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La moda non è più un lavoro per stilisti

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La nomina di Jaden Smith da Louboutin segnala una nuova priorità: il potere delle celebrità batte la preparazione tecnica


Appare sempre più chiaro che la moda non è più un lavoro per stilisti. Le nuove modalità di assunzione dell’industria ne sono la prova più lampante. La nomina di Jaden Smith — attore, rapper e nepo baby — a capo della divisione uomo di Louboutin non è un’anomalia; è un modello ricorrente. Segue lo stesso copione che ha portato Pharrell Williams da Louis Vuitton. Queste mosse non hanno nulla a che vedere con la competenza nel design; sono una risposta calcolata a una crisi più profonda. Ma abbiamo davvero bisogno di stilisti-celebrità?

Inseguendo l’hype al posto dell’eredità, l’industria affronta una crisi esistenziale


L’industria della moda di lusso è cambiata radicalmente. Un tempo dominio di stilisti visionari e maison a conduzione familiare, è stata rimodellata dalle forze del capitalismo moderno: marketing, algoritmi, l’infulenza del ritmo incessante del fast fashion e l’insaziabile domanda di crescita. In questo nuovo paradigma, il ruolo dello stilista si è ridotto, il suo mestiere relegato a un piano secondario rispetto a un nuovo obiettivo: il profitto. Il risultato è un’implosione: perdita di anima, significato e del DNA distintivo che un tempo differenziava un marchio dall’altro. Così il marketing ha ucciso la moda, eppure vanno avanti imperterriti.

Il capitalismo moderno ha eroso la percezione stessa del lusso. Quando i brand sono cresciuti fino a trasformarsi in monumentali “cattedrali”, con vasti network retail ed ego giganteschi da abbinare, hanno sacrificato il loro valore intrinseco per un’esclusività vuota. E una falsa scarsità. Questa crisi d’identità, unita all’instabilità economica globale, ha portato a un diffuso calo del lusso. Di conseguenza, i vestiti non si vendono più da soli.

Allora, qual è la soluzione per un profitto facile? Il potere delle star. Le celebrità sono la risposta pompata all’eccesso a un problema creato dall’industria stessa. Generano buzz immediato, attirano legioni di fan e creano momenti virali — una boccata d’ossigeno a breve termine per brand che faticano a ricordare la propria identità. O che semplicemente cercano di coprire i costi.

Stilisti: il paradosso della formazione nella moda


Tuttavia, questo cambiamento rende l’esistenza di prestigiose e carissime scuole di moda un paradosso profondo. Per esempio, una laurea in Fashion Design all’Istituto Marangoni di Milano costa circa da €21.550 a €25.900 l’anno per l’anno accademico 2026/2027, inclusa una quota annuale d’iscrizione di €4.000 e una tassa internazionale di €25.900 per studenti non UE. Per gli studenti europei, la retta annuale è intorno a €21.550.

Questo cambiamento crea un paradosso devastante: perché uno studente dovrebbe investire tali cifre per padroneggiare un mestiere che l’industria non valorizza più? Perché specializzarsi in un campo dove i posti migliori non vanno ai più competenti, ma ai più famosi?

L’artigianalità dietro l’hype: perché il design delle scarpe non è per dilettanti


Senza contare che, da un punto di vista tecnico, il design delle scarpe è molto più complicato di quello dell’abbigliamento. Le scarpe devono combinare estetica, ergonomia e durata. Richiedono conoscenza di forme, pelli, suole, cuciture e metodi di costruzione — cucitura incollata, Blake, Goodyear e altri ancora. Comfort, distribuzione del peso e movimento sono aspetti fondamentali, per cui il design si intreccia con ingegneria e biomeccanica. Inoltre, la produzione è più lenta e costosa da modificare.

Il design dell’abbigliamento è più ampio e guidato dalle tendenze, con complessità legate alla varietà e alla vestibilità. Il design delle scarpe, al contrario, è più circoscritto ma tecnicamente più intricato. Ogni millimetro conta per comfort e indossabilità. Le scarpe richiedono precisione, non popolarità. Ma la conoscenza non è un problema, a meno che tu non sia nessuno.

Considerazioni finali


In conclusione, la scelta è strategica. I brand privilegiano espansione e crescita rapida rispetto a eredità e artigianato. Non hanno bisogno di uno stilista; hanno bisogno di un titolo sui giornali. Questo spiega perché Louboutin ha scelto Jaden Smith. Per la sua vasta influenza, non certo per la sua conoscenza di forme e pellami.

È ormai chiaro che la moda non è più un lavoro per stilisti. La domanda urgente non è se questo sia vero, ma cosa significhi per il futuro della creatività stessa questa corsa senza anima all’inseguimento delle celebrità.


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La critica nel linguaggio contemporaneo: soggettività vs comprensione condivisa

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Come le parole cambiano significato tra cultura, moda e società


Mentre ci prepariamo ad assorbire l’ispirazione dalla Milano Fashion Week, ci ritroviamo a riflettere sulla critica nel linguaggio contemporaneo. Le parole devono rimanere confinate a una sfera soggettiva? Oppure possiedono anche una dimensione più ampia, condivisa? È una questione cruciale per raggiungere una comprensione reciproca — soprattutto in questi tempi molto divisivi.

La critica nella moda e nella cultura contemporanea


La critica è il processo di analisi, valutazione e giudizio. Implica il mettere in discussione le assunzioni, esaminare le prove e applicare criteri (estetici, etici, logici, ecc.).
Parole come critica — nella moda o altrove — esistono naturalmente in una tensione tra soggettività e comprensione condivisa.

Significato soggettivo

Ogni individuo, cultura o campo professionale può attribuire sfumature diverse al termine. Nella moda, per esempio, critica può significare una valutazione estetica attenta, un commento culturale o persino un’analisi di tipo commerciale. Per uno stilista, può sembrare un giudizio; per un accademico, è analisi; per uno scrittore, è contenuto.

Comprensione condivisa

Allo stesso tempo, la comunicazione richiede un terreno comune. Senza almeno un accordo di base (ad esempio, che critica significhi una valutazione oltre la mera descrizione), la parola perde chiarezza. Un discorso globale sulla moda — da Milano a Parigi, da Tokyo a Lagos fino a New York — necessita di una definizione condivisa affinché le idee possano circolare in modo significativo oltre i confini.

Il linguaggio: un ecosistema vivente


In pratica, nella moda come nella società in generale, il linguaggio funziona come un ecosistema vivente:

  • Le parole non sono mai statiche; evolvono con i cambiamenti culturali. Ad esempio, “queer” un tempo aveva un significato negativo, dispregiativo. Con il cambiamento culturale e sociale, è stato reclamato come termine di identità e di empowerment nelle comunità LGBTQ+.
  • Critica nella stampa fashion degli anni ’80 non significa la stessa cosa di critica nei reel di Instagram di oggi. Negli anni ’80 e ’90, si riferiva a recensioni strutturate di voci autorevoli (Suzy Menkes, Cathy Horyn, ecc.), pubblicate su giornali o riviste e in grado di influenzare la reputazione degli stilisti. Oggi, la critica è frammentata. Può essere una reazione di 15 secondi su TikTok, un saggio accademico sull’appropriazione culturale o la didascalia di un consumatore su Instagram. L’autorità si è decentralizzata e la critica si è estesa dal giudizio elitario al commento quotidiano. Persino il commento dei giornalisti appare annacquato.
  • La globalizzazione spinge verso un vocabolario condiviso, ma il contesto (regionale, professionale, generazionale) continua a caricare le parole di strati soggettivi. La parola “sostenibile”, ad esempio, è entrata nel lessico globale, soprattutto nella moda e nello stile di vita. Eppure il suo significato varia: per i policymaker si riferisce a impatti misurabili e regolamentazioni; per i brand, spesso diventa una narrazione di marketing; per i consumatori, può andare da “eco-friendly” a semplicemente “resistente”. La stessa parola è globalmente condivisa, ma continuamente ricaricata di significati soggettivi.

Linguaggio & social media

Questi significati in evoluzione non cambiano soltanto il linguaggio in teoria — rimodellano direttamente il modo in cui la critica funziona nella pratica, soprattutto sui social media, dove oggi si svolge gran parte del discorso sulla moda. Su queste piattaforme, il linguaggio è allo stesso tempo personale e pubblico, amplificando la tensione tra espressione soggettiva e comprensione condivisa.

Come ha osservato Paola Bonacini, Professoressa Associata di Geometria all’Università di Catania: “I social media sono lo specchio di quella piccola porzione di realtà, o falsità, che scegliamo intenzionalmente di mostrare al mondo.” Questa osservazione inquadra con precisione la cultura attuale.

Il ruolo della critica nella moda


Nella moda, la tensione tra significato soggettivo e comprensione condivisa si manifesta in modo evidente. La critica è passata dalle voci autorevoli dei critici affermati alle reazioni frammentate e istantanee delle piattaforme digitali. Nell’attuale economia dei “Like”, il feedback si quantifica in like, condivisioni e vendite. Il dissenso raramente viene articolato; appare invece come silenzio — una mancanza di interazione. C’è poco spazio per un’argomentazione critica e sfumata nei commenti dominati da “OMG!” o “Lo odio!”.

Qui, il collasso della critica illustra il pericolo di perdere sia la soggettività sia la comprensione condivisa: le voci individuali si riducono a emoji, mentre nessuna definizione collettiva di critica riesce a imporsi.

I brand hanno il terrore di alienare qualsiasi segmento di clientela. Prendere una posizione forte e dissenziente — ad esempio su temi politici o ambientali che potrebbero risultare controversi — è considerato dannoso per gli affari. È percepito come più sicuro rimanere neutrali. L’industria prospera sulle collaborazioni — stilista × fast fashion, brand × celebrità, brand × brand. L’etica è quella della celebrazione reciproca e della sinergia commerciale, non dell’esame critico. Criticare uno significa criticare tutti, quindi prevale il silenzio.

La moda ha perso non solo la sua identità, ma anche il suo senso della critica. Un solo stile, un solo schema, una sola mentalità. Nessuno spazio per il dissenso.

Il dissenso critico è quel dissenso ragionato, articolato e supportato da prove e analisi. È la forma più efficace e rispettata perché offre una prospettiva alternativa invece di un semplice rifiuto. Senza dissenso critico — argomentazioni ragionate che propongano alternative — non esiste forza capace di sfidare lo status quo.

Considerazioni finali


In conclusione, il significato delle parole non è mai fisso; si adatta ai contesti culturali mutevoli. Eppure, nel linguaggio contemporaneo, entrambe le dimensioni sono necessarie: soggettività e comprensione condivisa. Il significato soggettivo mantiene viva una parola, adattabile e aperta a reinterpretazioni, mentre la comprensione condivisa ancora il dialogo e fornisce un terreno comune.

Tuttavia, la moda è più di una vetrina di tendenze. È un palcoscenico in cui si misura la salute della critica — espressione soggettiva e discorso condiviso. Senza critici forti o stilisti disposti a dissentire dalla formula commerciale, il sistema moda non ha motivo di cambiare. Si limita a perpetuare gli stessi schemi sicuri e redditizi — che, tra l’altro, non funzionano più.

Con l’avvicinarsi della Milano Fashion Week, dovremmo riflettere sulla critica non solo come opinione soggettiva o vocabolario condiviso, ma come la forza che mantiene viva la moda — e il linguaggio stesso.


Il significato delle parole e il ruolo della critica sono in continua evoluzione. Cosa ne pensi? Sei d’accordo sul fatto che la moda abbia perso la sua capacità di dissenso critico?

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Andamento e previsioni dell’industria italiana della moda – 2025

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L’analisi della Camera Nazionale della Moda Italiana punta il dito contro l’incertezza dei dazi USA e prevede una ripresa solo parziale


In occasione della conferenza stampa odierna, la Camera Nazionale della Moda ha presentato un report sull’andamento e previsioni dell’industria della moda per il 2025.

Nel primo semestre del 2025, l’industria italiana della moda ha registrato una performance economica negativa. Si registra un calo generalizzato del fatturato, delle esportazioni e della fiducia dei consumatori. La principale causa di questa contrazione è identificata nell’incertezza generata dall’annuncio di nuovi dazi commerciali da parte degli Stati Uniti. L’ effetto è stato immediato, ancor prima della loro effettiva applicazione.

Performance negativa e fattori scatenanti


Il fatturato complessivo del settore ha subito un calo del -4,3% rispetto allo stesso periodo del 2024. Il peggioramento ha interessato sia i comparti principali (tessile, abbigliamento, pelletteria, calzature: -4,5%) che quelli “collegati” (gioielleria, occhialeria, cosmesi: -3,5%). Questi ultimi nell’anno precedente avevano parzialmente compensato le perdite. Parallelamente, le esportazioni sono diminuite del -5,5% nei primi cinque mesi dell’anno. Particolarmente colpita la gioielleria sia verso gli USA che i mercati intermedi (es. Turchia). Questo clima di incertezza ha anche deteriorato la fiducia delle famiglie italiane, riflettendosi in vendite al dettaglio ancora negative per abbigliamento e calzature.

Andamento dei prezzi e dinamiche commerciali


I prezzi all’ingrosso si sono stabilizzati nei settori core dopo i cali del 2024. Invece, sono cresciuti in cosmesi (+3,2%) e gioielleria (+9,1%). Al consumo, l’inflazione per abbigliamento e calzature (+0,8%) è rimasta contenuta e inferiore alla media nazionale. A fronte del calo delle esportazioni, le importazioni sono invece aumentate (+5,2% nei core, +2,6% nei collegati). Forte ripresa dei flussi dalla Cina (+19,3%). Il saldo commerciale, seppure positivo per 12 miliardi di euro, si è ridotto di 3,1 miliardi rispetto al 2024.

Andamento e previsioni per il 2025


Le previsioni per il resto dell’anno presuppongono un parziale adattamento delle imprese e un consolidamento dello scenario macroeconomico. Il Fondo Monetario Internazionale ha leggermente rivisto al rialzo le stime di crescita globale, mentre l’impatto dei dazi USA si è rivelato inferiore alle attese iniziali. Tuttavia, permangono incertezze sui consumi in Cina e nell’area Euro.
La previsione centrale per il fatturato 2025 dell’industria della moda italiana è una contrazione del -3,6%. Questo scenario potrebbe variare tra un -4% in caso di peggioramento delle tensioni commerciali e nessuna ripresa cinese, oppure un -3% se si verificassero una ripresa in Cina e condizioni monetarie più favorevoli.

Considerazioni finali


In conclusione, i dati della Camera Nazionale della Moda sull’andamento e le previsioni dell’industria per il 2025 dipingono il ritratto di un settore in affanno. La dipendenza eccessiva da dinamiche geopolitiche estere, come la politica dei dazi americani, rivela una vulnerabilità strategica profonda. L’industria si trova a dover navigare non solo un’economia incerta, ma anche un pericoloso divario tra la sua immagine di settore impeccabile e la cruda realtà dei numeri. La ripresa, sebbene prevista, non sarà automatica: richiederà più che adattamento; sarà necessaria una riprogettazione delle catene del valore e delle narrative di brand per un’era di nuovi protezionismi e instabilità.

I dati non sono solo numeri, sono un invito a un esame di coscienza collettivo.

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L’UE adotta nuove regole contro i rifiuti tessili e alimentari

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La misura affronta i milioni di tonnellate di rifiuti generati ogni anno nell’UE, con l’obiettivo di creare un’economia più circolare


In un passo importante verso l’economia circolare, il Parlamento europeo ha ufficialmente adottato nuove regole per affrontare i milioni di tonnellate di rifiuti generati dalle industrie tessili e alimentari.

La legislazione, che ha ricevuto il via libera definitivo ieri, punta direttamente a un enorme problema ambientale. Ogni anno, l’UE genera la cifra impressionante di 60 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari (pari a 132 kg pro capite) e 12,6 milioni di tonnellate di rifiuti tessili. Solo abbigliamento e calzature rappresentano 5,2 milioni di tonnellate, equivalenti a 12 kg di rifiuti pro capite all’anno. Attualmente, meno dell’1% di tutti i tessuti a livello mondiale viene riciclato in nuovi prodotti.

Rifiuti tessili e alimentari: misure chiave


Le misure principali della nuova legge includono:

Rifiuti alimentari

Gli Stati membri dell’UE devono rispettare obiettivi vincolanti entro il 2030 per ridurre gli sprechi alimentari del 10% nella trasformazione/produzione. Del 30% pro capite nel commercio al dettaglio, nella ristorazione e nelle famiglie. Devono inoltre facilitare la donazione di alimenti invenduti sicuri per il consumo umano.

Rifiuti tessili

Chi inquina paga.  Tutti i produttori che vendono tessili nell’UE devono coprire i costi di gestione dei loro rifiuti attraverso nuovi schemi di Responsabilità Estesa del Produttore (EPR). Un sistema pensato per rendere i marchi finanziariamente responsabili dell’intero ciclo di vita dei loro prodotti. In concreto:

  • Chi è interessato: Tutti i produttori (marchi, rivenditori, importatori) che immettono tessili sul mercato UE. Indipendentemente dalle dimensioni o dal fatto che abbiano sede dentro o fuori dall’UE. Questo include esplicitamente anche i rivenditori e-commerce.
  • Obbligo finanziario: I produttori saranno finanziariamente responsabili per i costi netti completi di raccolta, selezione, trasporto, preparazione al riuso e riciclo dei loro prodotti a fine vita.
  • Tempistiche: Gli Stati membri hanno 30 mesi dall’entrata in vigore della direttiva per istituire questi schemi EPR. Le microimprese hanno un anno in più per adeguarsi.
  • Ambito dei prodotti: Copertura ampia, che include abbigliamento, accessori, copricapi, calzature, coperte, biancheria da letto e da cucina, tende.
  • Targeting fast fashion: Gli Stati membri possono modulare le tariffe EPR in base alla sostenibilità dei prodotti (ad es. durabilità, riciclabilità). In particolare, sono incoraggiati a usare questo strumento per affrontare l’impatto ambientale dei modelli di business dell’ultra-fast e fast fashion, facendo pagare di più per i loro rifiuti sproporzionati.

Questo quadro normativo sposta fondamentalmente l’onere finanziario e operativo dei rifiuti tessili dai comuni e dai contribuenti ai produttori. Così, viene creato un forte incentivo economico per l’industria a progettare capi più durevoli, più riciclabili e a sostenere modelli di business circolari. In particolare, la legislazione consente ai paesi di colpire l’ultra-fast fashion adeguando i contributi finanziari per rendere queste pratiche meno redditizie.

La legge sarà formalmente firmata e pubblicata. Gli Stati membri avranno poi 20 mesi per recepire queste regole rivoluzionarie nella loro legislazione nazionale, ponendo le basi per un futuro più sostenibile.

Sfide e critiche potenziali: la scappatoia del fast fashion


Onere per PMI, microimprese e costi di conformità.
Le microimprese hanno un anno in più per adeguarsi. Tuttavia, i costi legati a monitoraggio, rendicontazione e versamento nei sistemi EPR possono risultare sproporzionatamente alti per piccoli stilisti e marchi rispetto ai grandi colossi.

Focus sul fine vita vs progettazione: riciclo vs riduzione.
La legislazione si concentra fortemente sulla gestione dei rifiuti una volta creati: raccolta, selezione, riciclo. Sebbene ciò sia cruciale, non impone direttamente una riduzione del volume di produzione, che è la causa principale del problema. Il modello fast fashion, basato su un ricambio sempre più rapido, può continuare. Finché i produttori pagano la tariffa di riciclo. Questa tariffa deve essere sufficientemente alta da incentivare davvero la progettazione di capi durevoli, riparabili e riciclabili fin dall’inizio.

Considerazioni finali


In conclusione, la nuova legge dell’UE sui rifiuti tessili e alimentari è forte nelle intenzioni, ambiziosa e necessaria. Ma i punti deboli risiedono principalmente nell’esecuzione.

  • L’uso di un linguaggio non vincolante per questioni cruciali come il fast fashion.
  • La storica difficoltà di armonizzare l’applicazione tra 27 paesi diversi.
  • Le sfide economiche e pratiche nel costruire un’economia circolare dalle fondamenta.

Il successo di questa direttiva non sarà misurato dalla sua approvazione, ma da come la Commissione europea e gli Stati membri sapranno affrontare queste sfide nel prossimo decennio.

È un primo passo potente, ma il percorso che ci aspetta è complesso.

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La mostra Inequalities alla Triennale mette in luce il legame tra colonialismo dei rifiuti e moda

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Come l’impatto della moda ridisegna città e paesaggi. Dallo spreco alla ricerca


Domenica scorsa abbiamo visitato la mostra Inequalities alla Triennale di Milano. La 24ª Esposizione Internazionale affronta una delle questioni più urgenti del nostro tempo: il drammatico aumento delle disuguaglianze globali. Andando oltre la semplice osservazione, mette in discussione le disparità che plasmano la nostra esistenza—economiche, etniche, geografiche e di genere. Ciò avviene attraverso potenti installazioni ed eventi. Il progetto si propone di mappare queste dinamiche complesse e mettere in evidenza idee politiche per un futuro in cui la differenza diventi una forza, ricomposta in nuove comunità vitali.

Come ha sottolineato il presidente Stefano Boeri, la mostra indaga come “immense ricchezze siano ormai concentrate nelle mani di pochi. E come, per milioni di persone nel mondo, nascere in povertà sia diventato un destino irreversibile.” Rivela inoltre come la disuguaglianza, “che sia ereditata alla nascita, incontrata lungo il cammino o plasmata dalle nostre azioni—incida sull’aspettativa di vita e sulla salute di ciascuno di noi.” È chiaro che include le sue manifestazioni più estreme, dai ghetti alle guerre.

La mostra inquadra questo complesso tema attraverso due lenti distinte: la geopolitica e la biopolitica della disuguaglianza.

Inequalities at Triennale Milano: Out of fashion - un'installazione realizzata con scarti di denim del mercato di Hedzranawoe a Lomé, in Togo.
Inequalities: Out of fashion

Inequalities & crisi dei rifiuti: il tuo guardaroba è un colonizzatore


Al piano terra, l’attenzione si sposta sulla scala geopolitica, in particolare sul mondo delle città. Questa sezione esamina le definizioni contemporanee di “ricchezza” e “povertà” e i ruoli significativi che esse svolgono nel plasmare gli ambienti urbani. Tra i partecipanti internazionali, il Togo ha presentato una interessante installazione: Out of Fashion, the Waste Lab. La sua tesi centrale e provocatoria: Your wardrobe is a colonizer. Collega direttamente i rifiuti dell’industria della moda alle dinamiche del colonialismo contemporaneo dei rifiuti.

Ogni anno, l’industria della moda genera circa 92 milioni di tonnellate di rifiuti tessili, gran parte dei quali viene esportata dal Nord globale al Sud globale. In Africa, questo “colonialismo dei rifiuti” aggrava il degrado ambientale e l’ingiustizia sociale, incidendo profondamente su paesaggi e città.

L’installazione Out of Fashion esplora le ingiustizie e i problemi ambientali causati da questa specifica forma di colonialismo dei rifiuti.

Prendendo il Togo e il mercato di Hedzranawoe a Lomé, come caso di studio, l’opera indaga come l’ eccesso di moda stia ridisegnando gli ambienti urbani. Come hub per l’abbigliamento di scarto nell’Africa occidentale, il mercato è diventato un microcosmo delle economie informali e delle pratiche di design innovative. Condizioni generate dalla crisi globale dei rifiuti. Qui i capi vengono venduti, modificati o trasformati in nuovi oggetti – come i parasole realizzati con scarti di denim. Queste pratiche dimostrano una resiliente cultura del riuso e dell’adattamento.

Culminando in un allestimento costruito con gli stessi rifiuti che critica – gli scarti tessili del mercato – Out of Fashion ridefinisce la narrazione. Tuttavia, non si limita a denunciare l’ingiustizia, ma incarna i principi di design rigenerativo che promuove. Mostrando la creatività nata dalla necessità a Lomé, traccia un percorso concreto. Cioè, il passaggio dallo spreco al consumo creativo e alla ricerca è non solo possibile, ma già in atto.

Considerazioni finali


Con Inequalities, la Triennale non pretende di esaurire l’argomento ma agisce come catalizzatore di riflessioni e possibili soluzioni. L’installazione Out of Fashion incarna perfettamente questa doppia missione. Realizzata con i rifiuti che denuncia, smaschera un sistema profondamente iniquo. Ma, allo stesso tempo, rivela la creatività che nasce in risposta. Ci ricorda che le disuguaglianze che ereditiamo o incontriamo possono anche essere trasformate – in vantaggi, in doni, in valore aggiunto per le nostre comunità future.

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