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Distruzione dei prodotti tessili invenduti: un divieto storico… con molte scappatoie

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Una svolta contro lo spreco: regole, deroghe e le sfide per una moda veramente circolare


L’Unione Europea ha messo fine a una delle pratiche più controverse nel mondo della moda: la distruzione sistematica dei prodotti tessili invenduti. A partire dal 19 luglio 2026, scatterà infatti il divieto per le grandi imprese di distruggere capi di abbigliamento, accessori e calzature invenduti. Un provvedimento che verrà esteso alle medie imprese a partire dal 2030.

La decisione, attuata attraverso il regolamento sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili (ESPR), mira a spezzare un paradosso insostenibile. In Europa, ogni anno, vengono distrutti dal 4% al 9% dei prodotti tessili, prima ancora di essere indossati. Questo genera 5,6 milioni di tonnellate di CO₂ – un impatto pari a quello dell’intera Svezia.

È in questo contesto che il provvedimento assume un valore centrale, inserendosi nella strategia UE per contrastare lo spreco di risorse, ridurre l’inquinamento e accelerare la transizione verso un’economia pienamente circolare. L’intento è chiaro: riconvertire gli invenduti verso circuiti virtuosi alternativi, come la rivendita scontata, le donazioni, la rigenerazione dei materiali o il riutilizzo creativo.

Deroghe: le scappatoie da vigilare


La Commissione ha previsto eccezioni al divieto, necessarie ma potenzialmente ambigue. Sarà possibile distruggere invenduti per:

  • Motivi di sicurezza, igiene o salute.
  • Danneggiamento irreparabile del prodotto.
  • Inadeguatezza tecnica al riciclo o riutilizzo.
  • Violazione di diritti di proprietà intellettuale.
  • Situazioni in cui la distruzione risulti l’opzione a minore impatto ambientale.

Parallelamente, da febbraio 2027, scatterà l’obbligo di dichiarare gli invenduti smaltiti tramite un formato di comunicazione standardizzato, per garantire trasparenza.

Proprio qui, però, si annidano i rischi maggiori. Definizioni come “inadeguatezza tecnica” o “minore impatto ambientale” sono elastiche e soggette a interpretazione. Senza linee guida chiarissime e un sistema di controllo rigoroso, potrebbero diventare scappatoie per aggirare lo spirito della legge. Il pericolo è che il problema economico e sociale venga semplicemente esportato, con capi di abbigliamento spediti fuori UE per essere smaltiti dove le regole sono meno severe, alimentando così il fenomeno del waste colonialism.

Tessile: un settore davvero “all’avanguardia”?


La commissaria per l’Ambiente, Jessika Roswall, ha definito il tessile “all’avanguardia nella transizione verso la sostenibilità”, pur riconoscendo che i dati “dimostrano la necessità di agire”.
Questa affermazione appare in forte tensione con la realtà:

  1. numeri dello spreco citati dalla stessa Commissione dipingono un settore arretrato, simbolo del modello “produci-usa-getta”.
  2. La necessità di una legge è la prova del fallimento dell’autoregolamentazione. Un settore davvero all’avanguardia non avrebbe bisogno di un divieto per fermare una pratica così dispendiosa.
  3. Le vere avanguardie (brand circolari, modelli di riuso) rimangono una nicchia rispetto al dominio del fast fashion e “lusso” di massa.

La dichiarazione è più un atto politico – per coinvolgere l’industria anziché criminalizzarla – che una descrizione fattuale.

La partita vera inizia ora


Questo divieto è un passo fondamentale, ma la sua efficacia non è scontata. Dipenderà da tre fattori cruciali:

  1. Linee guida stringenti che riducano al minimo l’ambiguità delle deroghe.
  2. Un sistema di controlli e sanzioni robusto e uniforme in tutta Europa.
  3. Una definizione di “distruzione” così ampia da coprire anche lo smaltimento camuffato da riciclo di bassissima qualità.

Riflessioni finali


In conclusione, il regolamento sulla distruzione dei prodotti tessili invenduti è un passo avanti fondamentale che cambia il paradigma normativo. 

L’UE ha tracciato la rotta verso un’industria della moda più circolare e responsabile. Ma la battaglia contro lo spreco si vincerà (o si perderà) nei dettagli dell’implementazione, nella vigilanza delle autorità e nella capacità di chiudere ogni possibile scappatoia. 

Le aziende sono ora chiamate a reinventare davvero il loro modo di gestire il valore dei prodotti e dei materiali, non solo a trovare nuovi modi per aggirare il problema dello smaltimento.

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Couture nell’era digitale: arte oltre l’algoritmo

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La haute couture sta diventando una comparsa per lo spettacolo digitale?


Cosa rappresenta la haute couture nell’era digitale: artigianalità, complessità e innovazione tecnica, o puro spettacolo? In un’epoca in cui giudichiamo tutto dallo schermo di un telefono, come possiamo mai apprezzare le centinaia di ore di lavoro manuale, il peso di un abito in seta su misura, l’architettura di una cucitura nascosta?

Piattaforme come 1Granary hanno acceso il dibattito, ponendo designer come Blazy e Anderson al centro di un dilemma contemporaneo della couture. Le silhouette di Anderson, elaborate, decorate con fiori, erano costruite per l’impatto. Una serie di pezzi forti progettati alla perfezione per lo sguardo digitale. Questo, a sua volta, ha alimentato la discussione sulla Chanel di Blazy: era vera couture, o ready-to-wear elevato? Definito “noioso” da alcuni, la sua collezione è stato un quieto manifesto a favore della vestibilità, del’aspetto tattile, di un’esperienza onirica. Ciò che è scivolato via nello scroll come un semplice tailleur, potrebbe aver richiesto settimane solo per tessere il tessuto.
Questo è l’oceano che separa un post da un’opera di alto artigianato: uno è progettato per la reazione, l’altro per la realtà.

Siamo chiari: la couture è la forma più alta della moda, ed è per definizione elitaria. Esiste per i pochi che possono permettersela. È una questione di ricchezza, non di rappresentazione. Eppure, il suo pubblico è ormai globale, e guarda attraverso uno schermo. Questo pubblico, anche se non può permettersela, la giudica.

Allora, cosa rappresenta la haute couture nell’era digitale, nell’era dei contenuti?

Perché le maison continuano? Perché l’Alta Moda è il motore definitivo del sogno. È marketing ad altissimo rischio, una bandiera artistica piantata per convalidare lo status di lusso dell’intero brand. Le sfilate in sé raramente sono redditizie, ma generano quel capitale culturale inestimabile che vende profumi, rossetti e borse.

È un paradosso brillante e necessario: creano l’irraggiungibile per vendere il prodotto in serie.

Questo ci porta alla tensione centrale: spettacolo contro sostanza. Quando un abito diventa virale, stiamo ammirando l’arte o consumando solo contenuto?

La couture è diventata una comparsa per il circo digitale, dove il fattore “wow” deve essere immediatamente leggibile in una miniatura?

Forse l’atto più radicale nella couture di oggi non è la stravaganza, ma l’integrità. È l’insistenza nell’esistere oltre lo scroll — in tre dimensioni, nel tempo, nella mano umana. Il lusso più grande che offre oggi potrebbe non essere il prezzo, ma la sua verità fisica e tangibile in un mondo di filtri e facciate.

Allora, importa se tiene vivi gli atelier? Assolutamente sì. Ma guardiamo più da vicino, oltre lo spettacolo. Il sogno vero non è solo l’abito in passerella; è la persistenza del mestiere in un’epoca usa e getta. È la mano che cuce, l’occhio che modella, l’arte che si rifiuta di essere appiattita.

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Ritratto della follia contemporanea

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Ti senti sopraffatto? Forse lo siamo tutti


Ritratto della follia contemporanea.
Milan Men’s Fashion Week.
Il discorso di Prada sulla sostenibilità.
Fare il nostro lavoro “al meglio” non cambia la realtà.
Non risolve nulla.
Un bambino di cinque anni arrestato negli Stati Uniti.
Cos’è l’innocenza nell’epoca della sorveglianza?
Ombre di gas lacrimogeni sui parchi giochi.
Dodicimila persone uccise in Iran —
il lutto misurato in hashtag, il silenzio nelle stanze della politica.
Il mondo scorre.
Paris Men’s Fashion Week.
Dior: qual è il senso?
Identità sconvolta, un tocco punk forse pensato per i clienti di altri brand.

Un ciclone, Harry, devasta la Sicilia —
il clima fuori controllo non fa più notizia.

Le passerelle brillano mentre le vite reali sanguinano fuori dal vetro.

A Minneapolis, il 24 gennaio, Alex Pretti, infermiere di terapia intensiva di 37 anni e cittadino statunitense, è stato ucciso da agenti federali dell’immigrazione durante le proteste in crescita contro un’operazione ICE — il secondo omicidio da parte di agenti federali in città in questo mese. Video e testimonianze mostrano che stava filmando e cercando di aiutare altri quando la situazione è degenerata, scatenando rabbia pubblica e avviando indagini e cause legali per il rifiuto di accesso alle prove e l’uso della forza.

La narrativa ufficiale e le prove si scontrano.
Le strade esplodono di indignazione.
I manifestanti reagiscono mentre le città tremano.

Le passerelle continuano:

modelli sotto i riflettori, silhouette ideali, tendenze future.
Nelle strade:
folla che marcia tra città ghiacciate, urlando,
“Vogliamo giustizia.”
“Vogliamo dignità.”

Un mondo gira nella couture,
l’altro sanguina sull’asfalto.

Israele conferma almeno 70.000 morti a Gaza
numeri diventati titoli, poi scroll.

Ma cos’è la vita senza empatia?
Cos’è la moda senza empatia?
Cos’è lo stile quando i corpi sono collateralità?
Quando i governi sparano ai propri cittadini?
Quando i bambini vengono detenuti?
O quando le guerre lontane contano i loro morti a migliaia?

E quando gli orrori diventano normalità e una guerra globale sembra più vicina?

Non è fantascienza futura.
È adesso.

Un ritratto della follia contemporanea.

Eppure — l’industria della moda parla dei must-have della prossima stagione.
Ti senti sopraffatto? Forse lo siamo tutti.

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Il dilemma del lusso: che cosa significa “fare bene il proprio lavoro” in un sistema rotto?

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Settimana della Moda Uomo FW26: analisi della dichiarazione di Miuccia Prada sulla sostenibilità


La Settimana della Moda Uomo Autunno/Inverno 2026/27 si è appena conclusa a Milano, riportando il dilemma del lusso prepotentemente al centro dell’attenzione. Al di là delle collezioni in sé, è emersa in particolare un’affermazione, un commento di Miuccia Prada sulla sostenibilità. Commento poi ampiamente condiviso.

In una stagione segnata dall’incertezza, molti brand hanno cercato rassicurazione nel passato, attraverso la nostalgia, o in audaci provocazioni contemporanee, mentre riconfermavano taglio e colore come ancore di significato. Al termine di una sfilata che rifletteva esplicitamente sul presente, Miuccia Prada e il co-designer Raf Simons hanno parlato alla stampa. La sostenibilità è entrata inevitabilmente nella conversazione.

Immagine astratta di un capo d'abbigliamento non riconoscibile e sfocato in secondo piano, sovrapposta a un codice a barre che recita "OVERPRODUCTION" (sovrapproduzione), a simboleggiare il dilemma del lusso al cuore del sistema moda.

Moda luxury e sostenibilità: pragmatismo contro idealismo


Miuccia Prada ha ribadito il suo impegno di lunga data nel fare il proprio lavoro in modo coscienzioso e nel perseguire l’eccellenza. Ha dichiarato:

“Sto cercando di fare il mio lavoro con serietà. Se volessimo essere davvero sostenibili dovremmo fermare tutto: niente auto, niente vestiti, nessun consumo. Dobbiamo essere onesti e fare il nostro lavoro al meglio che possiamo, portando creatività, qualità e consapevolezza.”

È un’affermazione avvincente, volutamente provocatoria — che mette a nudo la tensione tra idealismo e pragmatismo nel discorso sulla sostenibilità.

Titano dell’industria della moda di lusso e figura nota per le sue posizioni intellettuali e spesso contraddittorie, Prada delinea una dicotomia netta:

  1. L’ideale puro: una sostenibilità vera e assoluta richiederebbe l’arresto completo della vita industriale moderna. Niente auto, niente vestiti nuovi, niente consumo.
  2. La realtà pragmatica: poiché tale scenario è implicitamente ritenuto impossibile o inaccettabile, l’alternativa non è il ritiro, ma “fare bene il nostro lavoro”.

Il messaggio sottostante è chiaro: la perfezione diventa il nemico del miglioramento. Prada rifiuta un test di purezza paralizzante a favore di un’etica della responsabilità incrementale.

Il dilemma del lusso e le sue contraddizioni interne


Tuttavia, questa affermazione rivela anche una contraddizione più profonda.

1. Una difesa del sistema del lusso

Nel suo nucleo, la citazione funziona come una difesa del diritto di esistere dell’alta moda. Prada suggerisce che anche l’apice creativo e qualitativo del settore fallirebbe un test di sostenibilità assoluta. L’argomento implicito è: se il fast fashion è condannato, allora deve esserlo anche il lusso. In effetti il modello di sovrapproduzione è lo stesso. E se ciò accadesse, la società rischierebbe di perdere creatività, artigianalità, cultura.

2. Qualità e creatività come cortina fumogena

Per i brand del lusso, “qualità” (durata, materiali, maestria artigianale) e “creatività” (valore culturale e artistico) vengono ripetutamente invocate come giustificazioni etiche per una persistente produzione di massa. Ma questa cornice elude il problema centrale: il modello di business stesso.

Che si tratti di una camicetta in poliestere da 50 € o di una borsa in nylon da 5.000 €, l’industria del lusso dipende ancora da:

  • Cicli stagionali, che guidano una perpetua “novità” e l’obsolescenza del desiderio.
  • Un consumo guidato dal marketing, che crea bisogni simbolici piuttosto che utilitaristici.
  • Catene di approvvigionamento vaste e opache, con impatti ambientali e sociali a prescindere dalla qualità dei materiali.
  • Esclusività e scarsità fabbricate, fondamentalmente in contrasto con la logica anti-consumo a cui la stessa Prada fa riferimento.

All’interno di questa struttura, creatività e qualità non sono valori neutrali — sono spesso i veri motori del consumo.

Capo d'abbigliamento sfocato con codice a barre recante la scritta "OVERCONSUMPTION", a simboleggiare l'iperconsumo quale conseguenza del dilemma del lusso nella moda.

3. Onestà intellettuale contro realtà aziendale

C’è un’innegabile onestà nell’ammissione di Prada che la vera sostenibilità significherebbe “niente vestiti”. Nomina apertamente il conflitto al cuore della moda. Eppure la conclusione — “fare bene il nostro lavoro” — sembra un gioco di prestigio intellettuale.

Il problema si sposta dal cambiamento sistemico (sovrapproduzione, imperativi di crescita, pressione del marketing) all’etica individuale: il mio lavoro, il nostro lavoro. Così facendo, la responsabilità viene spostata dalla corporation e dai suoi meccanismi strutturali all’integrità personale.

Articolando l’argomento più radicale della critica — dovremmo fermare tutto — Prada si posiziona come la realista sobria. La critica viene riconosciuta, assorbita e poi liquidata come impraticabile. È una forma sofisticata di contenimento: riconoscere la scelta radicale per difendere uno status quo ammorbidito.

Ciò che il dilemma del lusso tralascia

  • Una falsa dicotomia
    Prada presenta una scelta tra la chiusura totale della civiltà e il business-as-usual con migliori intenzioni. Questo cancella il vasto terreno di mezzo: decrescita, sufficienza, sistemi circolari e innovazione radicale del modello di business.
  • Negazione della propria influeza
    In quanto direttrice creativa di un gruppo da miliardi di euro, Prada possiede un potere eccezionale per sperimentare nuovi modelli. Ritirarsi semplicemente nel “fare il mio lavoro” sottovaluta questa sua influenza. L’argomento potrebbe essere difendibile per una designer junior — molto meno per una delle figure più influenti della moda.

Riflessioni finali


Si potrebbe leggere la collezione stessa — abiti che appaiono vissuti ma sono nuovi di zecca — come un suggerimento implicito: usa ciò che hai già. È un rituale che troviamo sempre interessante alla fine di una sfilata di Prada, perché c’è sempre un messaggio che va al di là degli abiti. Ma la domanda più pressante rimane come costruire modelli genuinamente sostenibili per il business della moda.

Termini come decrescita o volumi di produzione più piccoli minacciano le stesse strutture che permettono ai brand del lusso di mantenere le loro cattedrali — architettoniche, simboliche ed economiche. E quindi rimangono per lo più non detti.

L’affermazione di Miuccia Prada finisce per diventare un manifesto rivelatore del dilemma del lusso. È intellettualmente lucida sul problema, ma filosoficamente conservatrice nella sua soluzione. Mobilita il linguaggio dell’etica — onestà, consapevolezza — per giustificare la preservazione di un sistema. Sistema che, per sua stessa ammissione, non può esistere entro i veri limiti planetari.

Concentrarsi sul “fare bene il proprio lavoro” all’interno di un modello rotto, anche con le migliori intenzioni di creatività e qualità, equivale a una forma di dissenso addomesticato. Critica i fini, ma difende ferocemente i mezzi.

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Scudo legale per il lusso: è questa la soluzione per porre fine allo sfruttamento dei lavoratori da parte dei grandi brand?

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Report Rai3: i laboratori della moda e il legame indissolubile tra lusso e abusi sul lavoro


Proprio mentre l’Italia era nel pieno della Milano Fashion Week Uomo, Report su Rai3 ha mandato in onda un’inchiesta durissima sullo sfruttamento del lavoro dietro i grandi brand che ora chiedono uno scudo legale per il lusso. Il tema di per sé non era nuovo: di recente, diversi media avevano già raccontato dei laboratori nascosti dietro la facciata del Made in Italy. Ciò che Report ha fatto di diverso è stato spingersi più in là, tentando di parlare direttamente con produttori, lavoratori e proprietari dei brand.

Tra le grandi figure interpellate, solo Diego Della Valle – presidente del Gruppo Tod’s (Tod’s, Hogan, Fay e Roger Vivier) – ha accettato di comparire in video. La sua apparizione, tuttavia, ha sollevato più interrogativi di quanti ne abbia sciolti. L’inchiesta ha rivelato che audit erano stati condotti nella filiera, ma Tod’s ne ha ignorato i risultati.

Alcuni commentatori hanno accusato Report di osare criticare un settore che rappresenta una fetta significativa del PIL italiano. Siamo fortemente in disaccordo. Quando un’industria opera, direttamente o indirettamente, in condizioni da sweatshop, esporla non è solo legittimo, è necessario.

Amministrazione giudiziaria e abusi sul lavoro


Diversi brand del lusso sono stati posti sotto amministrazione giudiziaria per non aver vigilato sullo sfruttamento del lavoro nelle proprie catene di fornitura.

Tra questi, Valentino Bags – società controllata da Valentino e responsabile della produzione delle borse del marchio – insieme a Loro Piana, Armani e Dior. In uno dei laboratori cinesi che producevano borse Valentino, i Carabinieri hanno trovato un bambino che giocava tra tessuti e macchinari industriali.

Nel luglio 2025, il tribunale di Milano ha disposto l’amministrazione giudiziaria per Loro Piana, il brand di abbigliamento italiano di fascia alta controllato da LVMH. Gli investigatori hanno scoperto che la produzione era stata affidata ad aziende che avevano subappaltato il lavoro a laboratori cinesi dove i lavoratori erano sfruttati.

Borse in pelle non finite in un laboratorio spoglio, rappresentano la produzione nascosta dietro i marchi del lusso in cerca di uno scudo legale.

Della Valle: “I laboratori cinesi non sono un nostro problema”


A ottobre, la Procura di Milano ha richiesto l’amministrazione giudiziaria preventiva per Tod’s SpA. L’indagine ha portato alla luce gravi violazioni dei diritti dei lavoratori lungo la catena di subfornitura responsabile della produzione delle merci del marchio. I pubblici ministeri hanno dichiarato che l’azienda era a conoscenza di queste pratiche. Ciò di conseguenza ha portato a un’indagine per caporalato.

In seguito a provvedimenti simili contro numerosi marchi della moda, il procuratore di Milano Paolo Storari ha anche chiesto per Tod’s una sospensione della pubblicità di sei mesi. Attraverso un’intervista esclusiva con Diego Della Valle, Report ha ricostruito la filiera del lusso. Come funziona? La produzione viene esternalizzata a ditte italiane prive di stabilimenti produttivi, che poi subappaltano a laboratori cinesi.

Della Valle ha sostenuto che la responsabilità non dovrebbe estendersi oltre il primo livello della filiera. Questa posizione è profondamente problematica. Se un brand affida la produzione a intermediari che a loro volta non producono nulla, cosa ci si aspetta che accada? E perché, in primo luogo, i brand scelgono questo modello?

Nel caso Tod’s, una delle questioni più gravi emerse è stata il mancato intervento su chiari risultati degli audit. I problemi erano stati identificati, ma volutamente ignorati.

Il tentativo di scudo legale per i brand del lusso


In questo contesto, l’articolo 30 del Disegno di Legge sulle Piccole e Medie Imprese – approvato dal Senato e in discussione alla Camera – ha tentato di esentare i grandi marchi della moda dalla responsabilità per i reati commessi lungo le loro catene produttive.

Definito ampiamente come uno scudo legale per il lusso, l’emendamento è stato infine ritirato a seguito delle proteste di sindacati, lavoratori e della Clean Clothes Campaign. Tornerà ora in Senato.

Durante la sua intervista a Report, il Ministro Adolfo Urso ha dichiarato che il caporalato in Italia è stato “portato dai cinesi”. Un’affermazione sconcertante, che sposta la colpa lontano dalle cause strutturali.

Addossare la colpa agli anelli più bassi – e più deboli – della catena ignora convenientemente chi fissa i prezzi, chi progetta le filiere e chi, in ultima analisi, beneficia dei costi di produzione più bassi.

Made in Chitaly: la testimonianza che spiega tutto


Uno dei momenti più potenti di Report è stata la testimonianza di Andrea Parisi, titolare di Spectre Srl, azienda specializzata nella rifinitura dei tacchi per calzature di lusso.

Fino a poco tempo fa, Spectre dava lavoro a 34-35 persone e lavorava per tutti i grandi brand del lusso. Oggi sono rimasti solo tre dipendenti.

Parisi ha spiegato come i brand appaltino il lavoro ad aziende che non possiedono macchinari, le quali a loro volta subappaltano – in nero – a laboratori cinesi in grado di produrre decine di migliaia di pezzi a prezzi economicamente impossibili in condizioni legali.

Un tacco pagato 0,80€ al pezzo (1,60€ a paio), ha spiegato, dovrebbe costare almeno il doppio. Questo meccanismo di prezzi spinge fuori dal mercato i produttori italiani in regola, privandoli di commesse, fatturato e manodopera qualificata.

“La perdita più grave”, ha detto Parisi, “è la nostra forza lavoro”. Fare concorrenza, ha spiegato, è impossibile a meno di non essere disposti a infrangere la legge.

Le parole più toccanti di Andrea Parisi:

“Il settore della moda in Italia non esiste più. Ma noi in questo momento non abbiamo neanche più le armi per lottare, come facciamo ad andare avanti? I nostri lavoratori devono mettersi in condizioni ‘modello Vietnam’? Ma dove siamo arrivati? Dietro al subappalto si nasconde il lavoro nero, si nasconde il precariato, lo sfruttamento. Va abolito, punto, ma va fatto domani mattina. È Made in Italy se si rispetta l’etica dei lavoratori. Oppure scrivete nei prodotti ‘Made in Italy 50%’, almeno raccontate la verità.”

Un sistema strutturale, non un’anomalia


L’idea di servire prodotti di lusso a tutti ha generato questo sistema. Il cosiddetto lusso democratico.

Come ha detto Della Valle: Noi viviamo perché la gente ci riconosce una qualità assoluta. Quanta gente si compra una mia borsa, un paio di scarpe? Molti hanno il denaro per farlo, poi c’è qualcuno che gli piace, non avrebbe il denaro, fa un sacrificio e a questa gente qui non gli puoi dire: “tu che ti fai un mazzo così per poterti comprare ‘sta robetta, questi qui sono dei paraculi”.

Quindi i brand offrono prodotti entry-price mentre, allo stesso tempo, tagliano i costi il più possibile per massimizzare i profitti. Diciamolo chiaramente: l’idea del lusso democratico è contraddittoria quanto la democrazia illiberale: non esiste. O è una cosa o è l’altra.

Come ha detto Luca Bertazzoni di Report:

“Il punto è che quelle ditte cinesi che la presidente Meloni dice di combattere sono ormai parte integrante del sistema e continuano ad essere richieste dai grandi marchi della moda per massimizzare i profitti. È il caso del signor Yang che avevamo incontrato un anno fa dopo che i carabinieri avevano trovato delle borse di Dior dentro il suo opificio di Opera dove venivano sfruttati i lavoratori”.

Gian Gaetano Bellavia – esperto di diritto penale dell’economia, ha spiegato ulteriormente: “L’italiano che prende l’appalto si tiene sempre il suo margine, è il cinese che deve contrarre il margine. Allora il cinese magari va dal pakistano, no? Che è più disgraziato del cinese.”

Questo sistema non si limita a borse o calzature, né è un’eccezione. Inoltre, non è solo una questione italiana – Dior è forse un marchio italiano? E non è LVMH propietaria di Loro Piana? Il problema è strutturale e globale. Per essere chiari, esiste anche al di fuori della moda. In ogni caso, questa estensione non è un fattore attenuante, ma aggravante.

Come ha notato Bellavia, è una “guerra tra poveri per servire i ricchi”. Chi sta in alto rimane in silenzio, protetto dalla distanza, dalla complessità e dall’ambiguità legale.

Riflessioni finali


In conclusione, questo sistema operativo non è nuovo. Come giovani donne che lavoravano nella moda alla fine degli anni ’90, ne abbiamo visto il consolidamento graduale. Per oltre vent’anni ha prevalso l’opacità. Se l’abbiamo visto noi, come è possibile che mai nessuno si è interrogato su cosa stesse accadendo?

Oggi, invece di smantellare il sistema, il governo italiano propone uno scudo legale per il lusso.

Ma quando i prodotti di lusso sono realizzati attraverso lo sfruttamento, chi è responsabile? L’ultimo anello della catena? Davvero? Oppure chi decide di massimizzare i profitti comprimendo i costi di produzione dall’alto verso il basso?

Se la manifattura italiana è stata decimata, la responsabilità è sia delle scelte politiche che delle strategie dei brand. Addossare la colpa dello sfruttamento del lavoro ai soli anelli più deboli della catena non è solo disonesto, è vergognoso.

Uno scudo legale non è la soluzione. Queste aziende hanno denaro, potere e struttura. Devono essere responsabili delle condizioni dei lavoratori e della realtà dietro i loro prodotti. Scegliere di ignorare significa rinunciare alla responsabilità.

Luca Bertazzoni ha indicato una direzione definitiva:

“Se l’alta moda rinunciasse alla catena di subappalti che le consente di fare profitti producendo a prezzi stracciati, potrebbero tornare a lavorare gli artigiani italiani nel rispetto dei diritti degli operai.”

Quindi, dimenticatevi lo scudo legale per il lusso. La vera soluzione è chiara: smantellare le catene di subappalto che permettono ai brand del lusso di trarre profitto dal lavoro a bassissimo costo. Solo allora gli artigiani italiani potranno tornare a lavorare in condizioni che rispettino la dignità e i diritti.

Etica. Equità. Pari opportunità.

E che i brand siano finalmente chiamati a rispondere.

Scudo legale per il lusso: è questa la soluzione per porre fine allo sfruttamento dei lavoratori da parte dei grandi brand? Leggi tutto »