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Un calendario ridotto per la London Fashion Week

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Perché i brand più piccoli stanno guidando il cambiamento


Il rallentamento del settore del lusso ha portato a un calendario ridotto per la London Fashion Week AI25/26, che si è svolta da giovedì 20 a lunedì 24 febbraio. Infatti, quest’anno, numerosi brand hanno scelto di ritirarsi o di reinventare completamente le proprie presentazioni.

Per decenni, il tradizionale calendario della moda, basato sulle sfilate biannuali di settembre e marzo, ha dettato i ritmi del settore. Ma i tempi stanno cambiando. Mentre i colossi del lusso restano ancorati ai loro calendari consolidati, sostenuti da budget aziendali, i brand più piccoli stanno riscrivendo silenziosamente le regole.

London Fashion Week AI25/26: un calendario ridotto


“Alcuni designer stanno tagliando i costi scegliendo di saltare le fashion week alternate, presentandosi solo una volta all’anno. Il sistema della moda, che prevedeva una nuova collezione ogni settembre e marzo, un tempo pilastro delle sfilate biannuali, sta lasciando il posto a un’era più fluida, dominata da atmospfere e microtendenze.” — Jess Cartner-Morley su The Guardian.

Come riporta The Guardian, i designer indipendenti stanno sempre più optando per un’unica sfilata annuale, privilegiando la creatività rispetto alla produzione incessante. Tuttavia, questo cambiamento non è solo una risposta alle pressioni finanziarie. È una ricalibrazione consapevole. Un numero crescente di brand riconosce che la richiesta continua di novità, un tempo linfa vitale della moda, ora sembra fuori sintonia con i tempi. Pertanto, abbracciano un approccio più ponderato e sostenibile, valorizzando artigianalità, longevità e una connessione più profonda con il proprio pubblico.

“Volevamo fare un passo indietro rispetto al formato tradizionale e creare uno spazio per conversazioni significative e esperienze condivise.” Così afferma Patrick McDowell, brand londinese di moda sostenibile di lusso, che ha ospitato una cena sulla terrazza dell’Aqua Nueva. “La moda riguarda tanto le persone che indossano i capi quanto i capi stessi. E siamo entusiasti di celebrare questo momento con la nostra grande famiglia di collaboratori, sostenitori e amici.”

Questa mossa è una risposta diretta a un’industria che, per anni, è stata guidata da una velocità frenetica. Infatti, l’ascesa di interminabili trend, accelerata dai social media, ha sfumato i confini tra le collezioni stagionali. Sommando a ciò l’instabilità economica e il rallentamento del lusso, ecco che il settore della moda si trova a un bivio.

Ridefinire l’industria della moda attarverso un cambiamento culturale


In questo panorama, dove i trend nascono e muoiono alla velocità della luce e i budget sono più ristretti che mai, i brand più piccoli trovano forza nel resistere alla pressione di uscire due volte l’anno. In altre parole, presentandosi una sola volta, offrono qualcosa di più significativo. Capi che trascendono i trend effimeri e aspirano a diventare senza tempo.

Al contrario, i conglomerati del lusso restano ancorati ai loro calendari consolidati. Il loro dominio si basa sullo spettacolo e sulla sovrapproduzione, elementi profondamente radicati nel formato biannuale. Eppure, la quieta rivoluzione guidata dai brand indipendenti segnala un cambiamento culturale più ampio. Il futuro della moda non risiede nel seguire vecchi schemi, ma nel ridefinirli.

Riflessioni finali: verso un nuovo ritmo per la moda


In conclusione, un calendario ridotto per la London Fashion Week AI25/26 potrebbe derivare da vincoli finanziari. Tuttavia ha anche evidenziato un’ondata di creatività. Lungi dall’essere un segno di debolezza, questo cambiamento rappresenta un modo più significativo di connettersi. Non si tratta solo della sfilata in sé, ma di come la conversazione può evolversi, di cosa può ispirare e di quali idee può far progredire.

Mentre il settore si trova di fronte a questo bivio, vale la pena chiedersi: il futuro della moda privilegerà la longevità rispetto all’eccesso? Se i brand più piccoli sono un indicatore, la risposta sta già prendendo forma. Precisamente attraverso una creatività deliberata, un design intenzionale e un impegno a ridefinire ciò che la moda può essere. Meno, ma meglio.

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Essere sustainability critic: cosa significa?

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Sfidare il greenwashing e rendere i brand responsabili


Oggi vogliamo esplorare il concetto di essere sustainability critic: avere un atteggiamento critico verso la sostenibilità. Cosa significa davvero? Significa ignorare del tutto la sostenibilità? O significa preoccuparsene così tanto da rifiutarsi di essere ingannati dalle aziende e dalle loro strategie di marketing?

La sostenibilità è spesso presentata come una soluzione chiave al cambiamento climatico. Ma possiamo davvero parlare di soluzioni? Il cambiamento climatico è già una realtà dura e irreversibile. Come afferma Rupert Read, la nostra unica possibilità è adattarci a un mondo di eventi climatici estremi.

Il senso di essere sustainability critic


Essere critici verso la sostenibilità significa guardare oltre le affermazioni superficiali e il greenwashing per valutare l’impatto reale di brand, politiche e movimenti. Si tratta di:

1. Mettere in discussione le narrazioni aziendali
2. Esporre le contraddizioni
3. Rendere le aziende responsabili delle loro dichiarazioni ambientali e sociali

Un critico della sostenibilità non si limita ad applaudire le iniziative “eco-friendly”. Piuttosto, si chiede: Questo è davvero sostenibile, o è solo un’altra strategia di marketing? Questo atteggiamento richiede curiosità, scetticismo e un impegno per la trasparenza.

Sostenibilità vs. realtà aziendale


Ieri mattina ci siamo imbattuti in questa notizia di The Business of Fashion:

“Patagonia, Nike e altri hanno tentato, senza successo, di eliminare lo sfruttamento del lavoro presso i principali fornitori taiwanesi.”
“Brand come Patagonia, Nike e Lululemon lavorano da anni per affrontare lo sfruttamento dei lavoratori migranti presso i principali fornitori di tessuti a Taiwan. Nonostante alcuni progressi, il problema persiste.”

Ma Patagonia non è il brand che si preoccupa davvero della sostenibilità? Almeno, questo è quello che affermano. Eppure, ancora una volta, il divario tra promesse aziendali e pratiche reali è enorme. Infatti, le loro azioni semplicemente non corrispondono alle loro parole.

La verità sulla moda sostenibile


Questo è esattamente il motivo per cui abbiamo bisogno di critici della sostenibilità. Si tratta di andare oltre la retorica aziendale, sfidare il greenwashing e pretendere standard etici reali.

La verità è semplice:

• Non c’è sostenibilità nella sovrapproduzione.

• Non c’è sostenibilità nel lavoro sfruttato.

E per i brand che continuano a promuovere le loro bugie sostenibili, esiste solo una risposta: questo è greenwashing.

Riflessioni finali


In conclusione, essere critici verso la sostenibilità — o adottare un approccio critico alla sostenibilità — è essenziale per evitare di essere ingannati dai brand e dalle aziende. Se vogliamo una sostenibilità autentica nella moda, dobbiamo andare oltre le promesse vuote e rendere i brand responsabili. È ora di ripensare il modo in cui consumiamo e pretendere una trasparenza radicale.

E tu? Hai un atteggiamento sustainability critic? Condividi i tuoi pensieri nei commenti!

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De Sarno lascia Gucci: una prospettiva diversa

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Il mandato precedente è valso la pena? E quale gioco stanno davvero facendo le corporation con la moda?


Mentre Sabato De Sarno lascia improvvisamente Gucci, il mondo della moda è in fermento con speculazioni sul futuro del brand. Ma oltre ai titoli dei giornali, il suo addio solleva domande più profonde sullo stato dell’industria del lusso e sul ruolo dei direttori creativi nel plasmare brand iconici. Mentre la maggior parte si concentra su chi prenderà le redini, noi ci poniamo una domanda diversa: qual è il vero scopo di questo gioco?

Mentre l’industria della moda rimane immersa in un gioco infinito delle sedie, che coinvolge attualmente altre maison come Dior e Fendi, non possiamo fare a meno di mettere in discussione le sue stesse fondamenta.

Nel caso di Gucci, ci chiediamo: il mandato precedente – l’era di Alessandro Michele – è valso la pena?

Ripercorrendo il percorso di Gucci prima di De Sarno


Alessandro Michele ha trasformato l’immagine di Gucci, imponendo la sua estetica — una visione caotica, ispirata ai mercatini delle pulci, dove tutto era possibile ma che aveva poco a che fare con l’eredità del brand. Peggio ancora, ha inondato il mercato con prodotti diventati ripetitivi, sovraesposti e alla fine invendibili, anche a prezzi scontati.

Quando il gioco è finito, Michele è stato licenziato. È stata una questione di ego piuttosto che di gestione ponderata, un fallimento nel rispettare la storia e i valori di Gucci.

Alla fine se n’è andato, ma il danno ormai era fatto. Infatti, l’eredità di Gucci si è persa, il suo mercato saturato da articoli come pantofole di pelo che nessuno voleva più.

L’arrivo di Sabato De Sarno


A De Sarno è stato affidato il compito di compiere un miracolo: ripulire il disastro in meno di due stagioni. Sfortunatamente, questo non è successo, e non per colpa sua. Ricostruire l’identità e il valore di un brand richiede tempo.

Ma per le corporation, il tempo è un lusso che non possono permettersi. Sono persino ignoranti riguardo alla moda; il denaro è il loro unico obiettivo. Pretendono risultati immediati, profitti immediati. E di fronte a un rallentamento del mercato del lusso, quei profitti non si sono materializzati.

A tal proposito, apprezziamo particolarmente la satira di Fecondazione Prada su Instagram:

“Grande azienda di lusso cerca nuovo capro espiatorio.
ehm… direttore creativo.”

Questo commento pungente coglie perfettamente la realtà di come i brand di lusso trattino spesso i direttori creativi come usa e getta, spostando la colpa quando le strategie falliscono.

Sull’addio di De Sarno a Gucci


Distruggere l’eredità di una casa di moda potrebbe essere sembrato un gesto audace, persino un gioco divertente. In realtà, è una scommessa pericolosa, che lascia cicatrici durature.

Mentre Sabato De Sarno lascia Gucci, non ci chiediamo chi lo sostituirà. Invece, rimaniamo a riflettere: qual era lo scopo del gioco di Michele? È valso la pena replicarlo a Valentino? E, in definitiva, quale gioco stanno davvero facendo le corporation con la moda?



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Apriamo il dialogo #formodernhumans

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The Boxy T-Shirt by Ujoh

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Moda minimalista, senza tempo e confortevole dal Giappone


Scopri la nostra selezione della settimana: The Boxy T-Shirt di Ujoh—una perfetta combinazione di minimalismo, artigianalità e stile.

Originario di Tokyo, Ujoh è rinomato per la sua sartorialità precisa e il suo approccio avanguardista all’abbigliamento quotidiano. Il brand sfuma i confini tra corpo e abito, creando capi visionari ma incredibilmente indossabili.

Genderless, senza tempo, confortevole, easy care e progettato con impeccabile attenzione per la vita moderna, questa maglia incarna tutto ciò in cui crediamo: #ForModernHumans

Scopri The Boxy T-Shirt by Ujoh


Il design
Una maglia a maniche lunghe con una silhouette boxy, scollo rotondo e orlo asimmetrico, dove il retro è leggermente più lungo per un tocco moderno. Gli spacchi laterali migliorano la libertà di movimento, garantendo comfort e versatilità.

Realizzata in cotone micro interlock, una versione più fine e compatta dell’interlock tradizionale, questa maglia è morbida, leggera, elastica e traspirante. Il risultato? Un design minimalista che bilancia perfettamente stile e funzionalità. Made in Japan.

image of the boxy t-shirt by Ujoh on bacl hanger; the loose shape knit is in ebony colour, the hemline is asymmetric, the back falls longer.
The Boxy T-Shirt by Ujoh


Il materiale
100% cotone: morbido, leggero, elastico e traspirante. La sua delicatezza lo rende piacevole a contatto con la pelle.

Il colore
Ebony – una tonalità di nero profondo e raffinato, simbolo di sofisticatezza e versatilità.

Istruzioni per la cura
Lavaggio a mano

STYLING TIPS
Senza tempo ed elegantemente essenziale, The Boxy T-Shirt è un capo versatile che si adatta perfettamente a ogni stagione. Ecco tre modi per indossarla:

• Effortless Chic – Abbinala a pantaloni sartoriali e mocassini eleganti per un look raffinato ma rilassato. Aggiungi un blazer strutturato per un sofisticato tocco extra.

• Minimalist Edge – Indossala con jeans a gamba larga e stivali con la suola robusta per un’estetica moderna e discreta. Completa il look con una borsa a tracolla e gioielli in argento minimalisti.

• Layered Comfort – Portala sopra un dolcevita aderente e sotto un trench leggero per un ensemble a strati dal design ricercato. Completa con pantaloni rilassati e sneakers classiche per un perfetto equilibrio tra forma e funzione.


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