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Il dilemma del marketing: il paradosso dei desideri contro le necessità

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Dare alla gente ciò che vuole — o capire di cosa ha bisogno il pianeta? E poi, agire di conseguenza?


Il dilemma del marketing — desideri contro necessità — è un vero paradosso.
Gli esperti di marketing predicano una regola d’oro: dai alla gente ciò che vuole. Nello specifico, empatizza così profondamente con il tuo pubblico da anticiparne i desideri.

Il fast fashion obbedisce, inondando il mercato di abiti economici e usa-e-getta. Ironia della sorte, anche i brand di lusso seguono lo stesso modello. Gli altri settori — dai cosmetici alla tecnologia — non sono da meno.

Ma questo mantra dei “desideri prima di tutto” ha un lato oscuro: sovrapproduzione, spreco e illusioni greenwashed.

Se il marketing è basato sull’empatia, perché alimenta un sistema che danneggia le persone e il pianeta? O l’empatia è solo la nuova frontiera del lavaggio del cervello?

Soprattutto, nel nostro lavoro quotidiano, dovremmo assecondare i desideri, o ciò che ha senso di fronte al collasso climatico e alla disgregazione sociale?

La trappola del marketing: perché “dare alla gente ciò che vuole” fallisce nella moda


L’industria funziona con una formula semplice: identifica il desiderio, amplificalo, monetizza. Ma e se il desiderio stesso fosse manipolato?

  • L’illusione della scelta:
    I consumatori si sentono appagati perché possono permettersi prodotti infiniti. Comprare di più = felicità. Ma stanno davvero scegliendo, o sono solo pedine in un gioco truccato? La verità? Un sistema basato su sfruttamento e ingiustizia offre contentini— prezzi bassi, trend effimeri — per nascondere i danni.
  • La fantasia della pubblicità:
    Il fast fashion vende “lusso per tutti”, mentre i brand di lusso imitano la velocità del fast fashion. Entrambi si affidano alla stessa bugia: “Hai bisogno di questo—e te lo meriti”. Vendono illusioni di lusso, esclusività e sostenibilità, mentre sfornano prodotti realizzati sfruttando i lavoratori e distruggendo per il pianeta.
  • Il loop della dopamina:
    Social media, sconti lampo e FOMO (Fear Of Missing Out, cioè la paura di perdersi qualcosa) trasformano lo shopping in una dipendenza. Il consumo guidato dalla dopamina spinge la gente a comprare. L’algoritmo vince; il pianeta perde.

Il dilemma del marketing: Profitto vs. reinvenzione


Ecco il punto: profitto o reinvenzione?
I brand che puntano sulla sostenibilità si rivolgono a una nicchia. Ma affrontano una dura realtà: l’etica non scala come lo sfruttamento.

Anzi, la penalità dell’essere di nicchia è chiara. La sostenibilità richiede decrescita. Significa margini più stretti, crescita lenta e l’allontanamento dei consumatori di massa. Persino i consumatori “consapevoli” spesso tornano alle soluzioni economiche.

Cosa fare allora? Aumentare i prezzi? Ridurre le scorte? Rischiamo di diventare “irrilevanti” in un mondo abituato a novità infinite.

Nella nostra esperienza, passare da una vasta selezione di brand internazionali a una selezione ristretta di capi significativi ha ridotto i profitti. Pochi capiscono il valore di una selezione senza fuffa La maggioranza cerca ancora prezzi bassi, a prescindere dal costo umano o ambientale.

Ma di chi è la colpa? Dei brand che manipolano i desideri? Dei consumatori che li assecondano? O del marketing che si rifiuta di sfidare lo status quo? O che finge di farlo?

Il marketing può rompere il ciclo?


Gli stessi strumenti che hanno creato questo caos potrebbero risolverlo, se usati diversamente.

• Primo, ridefinire il “desiderio”: E se il marketing creasse domanda per durabilità, non per l’usa-e-getta?
• Secondo, l’onestà come strategia: Produzioni limitate, lentezza e imperfezione sono virtù.

Ma funzionerà per il mainstream? Vale la pena provare. Noi ci stiamo provando. Eppure temiamo che il sistema stesso —sfruttatore e rigido — soffochi chi non si adegua.

Considerazioni finali: lo specchio si è incrinato


Di fronte al cambiamento climatico, il dilemma del marketing — desideri contro necessità — si rivela un vero paradosso. Il paradosso di preservare un sistema economico che si regge sullo sfruttamento del pianeta. Un sistema che persiste nonostante generi disuguaglianze atroci e disgregazione sociale.

Eppure abbiamo capito che ciò che la gente vuole — prezzi bassi, sovraconsumo — è in diretto contrasto con ciò di cui il pianeta ha bisogno.

Quindi la scelta è questa: Continuiamo a dare alla gente ciò che vuole, sovraccaricando il pianeta? O persistiamo nel restringere la nostra selezione, sapendo di raggiungere solo una manciata di pensatori liberi?

La moda è uno specchio della società. Oggi riflette la nostra dipendenza dal consumo, la nostra attenzione labile e il nostro disconnetterci dalle conseguenze delle nostre scelte. Ma gli specchi possono incrinarsi — e così anche questo sistema.

L’ascesa del second-hand, della cultura della riparazione, della slow fashion e delle selezioni limitate dimostra che alcuni si stanno svegliando.

Dobbiamo chiederci: Chi è disposto a guardare oltre il proprio riflesso?

La domanda essenziale non è “Cosa vuoi?” ma “A cosa sei disposto a rinunciare?”


Tre grandi domande: cosa vuoi TU?

  • Pagheresti di più per una moda etica? Ti interessa davvero la sostenibilità, o il prezzo comanda ancora? Sii onesto.
  • Se dici di preoccuparti del pianeta ma compri ancora 10 top economici al mese — cosa ti impedisce di cambiare?
  • Il marketing dovrebbe cambiare i desideri, non solo assecondarli?

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B Corp e ultra-fast fashion: Una contraddizione del nostro tempo?

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Cosa significa davvero quando un brand di moda usa e getta ottiene un sigillo di sostenibilità?


Che relazione c’è tra B Corp e ultra fast-fashion? Cosa succede quando la certificazione B Corp incontra l’ultra-fast fashion?
Quando BusinessWire annuncia: “Princess Polly diventa una Certified B Corporation™”, e BOF  la presenta come “la concorrente USA-australiana di Shein che ottiene un riconoscimento di responsabilità sociale”, siamo costretti a chiederci: è progresso — o solo greenwashing ben confezionato?

Il titolo di BOF dice tutto: “Un brand di ultra-fast fashion può essere ‘sostenibile’?”
Spoiler: è una domanda retorica. O almeno, così speriamo.

Cos’è una B Corp?
«La certificazione B Corp indica che un’azienda rispetta determinati standard di responsabilità sociale e ambientale, ma non copre tutti gli aspetti delle sue operazioni e pratiche.» — This is Greenwashing

Certificazione B Corp e ultra-fast fashion: marchio di qualità o cortina fumogena?


La co-CEO di Princess Polly, Eirin Bryett, celebra la certificazione come prova del loro “impegno verso pratiche guidate da uno scopo”.
Ma diciamolo chiaramente: un brand costruito su sovrapproduzione, iper-consumo e tendenze usa e getta può davvero “integrare la sostenibilità in ogni parte del business”?

Dopo aver finito di scrivere This Is Greenwashing, abbiamo quasi deciso di accantonarlo, pensando che il mercato fosse già saturo di chi denuncia la verità.
Ma, a quanto pare, il manuale del greenwashing è ancora in piena attività.

Il punto cieco della certificazione B Corp: la sovrapproduzione


Nel nostro libro This is Greenwashing, abbiamo evidenziato i limiti della certificazione B Corp:

“La certificazione B Corp valuta vari aspetti delle operazioni aziendali, incluso l’impatto ambientale. Tuttavia, la sovrapproduzione potrebbe non essere affrontata in modo esplicito, con un’enfasi maggiore sull’uso di materiali sostenibili, pratiche di lavoro etiche e altri criteri.“

L’intero modello della fast fashion si basa sull’obsolescenza programmata — eppure la B Corp premia i brand che spuntano qualche casella (packaging riciclato! compensazioni di CO₂!) evitando di affrontare il vero problema: la sovrapproduzione.
E l’ultra-fast fashion porta tutto questo a un livello ancora più estremo.

B Corp e ultra-fast fashion – Considerazioni finali


Non mettiamo in dubbio le buone intenzioni di Princess Polly.
Ma le buone intenzioni non cambiano i modelli di business.
Se un brand trae profitto dalla sovrapproduzione, non è sostenibile.
Se convince le persone a comprare di più, più in fretta — e poi ci appiccica sopra un bollino verde — non è progresso. È PR.

Quindi, cosa succede quando la certificazione B Corp incontra l’ultra-fast fashion?
Semplice: è greenwashing in una confezione “purpose-washed”.
Ancor peggio, l’idea stessa che l’ultra-fast fashion possa essere definita ‘sostenibile’ è assurda.

In breve, this is greenwashing.


P.S. Sei stanco di essere preso in giro?
Leggi This is Greenwashing — la consapevolezza è potere.

📘 Scarica l’e-book (versione inglese) dal tuo store digitale preferito: https://books2read.com/u/bpgxOX

🇮🇹 Versione italiana in arrivo — stay tuned!

Smaschera le bugie. Pretendi di meglio.

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This is Greenwashing: vedere chiaramente in un mondo di nebbia verde

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Una guida per proteggerti dalle false affermazioni sulla sostenibilità: smaschera le bugie, pretendi di meglio


In un mondo di nebbia verde, siamo circondati da affermazioni come “eco-friendly”, “carbon neutral” e “sostenibile”.
Ti suona familiare?

Queste parole d’effetto sono ovunque — ma quante sono davvero vere?

Ti è mai capitato di sentirti a disagio dopo aver comprato un prodotto etichettato come sostenibile o eco?
Non sei l’unico.
Se ti sei mai sentito ingannato dal cosiddetto marketing green, sappi che anche a noi è successo.
Dopo anni passati a osservare i brand distorcere il linguaggio per sembrare più ecologici di quanto siano realmente, abbiamo deciso di scrivere qualcosa di chiaro, onesto e utile.

In un mondo di nebbia verde: Copertina del libro This is Greenwashing di Rosita e Cristina Cigliola. Il design presenta una tipografia audace e minimalista con toni verdi, rosa e bianchi su sfondo nero, evidenziando i temi della sostenibilità e dell’inganno. 'This is' è in verde; le parole 'green', 'eco-friendly', 'conscious' e 'sustainable' sono in rosa ma barrate; 'greenwashing' è in verde. Il sottotitolo e i nomi delle autrici sono in bianco, in risalto sullo sfondo scuro.
This is Greenwashing: è uscito il nostro e-book!

Perché esiste questo libro


This Is Greenwashing non è un libro di testo.
È una guida nata dalla frustrazione — e da un profondo desiderio di dare potere alle persone.

“Il prodotto più sostenibile dal punto di vista ambientale è quello che non viene mai realizzato.”

Siamo Rosita e Cristina Cigliola, sorelle con quasi 30 anni di esperienza nel settore moda. Abbiamo visto il greenwashing da vicino — come inganna i consumatori e rallenta il vero cambiamento.

Negli ultimi anni, soprattutto dopo la pandemia, abbiamo visto aziende appiccicare etichette ecologiche vaghe ai prodotti, mentre le loro attività proseguivano come sempre.
Il greenwashing mantiene i consumatori confusi, obbedienti e complici di un sistema corotto.

Questo e-book svela le tattiche dietro le parole d’effetto. Ti aiuta a capire cosa è reale e cosa no. Imparerai a decifrare affermazioni vaghe, a fare le domande giuste e a smettere di essere manipolato dal marketing.
Perché quando la regolamentazione fallisce, la consapevolezza diventa la nostra più forte linea di difesa.

In sintesi: in un mondo offuscato dalla nebbia verde, la consapevolezza è potere


Abbiamo scritto This Is Greenwashing per:
✔ Smascherare i trucchi che i brand usano per manipolarti
✔ Decifrare il gergo così da riconoscere subito le bugie
✔ Darti strumenti pratici per fare scelte informate — senza bisogno di un dottorato

In un mondo di nebbia verde, la conoscenza è fondamentale. La consapevolezza è potere.
Più sai, più è difficile per le aziende ingannarti.
E oggi — con le autorità di regolamentazione che si tirano indietro e non ci proteggono — abbiamo bisogno di quel potere più che mai.

📘 Scarica il tuo e-book (versione inglese) dal tuo store digitale preferito: https://books2read.com/u/bpgxOX

📣 E se ti è utile, lascia una recensione — significa davvero tanto per noi.

“Il crimine più grande del greenwashing è distrarci con false soluzioni mentre il pianeta brucia.”

Smaschera le bugie. Pretendi di meglio.

P.S. Condividilo con qualcuno che ti ha mai chiesto: “Ma è davvero sostenibile?” 🌍

🇮🇹 Versione italiana presto disponibile!

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Il prossimo della lista: Loro Piana indagata per sfruttamento del lavoro

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La conta ricomincia — un altro brand del lusso sotto accusa rivela gli abusi sistemici nella filiera della moda italiana


Il prossimo della lista: Loro Piana.
Il marchio di lusso è l’ultimo nome finito sotto i riflettori. E così, il conteggio ricomincia. Un’altra crepa nell’immagine scintillante della moda di lusso.

Il Tribunale di Milano ha posto Loro Piana S.p.A., parte del gruppo LVMH e presieduta da Antoine, figlio del magnate francese Bernard Arnault, in amministrazione giudiziaria per un anno. L’azienda è accusata di aver esternalizzato indirettamente la produzione a imprese a conduzione cinese coinvolte, secondo le accuse, in pratiche di sfruttamento lavorativo.

Si tratta del quinto brand di lusso coinvolto in un’indagine sui diritti dei lavoratori nella filiera italiana dell’alta moda — dopo Giorgio Armani Operations, Alviero Martini S.p.A., Manufactures Dior e Valentino. Finora, per i primi tre le accuse sono state archiviate prima della conclusione, ma gli abusi c’erano.

Come riporta il Corriere, “Loro Piana S.p.A. non ha verificato le effettive capacità operative dei fornitori e subfornitori a cui ha affidato la produzione, e ha trascurato per anni ispezioni o audit significativi per valutare lo stato reale della sua filiera produttiva e delle condizioni di lavoro.”

Questo episodio stride con la recente sottoscrizione di un protocollo di intesa, firmato con le principali associazioni sindacali e datoriali italiane, volto a garantire il rispetto della legalità nella filiera dell’alta moda. Infatti, le loro azioni raccontano una storia diversa.

Loro Piana: le indagini rivelano problemi sistemici nella moda di lusso


Secondo i pubblici ministeri, Loro Piana ha esternalizzato la produzione di capi, tra cui le giacche, a terze parti. Qui si sarebbero verificate condizioni di sfruttamento lavorativo. Il Tribunale di Milano ha disposto un anno di amministrazione giudiziaria per il marchio, revocabile anticipatamente qualora l’azienda adotti misure adeguate per conformarsi alla normativa sul lavoro.

Come riportato dal Corriere della Sera, l’indagine ha rivelato che Loro Piana ha affidato la produzione a Evergreen Fashion Group S.r.l., una società priva di impianti produttivi propri. Evergreen ha poi subappaltato il lavoro a Sor-Man S.n.c. di Nova Milanese. Non disponendo della capacità produttiva necessaria, Sor-Man ha a sua volta subappaltato a fabbriche gestite da imprenditori cinesi: Clover Moda S.r.l. (a Baranzate) e Dai Meiying (a Senago).

Questi stabilimenti avrebbero impiegato lavoratori asiatici senza documenti, non regolarizzati, in condizioni disumane e insicure. I lavoratori vivevano in dormitori abusivi ed erano costretti a turni massacranti — comprese notti e festivi — come dimostrano i picchi nei consumi elettrici. Venivano pagati ben al di sotto del salario minimo legale, operavano macchinari pericolosi senza formazione adeguata. Inoltre, non avevano accesso né a controlli sanitari né a misure di sicurezza basilari.

Secondo l’inchiesta, il modello produttivo di Loro Piana era strutturato per ridurre i costi e massimizzare i profitti.
In effetti, è così che funziona il capitalismo. Cosa ci aspettavamo di diverso?

Considerazioni finali


Nel caso servisse ulteriore conferma: non si tratta (solo) di Loro Piana. Non lo è mai stato. Quello che vediamo è uno schema.
Il subappalto non è un incidente — è il sintomo di una filiera costruita sulla negazione deliberata.
Il problema vero non è un singolo marchio. È il sistema nel suo insieme.
Un sistema alimentato dalla logica capitalista: estrazione, sfruttamento e opacità accuratamente mantenuta.

Per approfondire, rileggete questo post:
👉 Valentino indagata: il subappalto come sistema della filiera

La conta è ricominciata.
Il prossimo nome della lista è Loro Piana.
Ma quando l’appello sarà concluso — un nome dopo l’altro — qualcuno ammetterà finalmente la verità?
Non si tratta di poche mele marce.
Si tratta dell’intero albero che è marcio.

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Il Senato francese approva una legge per frenare l’ultra-fast fashion

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Un attacco alle pratiche di sfruttamento o protezionismo contro la Cina?


Martedì 10 giugno, il Senato francese ha approvato una legge per regolamentare l’ultra-fast fashion. Tra le misure, il possibile divieto di pubblicità per i colossi cinesi dell’e-commerce come Shein e Temu. La misura rafforza l’impegno della Francia a limitare l’impatto ambientale dell’industria tessile. Ma solleva interrogativi su chi tuteli davvero questa legge.

Senato francese: una legge contro il fast fashion


Lo scorso anno, l’Assemblea nazionale aveva approvato una proposta per ridurre i danni ecologici del settore tessile. Ora, il Senato ha votato quasi all’unanimità una versione modificata del testo. In qusto modo, ha tracciato un confine netto tra fast fashion e ultra-fast fashion. Quest’ultimo — dominato dai 7.200 nuovi modelli quotidiani di Shein e dagli abiti da 5 dollari di Temu — affronterà regole più severe. Invece marchi europei come Zara e Kiabi sfuggono ai vincoli più stringenti.

Le conseguenze ambientali sono innegabili. I prezzi stracciati dell’ultra-fast fashion hanno un costo. In Francia vengono buttati 35 capi ogni secondo e, in media, ogni persona acquista 48 capi all’anno, secondo l’agenzia statale Ademe. La legge prevede sanzioni fino a 10 euro per capo (o il 50% del prezzo al netto delle tasse) entro il 2030 per chi non rispetta i criteri di sostenibilità.

Ma il sottotesto politico è difficile da ignorare. I rivenditori francesi, come Jennyfer (in liquidazione da aprile) e NafNaf (in amministrazione controllata da maggio), da tempo accusano i concorrenti cinesi per il loro declino. Regolamentando in modo mirato piattaforme come Shein, il Senato rischia di trasformare questa legge in una guerra commerciale più che in una presa di posizione etica contro lo sfruttamento.

Comunque, prima dell’attuazione, la legge dovrà superare alcuni passaggi procedurali. Tra cui la notifica all’UE e il raccordo tra le versioni approvate dalle due camere. Ma la sua asimmetria è già evidente. Il testo attacca il sintomo (gli sprechi dell’ultra-fast fashion) evitando però la malattia (una corsa al ribasso globale su lavoro ed ecologia).

Considerazioni finali


In conclusione, il mercato del fast e ultra-fast fashion è in espansione — ma lo sono anche le sue conseguenze. Non si tratta solo di disastri ambientali, ma anche sociali, fondati su lavoro sfruttato e consumo usa-e-getta. Se la soluzione esclude i marchi europei che adottano lo stesso modello, si può davvero parlare di etica? O si tratta solo di interesse economico?

Il voto unanime del Senato francese può suggerire un consenso politico, ma non risolve la contraddizione di fondo. Una posizione veramente etica dovrebbe mettere in discussione il modello stesso di sfruttamento. Questo, a prescindere dal fatto l’etichetta indichi “Made in China” o “Made in Europe”.

Quindi torniamo alla domanda centrale: questa legge è una presa di posizione contro gli abusi del fast fashion o un attacco alla Cina? La risposta, proprio come l’industria che vuole regolamentare, potrebbe non essere così sostenibile come sembra.

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