La settimana della moda si dipana tra visioni creative, costo crescente del lusso e una crisi di rilevanza
Dedicata a uno dei suoi padri fondatori, Giorgio Armani, la Milano Fashion Week SS26 è iniziata in un clima di forti contrasti: da un lato l’estetica e le visioni creative, dall’altro le ansie crescenti del settore. Questa tensione si è formalizzata il 24 settembre. Camera Moda ha riunito i top executive della moda italiana a Casa Cipriani per difendere il futuro del Made in Italy. Figure come Luigi Maramotti (Max Mara), Renzo Rosso (OTB), Remo Ruffini (Moncler), Alfonso Dolce (Dolce & Gabbana), Gildo Zegna e Lorenzo Bertelli (Prada) si sono unite a Carlo Capasa, presidente dell’istituzione. Scopo dell’incontro: sostenere la salvaguardia della filiera nazionale attraverso creatività, sostenibilità e una regolamentazione più severa.
In effetti, i debutti di Gucci, Jil Sander, Bottega Veneta e Versace hanno generato entusiasmo. Ma questa edizione racchiude l’eredità della moda italiana insieme alle sue sfide più pressanti.
L’atmosfera è vibrante, con i buyer in cerca di una direzione e gli stilisti che si sforzano di fornirla. Eppure, sotto la superficie, l’inquietudine è palpabile. Profonda instabilità economica, nessun piano B chiaro per i dazi di Trump, convivono con l’ombra persistente dello sfruttamento del lavoro. Le indagini ancora incombono su diverse case del lusso.
“Abbiamo un know-how immenso che risale a molto tempo fa e vogliamo difendere ciò che i nostri predecessori hanno costruito”, ha sottolineato Gildo Zegna. Indicando anche la necessità di controllare la produzione in mercati volatili. Renzo Rosso, nel frattempo, ha ribadito i pilastri di OTB: “creatività, sostenibilità e tecnologia”. Avvertendo inoltre che senza creatività, “un prodotto non è altro che un oggetto”.
Ma c’è anche tensione nella narrazione. Rosso invoca ottimismo, arrivando persino ad avvertire che “la negatività influisce sul traffico nei negozi”. Mentre Lorenzo Bertelli ha identificato nella disuguaglianza la minaccia più grande per il settore. Secondo Luigi Maramotti, “il consumatore è confuso” in un mondo dove gli sforzi di sostenibilità dell’Europa sono minati da standard divergenti altrove.
Le contraddizioni sono profonde. Carlo Capasa ha difeso il settore dalle accuse di illegalità diffusa. In particolare, ha citato i dati Istat che suggeriscono che circa il 2-3% della produzione coinvolge lavoro irregolare. Tuttavia, ha riconosciuto che è necessaria una nuova legislazione per regolamentare e proteggere la filiera. Questa è “la base per salvare il settore”.
Eppure, un’ammissione particolarmente forte rimane. Tempo fa, Miuccia Prada disse:
“La moda è per quando non si hanno problemi. Nel momento in cui qualcuno ha un problema di salute o c’è una guerra in corso, la moda non è sicuramente rilevante”.
Quella prospettiva si scontra con l’insistenza del settore sull’ottimismo come strategia di sopravvivenza. In un mondo segnato dalla guerra in Ucraina e dal genocidio a Gaza, l’invito della moda a “rimanere positivi” rischia di suonare disconnesso. In questo contesto, che sia NY, Londra, Milano o Parigi, siamo tutti sulla stessa barca.
Le sfilate continuano, tra estetica e ansie. Ma la domanda fondamentale rimane: qual è la responsabilità della moda davanti a una crisi di rilevanza, disuguaglianza e valore riconosciuta dai suoi stessi leader?