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La critica nel linguaggio contemporaneo: soggettività vs comprensione condivisa

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Come le parole cambiano significato tra cultura, moda e società


Mentre ci prepariamo ad assorbire l’ispirazione dalla Milano Fashion Week, ci ritroviamo a riflettere sulla critica nel linguaggio contemporaneo. Le parole devono rimanere confinate a una sfera soggettiva? Oppure possiedono anche una dimensione più ampia, condivisa? È una questione cruciale per raggiungere una comprensione reciproca — soprattutto in questi tempi molto divisivi.

La critica nella moda e nella cultura contemporanea


La critica è il processo di analisi, valutazione e giudizio. Implica il mettere in discussione le assunzioni, esaminare le prove e applicare criteri (estetici, etici, logici, ecc.).
Parole come critica — nella moda o altrove — esistono naturalmente in una tensione tra soggettività e comprensione condivisa.

Significato soggettivo

Ogni individuo, cultura o campo professionale può attribuire sfumature diverse al termine. Nella moda, per esempio, critica può significare una valutazione estetica attenta, un commento culturale o persino un’analisi di tipo commerciale. Per uno stilista, può sembrare un giudizio; per un accademico, è analisi; per uno scrittore, è contenuto.

Comprensione condivisa

Allo stesso tempo, la comunicazione richiede un terreno comune. Senza almeno un accordo di base (ad esempio, che critica significhi una valutazione oltre la mera descrizione), la parola perde chiarezza. Un discorso globale sulla moda — da Milano a Parigi, da Tokyo a Lagos fino a New York — necessita di una definizione condivisa affinché le idee possano circolare in modo significativo oltre i confini.

Il linguaggio: un ecosistema vivente


In pratica, nella moda come nella società in generale, il linguaggio funziona come un ecosistema vivente:

  • Le parole non sono mai statiche; evolvono con i cambiamenti culturali. Ad esempio, “queer” un tempo aveva un significato negativo, dispregiativo. Con il cambiamento culturale e sociale, è stato reclamato come termine di identità e di empowerment nelle comunità LGBTQ+.
  • Critica nella stampa fashion degli anni ’80 non significa la stessa cosa di critica nei reel di Instagram di oggi. Negli anni ’80 e ’90, si riferiva a recensioni strutturate di voci autorevoli (Suzy Menkes, Cathy Horyn, ecc.), pubblicate su giornali o riviste e in grado di influenzare la reputazione degli stilisti. Oggi, la critica è frammentata. Può essere una reazione di 15 secondi su TikTok, un saggio accademico sull’appropriazione culturale o la didascalia di un consumatore su Instagram. L’autorità si è decentralizzata e la critica si è estesa dal giudizio elitario al commento quotidiano. Persino il commento dei giornalisti appare annacquato.
  • La globalizzazione spinge verso un vocabolario condiviso, ma il contesto (regionale, professionale, generazionale) continua a caricare le parole di strati soggettivi. La parola “sostenibile”, ad esempio, è entrata nel lessico globale, soprattutto nella moda e nello stile di vita. Eppure il suo significato varia: per i policymaker si riferisce a impatti misurabili e regolamentazioni; per i brand, spesso diventa una narrazione di marketing; per i consumatori, può andare da “eco-friendly” a semplicemente “resistente”. La stessa parola è globalmente condivisa, ma continuamente ricaricata di significati soggettivi.

Linguaggio & social media

Questi significati in evoluzione non cambiano soltanto il linguaggio in teoria — rimodellano direttamente il modo in cui la critica funziona nella pratica, soprattutto sui social media, dove oggi si svolge gran parte del discorso sulla moda. Su queste piattaforme, il linguaggio è allo stesso tempo personale e pubblico, amplificando la tensione tra espressione soggettiva e comprensione condivisa.

Come ha osservato Paola Bonacini, Professoressa Associata di Geometria all’Università di Catania: “I social media sono lo specchio di quella piccola porzione di realtà, o falsità, che scegliamo intenzionalmente di mostrare al mondo.” Questa osservazione inquadra con precisione la cultura attuale.

Il ruolo della critica nella moda


Nella moda, la tensione tra significato soggettivo e comprensione condivisa si manifesta in modo evidente. La critica è passata dalle voci autorevoli dei critici affermati alle reazioni frammentate e istantanee delle piattaforme digitali. Nell’attuale economia dei “Like”, il feedback si quantifica in like, condivisioni e vendite. Il dissenso raramente viene articolato; appare invece come silenzio — una mancanza di interazione. C’è poco spazio per un’argomentazione critica e sfumata nei commenti dominati da “OMG!” o “Lo odio!”.

Qui, il collasso della critica illustra il pericolo di perdere sia la soggettività sia la comprensione condivisa: le voci individuali si riducono a emoji, mentre nessuna definizione collettiva di critica riesce a imporsi.

I brand hanno il terrore di alienare qualsiasi segmento di clientela. Prendere una posizione forte e dissenziente — ad esempio su temi politici o ambientali che potrebbero risultare controversi — è considerato dannoso per gli affari. È percepito come più sicuro rimanere neutrali. L’industria prospera sulle collaborazioni — stilista × fast fashion, brand × celebrità, brand × brand. L’etica è quella della celebrazione reciproca e della sinergia commerciale, non dell’esame critico. Criticare uno significa criticare tutti, quindi prevale il silenzio.

La moda ha perso non solo la sua identità, ma anche il suo senso della critica. Un solo stile, un solo schema, una sola mentalità. Nessuno spazio per il dissenso.

Il dissenso critico è quel dissenso ragionato, articolato e supportato da prove e analisi. È la forma più efficace e rispettata perché offre una prospettiva alternativa invece di un semplice rifiuto. Senza dissenso critico — argomentazioni ragionate che propongano alternative — non esiste forza capace di sfidare lo status quo.

Considerazioni finali


In conclusione, il significato delle parole non è mai fisso; si adatta ai contesti culturali mutevoli. Eppure, nel linguaggio contemporaneo, entrambe le dimensioni sono necessarie: soggettività e comprensione condivisa. Il significato soggettivo mantiene viva una parola, adattabile e aperta a reinterpretazioni, mentre la comprensione condivisa ancora il dialogo e fornisce un terreno comune.

Tuttavia, la moda è più di una vetrina di tendenze. È un palcoscenico in cui si misura la salute della critica — espressione soggettiva e discorso condiviso. Senza critici forti o stilisti disposti a dissentire dalla formula commerciale, il sistema moda non ha motivo di cambiare. Si limita a perpetuare gli stessi schemi sicuri e redditizi — che, tra l’altro, non funzionano più.

Con l’avvicinarsi della Milano Fashion Week, dovremmo riflettere sulla critica non solo come opinione soggettiva o vocabolario condiviso, ma come la forza che mantiene viva la moda — e il linguaggio stesso.


Il significato delle parole e il ruolo della critica sono in continua evoluzione. Cosa ne pensi? Sei d’accordo sul fatto che la moda abbia perso la sua capacità di dissenso critico?

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Andamento e previsioni dell’industria italiana della moda – 2025

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L’analisi della Camera Nazionale della Moda Italiana punta il dito contro l’incertezza dei dazi USA e prevede una ripresa solo parziale


In occasione della conferenza stampa odierna, la Camera Nazionale della Moda ha presentato un report sull’andamento e previsioni dell’industria della moda per il 2025.

Nel primo semestre del 2025, l’industria italiana della moda ha registrato una performance economica negativa. Si registra un calo generalizzato del fatturato, delle esportazioni e della fiducia dei consumatori. La principale causa di questa contrazione è identificata nell’incertezza generata dall’annuncio di nuovi dazi commerciali da parte degli Stati Uniti. L’ effetto è stato immediato, ancor prima della loro effettiva applicazione.

Performance negativa e fattori scatenanti


Il fatturato complessivo del settore ha subito un calo del -4,3% rispetto allo stesso periodo del 2024. Il peggioramento ha interessato sia i comparti principali (tessile, abbigliamento, pelletteria, calzature: -4,5%) che quelli “collegati” (gioielleria, occhialeria, cosmesi: -3,5%). Questi ultimi nell’anno precedente avevano parzialmente compensato le perdite. Parallelamente, le esportazioni sono diminuite del -5,5% nei primi cinque mesi dell’anno. Particolarmente colpita la gioielleria sia verso gli USA che i mercati intermedi (es. Turchia). Questo clima di incertezza ha anche deteriorato la fiducia delle famiglie italiane, riflettendosi in vendite al dettaglio ancora negative per abbigliamento e calzature.

Andamento dei prezzi e dinamiche commerciali


I prezzi all’ingrosso si sono stabilizzati nei settori core dopo i cali del 2024. Invece, sono cresciuti in cosmesi (+3,2%) e gioielleria (+9,1%). Al consumo, l’inflazione per abbigliamento e calzature (+0,8%) è rimasta contenuta e inferiore alla media nazionale. A fronte del calo delle esportazioni, le importazioni sono invece aumentate (+5,2% nei core, +2,6% nei collegati). Forte ripresa dei flussi dalla Cina (+19,3%). Il saldo commerciale, seppure positivo per 12 miliardi di euro, si è ridotto di 3,1 miliardi rispetto al 2024.

Andamento e previsioni per il 2025


Le previsioni per il resto dell’anno presuppongono un parziale adattamento delle imprese e un consolidamento dello scenario macroeconomico. Il Fondo Monetario Internazionale ha leggermente rivisto al rialzo le stime di crescita globale, mentre l’impatto dei dazi USA si è rivelato inferiore alle attese iniziali. Tuttavia, permangono incertezze sui consumi in Cina e nell’area Euro.
La previsione centrale per il fatturato 2025 dell’industria della moda italiana è una contrazione del -3,6%. Questo scenario potrebbe variare tra un -4% in caso di peggioramento delle tensioni commerciali e nessuna ripresa cinese, oppure un -3% se si verificassero una ripresa in Cina e condizioni monetarie più favorevoli.

Considerazioni finali


In conclusione, i dati della Camera Nazionale della Moda sull’andamento e le previsioni dell’industria per il 2025 dipingono il ritratto di un settore in affanno. La dipendenza eccessiva da dinamiche geopolitiche estere, come la politica dei dazi americani, rivela una vulnerabilità strategica profonda. L’industria si trova a dover navigare non solo un’economia incerta, ma anche un pericoloso divario tra la sua immagine di settore impeccabile e la cruda realtà dei numeri. La ripresa, sebbene prevista, non sarà automatica: richiederà più che adattamento; sarà necessaria una riprogettazione delle catene del valore e delle narrative di brand per un’era di nuovi protezionismi e instabilità.

I dati non sono solo numeri, sono un invito a un esame di coscienza collettivo.

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L’UE adotta nuove regole contro i rifiuti tessili e alimentari

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La misura affronta i milioni di tonnellate di rifiuti generati ogni anno nell’UE, con l’obiettivo di creare un’economia più circolare


In un passo importante verso l’economia circolare, il Parlamento europeo ha ufficialmente adottato nuove regole per affrontare i milioni di tonnellate di rifiuti generati dalle industrie tessili e alimentari.

La legislazione, che ha ricevuto il via libera definitivo ieri, punta direttamente a un enorme problema ambientale. Ogni anno, l’UE genera la cifra impressionante di 60 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari (pari a 132 kg pro capite) e 12,6 milioni di tonnellate di rifiuti tessili. Solo abbigliamento e calzature rappresentano 5,2 milioni di tonnellate, equivalenti a 12 kg di rifiuti pro capite all’anno. Attualmente, meno dell’1% di tutti i tessuti a livello mondiale viene riciclato in nuovi prodotti.

Rifiuti tessili e alimentari: misure chiave


Le misure principali della nuova legge includono:

Rifiuti alimentari

Gli Stati membri dell’UE devono rispettare obiettivi vincolanti entro il 2030 per ridurre gli sprechi alimentari del 10% nella trasformazione/produzione. Del 30% pro capite nel commercio al dettaglio, nella ristorazione e nelle famiglie. Devono inoltre facilitare la donazione di alimenti invenduti sicuri per il consumo umano.

Rifiuti tessili

Chi inquina paga.  Tutti i produttori che vendono tessili nell’UE devono coprire i costi di gestione dei loro rifiuti attraverso nuovi schemi di Responsabilità Estesa del Produttore (EPR). Un sistema pensato per rendere i marchi finanziariamente responsabili dell’intero ciclo di vita dei loro prodotti. In concreto:

  • Chi è interessato: Tutti i produttori (marchi, rivenditori, importatori) che immettono tessili sul mercato UE. Indipendentemente dalle dimensioni o dal fatto che abbiano sede dentro o fuori dall’UE. Questo include esplicitamente anche i rivenditori e-commerce.
  • Obbligo finanziario: I produttori saranno finanziariamente responsabili per i costi netti completi di raccolta, selezione, trasporto, preparazione al riuso e riciclo dei loro prodotti a fine vita.
  • Tempistiche: Gli Stati membri hanno 30 mesi dall’entrata in vigore della direttiva per istituire questi schemi EPR. Le microimprese hanno un anno in più per adeguarsi.
  • Ambito dei prodotti: Copertura ampia, che include abbigliamento, accessori, copricapi, calzature, coperte, biancheria da letto e da cucina, tende.
  • Targeting fast fashion: Gli Stati membri possono modulare le tariffe EPR in base alla sostenibilità dei prodotti (ad es. durabilità, riciclabilità). In particolare, sono incoraggiati a usare questo strumento per affrontare l’impatto ambientale dei modelli di business dell’ultra-fast e fast fashion, facendo pagare di più per i loro rifiuti sproporzionati.

Questo quadro normativo sposta fondamentalmente l’onere finanziario e operativo dei rifiuti tessili dai comuni e dai contribuenti ai produttori. Così, viene creato un forte incentivo economico per l’industria a progettare capi più durevoli, più riciclabili e a sostenere modelli di business circolari. In particolare, la legislazione consente ai paesi di colpire l’ultra-fast fashion adeguando i contributi finanziari per rendere queste pratiche meno redditizie.

La legge sarà formalmente firmata e pubblicata. Gli Stati membri avranno poi 20 mesi per recepire queste regole rivoluzionarie nella loro legislazione nazionale, ponendo le basi per un futuro più sostenibile.

Sfide e critiche potenziali: la scappatoia del fast fashion


Onere per PMI, microimprese e costi di conformità.
Le microimprese hanno un anno in più per adeguarsi. Tuttavia, i costi legati a monitoraggio, rendicontazione e versamento nei sistemi EPR possono risultare sproporzionatamente alti per piccoli stilisti e marchi rispetto ai grandi colossi.

Focus sul fine vita vs progettazione: riciclo vs riduzione.
La legislazione si concentra fortemente sulla gestione dei rifiuti una volta creati: raccolta, selezione, riciclo. Sebbene ciò sia cruciale, non impone direttamente una riduzione del volume di produzione, che è la causa principale del problema. Il modello fast fashion, basato su un ricambio sempre più rapido, può continuare. Finché i produttori pagano la tariffa di riciclo. Questa tariffa deve essere sufficientemente alta da incentivare davvero la progettazione di capi durevoli, riparabili e riciclabili fin dall’inizio.

Considerazioni finali


In conclusione, la nuova legge dell’UE sui rifiuti tessili e alimentari è forte nelle intenzioni, ambiziosa e necessaria. Ma i punti deboli risiedono principalmente nell’esecuzione.

  • L’uso di un linguaggio non vincolante per questioni cruciali come il fast fashion.
  • La storica difficoltà di armonizzare l’applicazione tra 27 paesi diversi.
  • Le sfide economiche e pratiche nel costruire un’economia circolare dalle fondamenta.

Il successo di questa direttiva non sarà misurato dalla sua approvazione, ma da come la Commissione europea e gli Stati membri sapranno affrontare queste sfide nel prossimo decennio.

È un primo passo potente, ma il percorso che ci aspetta è complesso.

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Fashion retail – un modello in frantumi: dalla crescita al collasso

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La crisi globale mette a nudo un sistema incapace di adattarsi. Ma può l’industria della moda sopravvivere ai propri eccessi?


Dalla boutique italiana Luisa Via Roma che chiede la protezione del tribunale, all’e-tailer canadese Ssense che presenta istanza di fallimento, emerge uno schema chiaro: il modello tradizionale dei fashion retail è in frantumi. Infatti, le stesse falle strutturali accomunano i retailer moda di tutto il mondo, sia fisici che digitali. Ma si tratta solo degli effetti di una crisi economica o è un modello di business ormai giunto alla fine?

Fashion retail: cosa è andato storto?


Prendiamo Luisa Via Roma. Un tempo pioniera dell’e-commerce multimarca, recentemente aveva aperto un negozio a New York e una sede a Milano. Ora, l’azienda fiorentina sta cercando protezione dai creditori in base alla legge fallimentare. Ma cosa è andato storto? La direzione cita il rallentamento del lusso, i dazi statunitensi, l’aumento dei costi di trasporto, ed errori strategici. Pertanto, chiude la sede milanese.

Tuttavia non sono soli. Anzi, si aggiungono a una triste lista di vittime recenti che illustra un modello in frantumi:

  • Matches Fashion: la piattaforma di e-commerce di lusso ha cessato tutte le operazioni il 30 giugno 2024. Il suo proprietario, Frasers Group, l’aveva acquisita alla fine del 2023, e messa in amministrazione controllata già a marzo a causa di perdite insostenibili. Il collasso ha lasciato marchi e clienti nell’incertezza, evidenziando i pericoli del lusso online.
  • Farfetch: il marketplace di lusso è stato salvato da un fallimento imminente grazie a un’acquisizione last-minute da parte di Coupang. L’azienda sudcoreana che ha fornito 500 milioni di dollari ora sta tagliando i costi, chiudendo unità non redditizie e vendendo asset per stabilizzare le proprie finanze. Il tutto per tornare alla redditività dopo gravi difficoltà economiche.
  • Net-a-Porter: il gigante del settore è stato venduto dalla casa madre Richemont al rivale Mytheresa. Le informazioni attuali si concentrano sui piani e gli obiettivi strategici di Mytheresa più che sulle performance post-acquisizione. Infatti, non ci sono report aggiornati, e il successo dell’integrazione resta da verificare.
  • Ssense: il retailer canadese ha annunciato l’intenzione di chiedere la protezione fallimentare a causa dei dazi statunitensi e della cancellazione del de minimis. Ma il declino era in atto da anni. L’azienda è stata schiacciata da una liquidità sempre più ridotta e da scarsi ritorni sugli investimenti fatti durante la pandemia. Soprattutto, il suo modello data-driven e costantemente in saldo, ha perso appeal e competitività agli occhi di un pubblico volatile.

Fashion retail: come la sovrapproduzione e la cultura dello sconto hanno portato alla crisi


Così la strategia commerciale dei retailer fashion è diventata un circolo vizioso: una selezione infinita di capi – inclusi, ironicamente, quelli sostenibili – unita a sconti frequenti e consistenti. Seppur intrappolati dal calo delle vendite, insistono sulle stesse pratiche che li stanno affossando: ordinare stock eccessivi e basarsi su promozioni costanti, accelerando così la loro corsa verso il fondo.

Questa strategia funziona? No. Vediamo qualcosa di diverso? Nemmeno.

In definitiva, i retailer di moda fanno parte di un’industria che non vuole cambiare. Ne avevamo parlato qui.

Considerazioni finali


Indubbiamente, questi sono anni difficili per il fashion retail. Le fondamenta dell’industria stanno crollando, portando alla luce un problema sistemico profondo. Eppure, la risposta sia nei negozi fisici che online resta sempre la stessa. Quale? spazi colmi di enormi assortimenti e ribassi perpetui.

Quindi, la domanda è inevitabile: può la ricerca di mere boccate d’ossigeno finanziarie – da investitori o dai tribunali – senza un autentico cambiamento strutturale, mai condurre a un successo duraturo?

Per quanto tempo l’industria della moda potrà continuare a promuovere capi prodotti in massa da brand sempre più privi di significato?

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Inquinamento da plastica: falliscono i colloqui per il trattato globale dopo 11 giorni

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Le nazioni non trovano un accordo sui limiti alla produzione e sui controlli chimici, ritardando una cruciale soluzione alla crisi della plastica


Il primo trattato giuridicamente vincolante al mondo sull’inquinamento da plastica è stato rinviato. Infatti, 11 giorni di intensi negoziati si sono conclusi senza un accordo. I delegati di 184 paesi, riuniti a Ginevra fino al 15 agosto 2025, non sono riusciti a colmare le loro divergenze su misure fondamentali. Tra cui un limite globale alla produzione di nuova plastica e regole vincolanti sulle sostanze chimiche tossiche. Probabilmente i colloqui verranno ripresi. Ma la crisi della plastica rimane senza una soluzione globale coordinata per il prossimo futuro.

Inquinamento da plastica: i punti chiave del disaccordo


Le questioni più divisive che hanno portato allo stallo sono state:

  • Limiti alla produzione di plastica: è emersa una profonda spaccatura tra le nazioni che spingono per limiti giuridicamente vincolanti alla produzione di plastica e quelle che vi si oppongono.
  • Sostanze chimiche tossiche: i colloqui si sono bloccati sulla questione se imporre controlli globali e giuridicamente vincolanti sulle sostanze chimiche pericolose utilizzate nella produzione della plastica.
  • Finanziamento: non c’è stato consenso su come finanziare l’attuazione del trattato, in particolare per sostenere le nazioni in via di sviluppo.
Inquinamento da plastica in una zona costiera naturale. Photo credit: Antoine GIRET

Photo credit: Antoine GIRET

Frustrazione e accuse


Il mancato accordo ha scatenato forti reazioni tra i delegati. La ministra francese per la transizione ecologica, Agnès Pannier-Runacher, ha dichiarato alla sessione finale di essere “arrabbiatissima perché, nonostante i genuini sforzi di molti e i veri progressi nelle discussioni, non sono stati ottenuti risultati tangibili.“

Ha sottolineato l’urgenza, affermando: “Ogni anno, milioni di tonnellate di plastica finiscono in natura, scomponendosi in particelle invisibili che entrano nel nostro cibo, nella nostra acqua e nella nostra aria. Le prove scientifiche e mediche sono chiare: la plastica uccide. Avvelena i nostri oceani, i nostri suoli e, in ultima analisi, i nostri corpi.”

In un apparente riferimento alle nazioni produttrici di petrolio, il delegato della Colombia, Haendel Rodriguez, ha affermato che un accordo era stato “bloccato da un piccolo numero di stati che semplicemente non volevano un accordo.” Ciò coincide con i rapporti secondo cui paesi come l’Arabia Saudita insistevano affinché i negoziati si concentrassero esclusivamente sul riciclo e sulla gestione dei rifiuti. E quindi non sull’ affrontare le cause alla radice: ridurre la produzione di plastica e regolamentare i suoi ingredienti tossici.

Questa opposizione era attesa. Diplomatici e attivisti per il clima avevano già avvertito che gli sforzi guidati dall’Unione Europea e dai piccoli stati insulari per limitare la produzione di plastica vergine – un prodotto dell’industria dei combustibili fossili – incontravano una forte resistenza da parte delle nazioni produttrici di petrolio e degli Stati Uniti.
(Fonte: Reuters e The Guardian)

Quali sono le prossime tappe?


I colloqui sono stati sospesi, non terminati, con l’aspettativa di riprendere in una data futura. Tuttavia, il fallimento solleva una questione cruciale: è mai possibile un accordo significativo in mezzo all’instabilità globale e a interessi economici contrastanti?

Il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) continuerà a esplorare le strade per le discussioni future,. Potenzialmente includendo un rapporto sui colloqui all’Assemblea delle Nazioni Unite per l’Ambiente in Kenya questo dicembre. Per ora, i delegati sono lasciati con una diffusa delusione per il fatto che una svolta su questa importante questione ambientale rimanga fuori portata.

Perché è importante


Questi negoziati sono stati acclamati come alcuni dei più consequenziali colloqui ambientali dall’Accordo di Parigi sul clima. Gli esperti hanno sottolineato l’urgente necessità di un trattato, evidenziando i profondi pericoli dell’inquinamento da plastica per la salute umana e planetaria. (Leggi qui.)

Inquinamento da plastica e il legame inevitabile con l’industria della moda


Dobbiamo sapere se c’è una correlazione con la moda? Naturalmente sì.

Il poliestere è plastica. Derivato dal petrolio, questa fibra sintetica economica è il materiale più abbondantemente utilizzato dai brand del fast fashion. Le sostanze chimiche tossiche e i processi produttivi dibattuti a Ginevra sono intrinsechi alla creazione di innumerevoli capi d’abbigliamento. Capi che invadono il mercato ogni stagione in quantità eccessive. Il fallimento del trattato ha un impatto diretto sulla responsabilità dell‘industria della moda per la sua impronta ambientale.

Un appello all’azione: cosa possiamo fare ora?


Senza un accordo multilaterale vincolante, la responsabilità si sposta. Mentre continuiamo a spingere i nostri leader per una soluzione globale, non possiamo aspettare. Dobbiamo:

  • Supportare i brand impegnati nel cambiamento: scegliere aziende che siano trasparenti sulle loro filiere. E che utilizzino materiali riciclati, circolari e naturali.
  • Pretendere legislazioni: fare pressione per leggi nazionali e locali forti che vietino la plastica monouso. E che rendano i produttori responsabili dei loro rifiuti. Ossia, il principio del “chi inquina paga”.
  • Cambiare le nostre abitudini: abbracciare i principi di “ridurre, riutilizzare e riciclare” nei nostri guardaroba. Comprare meno, scegliere bene e allungare la vita dei nostri vestiti.

Il fallimento dei colloqui è un battuta d’arresto, ma non può essere una scusa per l’inazione. Il potere di pretendere un cambiamento non è mai stato così critico.

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