di fuori del meccanismo guidato dalle celebrità, rifiutano deliberatamente il circo dell’abbigliamento da prima fila e delle opportunità fotografiche. Per molti stilisti indipendenti, questa non è solo una posizione filosofica ma una realtà pratica. Privi dei budget di marketing necessari per le celebrity e lo styling, devono fare affidamento sulla qualità del loro lavoro e sul sostegno della stampa locale.

Così facendo, pongono involontariamente una domanda precisa all’industria: non sono forse il buon design e la qualità il vero punto di una collezione? E in fondo, non è questo ciò che i designer dovrebbero mostrare?

In mezzo a tutto questo delirio per la presenza in prima fila e alla ricerca incessante di visibilità, il gioco è diventato stucchevole. Esiste tuttavia una prospettiva diversa. Una disinteressata alle celebrità, indifferente a chi indossa cosa. Una prospettiva intenzionata a tornare a qualcosa di più vicino alla moda di una volta.

Ciò che rimane, alla fine, è un desiderio semplice: vedere abiti bellissimi —
in una sfilata dove l’intensità torni a essere sugli abiti stessi.

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Galliano da Zara: non è una vittoria — è una sentenza

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Un couturier, un colosso del fast fashion e un archivio che non esiste


Galliano da Zara. La notizia è piombata come un fulmine a ciel sereno nel mondo della moda: John Galliano, uno degli ultimi veri couturier sulla scena, ha firmato un contratto biennale con Zara. Non si limiterà a disegnare una collezione; per usare le parole del brand, “riscriverà” l’archivio dell’azienda.

In apparenza, la stampa di settore ha presentato l’operazione come un momento di “democrazia della moda” — un’occasione entusiasmante per un pubblico di massa di possedere un frammento della visione di un genio. Ma basta scavare sotto la superficie del comunicato stampa per scoprire qualcosa di molto più preoccupante. Questa non è una celebrazione dell’accessibilità; è una delle assurdità più lampanti del sistema moda contemporaneo. Un segnale della sua completa destabilizzazione.

Come abbiamo già esplorato in un precedente articolo, l’idea di lusso democratico è tanto contraddittoria quanto quella di democrazia illiberale: non esiste. È una cosa o l’altra.

Ciò che rende questa partnership davvero affascinante è la sua stridente incongruenza. Stiamo guardando John Galliano — maestro del taglio in sbieco e della costruzione complessa — arrivare sulla soglia di Zara. Mentre altrove nell’industria, stilisti che hanno costruito la propria reputazione sul prêt-à-porter più commerciale ora creano alta moda per maison storiche.

Oggi, l’industria della moda non si cura della maestria; conta solo il marketing.

Galliano da Zara: la “riscrittura” del nulla


Zara e Galliano descrivono questo progetto come “re-authoring” (riscrittura, rielaborazione). La parola è scelta con cura. Suona intima, artistica, ha persino un sapore di sostenibilità. Galliano ha parlato di lavorare fisicamente su capi delle stagioni passate — decostruirli, riconfigurarli, trasformarli. Evoca l’atelier: le forbici che scivolano sul tessuto, un maestro che dona nuova vita a capi dimenticati.

Ma Zara ha davvero un archivio?

Nella moda, il termine archivio è sacro. Implica un corpus di opere originali — capi che hanno definito epoche, abiti con un’anima e una storia, radicati nell’autorialità, nella memoria e nel significato. Suggerisce un punto di vista.

Dobbiamo quindi chiederci: qual è, di preciso, l’archivio di Zara?

È un catalogo di articoli sottilmente (e non troppo sottilmente) copiati dalle passerelle del lusso non appena compaiono? Un deposito di capi effimeri guidati dalle tendenze, progettati al massimo per un ciclo di vita di tre settimane? Oppure è l’aldilà di questi capi — le montagne tossiche di rifiuti tessili che si accumulano ad Accra, i resti sbiancati nel deserto di Atacama?

L’archivio è forse la somma di capi realizzati con poliestere di bassissima qualità, indossati due volte e gettati via senza troppe cerimonie?

Definire questo vortice di produzione un archivio non è solo una forzatura commerciale. È un’erosione del significato di archivio. Un insulto al concetto stesso di storia del design.

L’accumulo che non dovremmo vedere


Quando gli strateghi dietro questa campagna di Inditex l’hanno approvata, pensavano che avremmo ignorato l’elefante nella stanza — o meglio, le montagne di rifiuti tessili?

La dissonanza è sconcertante. Inditex rimane una delle aziende di moda con le emissioni più alte al mondo. Il suo modello di business è costruito sulla sovrapproduzione e l’obsolescenza programmata. E ora cerca di avvolgersi nel linguaggio della sostenibilità e dell’alta moda, invitando una leggenda a “riscrivere” il flusso stesso di rifiuti che ha creato.

Da un punto di vista della sostenibilità, rielaborare gli scarti della moda ha senso solo se la produzione di nuovi capi viene significativamente ridotta. Altrimenti, si tratta semplicemente di greenwashing.

Questo solleva una domanda scomoda, non solo su di loro, ma su di noi, consumatori.

Quando applaudiamo mosse come questa, quando ci precipitiamo a comprare un pezzo di fast fashion “riscritto”, cosa stiamo esattamente celebrando? L’artigianato, o il permesso di dimenticare?

I brand puntano sulla nostra disponibilità a distogliere lo sguardo. Puntano sul fatto che la parola archivio offuscherà la realtà della filiera produttiva, e che il nome di Galliano fungerà da assoluzione culturale.

Ma non è semplicemente un caso in cui possiamo affermare: Questo è greenwashing?

Dal nostro ebook, Questo è greenwashing:

Secondo l’ONG britannica Earthsight (2024), il cotone utilizzato dai giganti internazionali H&M e Zara per produrre i loro capi è cotone sporco. L’ONG accusa i due marchi europei di essere complici in attività di deforestazione illegale su larga scala in Brasile, inclusi accaparramento di terre, violazioni dei diritti umani, corruzione e conflitti violenti legati alla terra.  “L’indagine durata un anno condotta da Earthsight rivela che le aziende e i consumatori in Europa e Nord America stanno alimentando questa distruzione in un nuovo modo. Non con ciò che mangiano, ma con ciò che indossano”.

E anche questo estratto:

Il gruppo della moda Inditex (Zara) ha stretto una partnership con il World Wide Fund for Nature (WWF). Perché una multinazionale del fast fashion collabora con una fondazione impegnata nella protezione degli animali il cui habitat viene distrutto dalle loro produzioni?

A ben guardare, più che di trasformazione si tratta di facciata.

E se allarghiamo ulteriormente lo sguardo, emerge un’altra dimensione inquietante. Nell’ottobre 2022, in vista delle elezioni della Knesset israeliana, Joey Schwebel, titolare del franchising Zara in Israele, ha ospitato un evento a sostegno di Itamar Ben-Gvir. La mossa ha scatenato richieste di boicottaggio, sollevando ulteriori interrogativi sugli intrecci politici che circondano il marchio.

Riflessioni finali


In fondo, la notizia di Galliano da Zara con un contratto biennale non riguarda soltanto John Galliano o Zara. Riguarda un’industria che ha esaurito le idee — e forse, anche la direzione.

Il fatto che uno stilista come Galliano, un vero couturier, sia finito in un brand di fast fashion non è un segno di evoluzione creativa. È un segno che le strutture un tempo in grado di sostenere un tale talento si sono erose. Le maison che dovrebbero corteggiare il suo genio sono troppo avverse al rischio, troppo guidate dai risultati trimestrali, per abbracciare un artista complesso ed esigente.

Chiamiamo dunque le cose con il loro nome.

Non un incontro di menti.
Una fusione di convenienza.

Una parte acquisisce legittimità culturale — un’aureola di artisticità.
L’altra ottiene un assegno.

Eppure a noi rimane una domanda a cui nessun comunicato stampa può rispondere in modo convincente: cosa significa davvero archivo fast fashion?

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Antitesi, Ujoh alla Paris Fashion Week FW26

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Il duo di designer giapponesi crea un gioco di contrasti attraverso combinazioni inaspettate


Antitesi è il punto di partenza di Ujoh per la collezione Autunno/Inverno 26.27 presentata alla Paris Fashion Week. Sia in giapponese che in francese, la parola non implica una rottura, bensì un interrogativo. Con questa idea in mente, Ujoh ri-esamina le proprie fondamenta — le sue forme, i suoi codici, le sue certezze — per ripensarle dall’interno.

Fondato dal duo di designer giapponesi Mitsuru Nishizaki e Aco, il brand esplora da tempo la tensione tra precisione e sperimentazione. Il DNA del brand rimane intatto, ma si afferma con rinnovata chiarezza. Le silhouette si affilano mentre i volumi si allentano, come se la collezione fosse il risultato di un processo deliberato di messa a nudo. Il minimalismo acquisisce un taglio insolente, infuso di energia grunge e spirito rock attinto dagli anni Novanta. Tra eleganza e disordine, comincia a emergere una nuova silhouette.

Antitesi di Ujoh a Parigi Fashion Week FW26. Una modella sfila in passerella con un gilet strutturato a righe sottili, abbinato a una camicetta e pantaloni in pizzo nero.
Ujoh – Paris Fashion Week Autunno/Inverno 26.27

Ujoh collezione Autunno/Inverno 26: antitesi


In questa stagione, il concetto di antitesi prende forma attraverso una deliberata tensione tra forze opposte — sia strutturali che spirituali. Gli elementi distintivi di Ujoh, come la stratificazione precisa e i dettagli funzionali con lacci e linguette, rimangono presenti. Eppure sottilmente riconfigurati, come carichi di una nuova energia. La collezione prosegue il dialogo di lunga data del brand con la sartorialità, disciplina radicata nella prima esperienza di Nishizaki come modellista. La struttura rimane centrale, ma qui viene deliberatamente destabilizzata attraverso stratificazioni inaspettate e volumi fluidi.

I volumi si allentano, mentre le silhouette a trapezio vengono affilate da pannelli asimmetrici simili a mantelle. Un gesto particolarmente inventivo appare nel tailoring: bermuda in tessuto maschile a righe o tinta unita sono pieghettati lungo le cuciture laterali e sovrapposti direttamente a pantaloni lunghi coordinati. Il risultato è un ibrido — contemporaneamente sartoriale e rilassato — che incarna perfettamente il dialogo della collezione tra struttura e scioltezza.

Questo rigore concettuale si fonda su un approccio quasi artigianale al materiale. Fedele alla sua filosofia, il brand prosegue la sua profonda ricerca tessile, evidenziando questa stagione tessuti prodotti su un telaio Schöherr degli anni ’60 in Giappone. Funzionando cinque volte più lentamente dei macchinari moderni, il telaio produce tessuti con una superficie tattile distintiva. Un rallentamento deliberato che si contrappone in silenzio alla logica di velocità e sovrapproduzione che definisce gran parte dell’industria odierna. In un esempio sorprendente, un nastro di nylon argentato diafano è intrecciato nella lana nera, creando un effetto a quadri semitrasparente. Altrove, cappotti e gonne in nero profondo e melanzana sono rifiniti con frange tagliate a mano, introducendo un taglio volutamente imperfetto.

Eleganza ruvida e combinazioni inaspettate


I capi che ne derivano sono studi di eleganza ruvida. Abbondano combinazioni di tessuti inaspettate: pizzo delicato giustapposto al carattere utilitaristico di un giubbotto da aviatore in finta pelle scamosciata e pelliccia. Cerniere metalliche pesanti incidono linee grafiche su cappotti e top, funzionando non solo come chiusure ma come elementi scultorei che modellano la silhouette.

Un look a strati dalla collezione Antitesi alla Paris Fashion Week FW26. Ampi culottes neri sono abbinati a un cardigan blu con cerniera e stivali di pelle neri, mentre un gilet di pelliccia viola con cintura completa l'ensemble.
Ujoh – Paris Fashion Week Autunno/Inverno 26.27

La palette rimane contenuta — cioccolato, legno di rosa, verde felce e fico. Ma punteggiata da sprazzi di bianco ottico e beige presi in prestito dai tessuti sharkskin. Motivi a quadri ricorrenti evocano una sottile sensibilità grunge. Il riferimento agli anni Novanta è meno questione di nostalgia che di atteggiamento, espresso attraverso la stratificazione, la texture e una studiata nonchalance resa con inconfondibile precisione giapponese.

Al centro della stagione, una collaborazione con il duo giapponese DREAMS COME TRUE estende la collezione oltre la passerella. Disegnando i costumi di scena per il loro tour, Ujoh traduce il proprio linguaggio sartoriale nella performance. Capi selezionati della collezione emergono come dirette continuazioni di questo scambio tra abito e movimento.

Riflessioni finali


Il tema dell’antitesi nella collezione Autunno/Inverno 26 di Ujoh si estendeva persino al formato della sfilata. Rifiutando una sequenza fissa, i look apparivano in un ordine apparentemente personale. Come se fossero stati prelevati da un guardaroba vissuto da esplorare, piuttosto che un copione da seguire. Questa presentazione liberata incoraggiava il pubblico a considerare ogni capo individualmente. Un oggetto del desiderio a sé stante — pur appartenendo a un insieme coeso e meravigliosamente irrisolto.

In questo senso, l’antitesi smette di essere un semplice dispositivo stilistico per diventare un modo di pensare. Una negoziazione continua tra disciplina e rottura, precisione e istinto.

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