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La settima stagione di Sisifo — fashion brand emergenti nel panorama odierno

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JAMPROOF a Milano e la logica lenta della resistenza


Oggi condividiamo la riflessione di JAMPROOF sulla loro settima stagione di Sisifo: una storia sul panorama attuale per i fashion brand emergenti e i designer indipendenti. Abbiamo scoperto il brand al White Milano e abbiamo sentito che la loro narrativa fatta di persistenza e slow fashion meritava di essere ascoltata.

JAMPROOF: fashion brand emergente al White Milano


Il 25 settembre, a Milano, la pietra è stata spinta di nuovo in cima alla collina.

Era la settima collezione di JAMPROOF, e anche la nostra prima.
Il nostro primo tentativo di entrare in Europa. Il nostro primo tuffo consapevole nell’occhio del ciclone. Dalla Tokyo Fashion Week di marzo a White Milano a settembre, abbiamo scalato la collina due volte, ogni volta dal silenzio al segnale. Nessuno ha promesso il successo, e nessuna vetta aspetta mai.

Nato durante la pandemia, JAMPROOF è sempre esistito contro ogni previsione.
Mentre l’industria della moda globale si contraeva e la speculazione crollava, noi abbiamo continuato a lavorare, filo dopo filo, stagione dopo stagione.
In Cina, abbiamo costruito da zero un ecosistema retail. Ma quest’anno abbiamo testato qualcosa di più grande. Qualcosa di più difficile da muovere.

Uno scorcio dello spazio espositivo di JAMPROOF a White Milano, che mostra capi e dettagli di design all'interno di una sezione curata di fashion brand emergenti.
JAMPROOF al White Milano – Sett. 25

Una giuria silenziosa a Tokyo


Marzo, Tokyo. La nostra prima volta fuori dalla Cina. Un’opportunità per allinearci a un’altra sensibilità orientale.
I buyer giapponesi erano silenziosi, composti. Venivano con taccuini, fotocamere, poche parole. Osservavano come scienziati in un esperimento controllato.

Alcuni studenti d’arte si sono fermati davanti ai nostri cappotti e hanno detto: “Molto Yohji”.
Alcuni buyer esperti hanno ammirato le cuciture a vista ispirate alla legatoria cinese. Non hanno dato risposte chiare, ma sapevamo di essere stati visti.

Tre mesi dopo, abbiamo chiuso un accordo con un grande magazzino di Shibuya. Era modesto, ma solido. Un piccolo set di capi classici sullo scaffale.
Una vetta tranquilla.
Poi la pietra è scivolata di nuovo.

Un sistema di velocità contro il ritmo del fare


I fashion brand emergenti raramente falliscono per mancanza di creatività.
Falliscono perché rimangono senza fiato. Questo sistema richiede velocità: lancia, rinnova, sconta e ripeti.
Alcune piattaforme un tempo promettevano un rifugio per i brand indipendenti, un luogo per la Gen Z dove scovare pezzi di nicchia. Ma anche loro sono annegate nella loro stessa logica di sconti.

Il tempo creativo non obbedisce alle stagioni. Ma il mercato impone la logica del trimestre.
“Abbiamo bisogno di così tanti modelli?” ci chiediamo spesso.
“Il mondo ha davvero bisogno di così tanti vestiti?”

Continuiamo a ricalibrare, testando il nostro equilibrio lungo il percorso. Cosa rende un brand “maturo”? Quando la persistenza diventa coerenza?

Milano: l’inizio di qualcosa di sisifeo


A White Milano, abbiamo portato la nostra collezione SS26, Chants of Sirens:
tessuti tinti con piante, materiali organici, ricchi tessuti italiani strutturati, un ibrido tra estetica orientale e sartoria occidentale. Persino le nostre etichette erano cucite a mano con carta washi giapponese. Pendevano in silenzio, in attesa di essere comprese.

I buyer sono arrivati. “Bellissimo”, hanno detto. Toccavano, fotografavano, prendevano appunti. C’era eccitazione nell’aria.
Poi è arrivato il silenzio.
Rivoltavano le etichette e si fermavano. I nostri prezzi, modellati dalla produzione in piccole serie e dalle finiture a mano, li facevano esitare. Chiedevano di logistica, tempi di consegna e dogana. Quello che chiedevano davvero era: questi capi possono essere venduti in tre mesi?

Abbiamo spiegato: noi non lavoriamo per stagioni. La nostra SS23 è ancora in vendita. Non sono stock morti; stanno ancora trovando la loro gente.
Hanno annuito. Poi se ne sono andati.
Il sistema non aspetta più. Non per le idee. Non per i vestiti.

La logica lenta del valore


Ottobre. La nostra casella di posta era piena di proposte, offerte per pop-up, pubblicità di showroom, altre piattaforme che vendevano il sogno della crescita. Ma pochissime risposte reali dai buyer. Gli stessi ritornelli: posizionamento non allineato, tagli al budget, rallentamento economico, bisogno di più tempo per essere valutati.

Così la pietra rotola di nuovo giù. Sisifo abbassa la testa, allunga la mano e ricomincia.

Questa non è una ribellione rumorosa. È un’insistenza silenziosa.
I fashion brand emergenti vivono in una tensione costante:
proteggere l’integrità creativa mentre ci si arrende alle tempistiche commerciali.
Resistere alla cultura dello sconto mentre si comprende la richiesta di “accessibilità”.
Creare un lavoro lento e onesto mentre si corre abbastanza velocemente per non scomparire.

Non rifiutiamo la logica della moda. Stiamo semplicemente scegliendo di parlarle in modo diverso.
Crediamo che pazienza, moderazione e consumo consapevole non siano superati; sono solo poco espressi.

Spendere meno per avere di più è spreco.
Spendere di più per qualcosa fatto per durare non è indulgenza; potrebbe essere semplicemente chiarezza.

Stiamo costruendo verso quella chiarezza, una collezione alla volta.

La settima, la prima


Questa è la nostra settima stagione, e anche la nostra prima.
Non la prima collezione, ma il primo atto di volontà. La prima volta che abbiamo scelto di scalare di nuovo.

Sisifo spinge di nuovo la pietra in cima alla collina. Cade. Di nuovo.
La luce è ancora sulla vetta.
E per un breve istante, lui alza lo sguardo.

✍️ Consti Gao, co-fondatrice di JAMPROOF, scritto da Pechino.

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Altri 13 brand sotto inchiesta a Milano per sfruttamento del lavoro

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Una crisi per l’industria della moda, o lo specchio del sistema economico nel suo complesso?


Le autorità di Milano stanno stringendo i controlli sullo sfruttamento del lavoro nella filiera della moda, mettendo altri 13 brand sotto inchiesta dopo un’operazione che ha rivelato gravi irregolarità. Un’indagine ampia ha portato alla luce nuove accuse di condizioni abusive collegate a diversi produttori, spingendo la procura ad allargare il perimetro delle indagini. La Procura di Milano ha ora richiesto documentazione a 13 top brand della moda per dimostrare la loro conformità alle leggi sul lavoro e sulla sicurezza. Capi riconducibili a queste aziende sono stati rinvenuti in magazzini gestiti da subappaltatori cinesi. Ciò ha portato gli investigatori a chiedere controlli più approfonditi.

Da D&G e Prada ad Adidas, Versace e Gucci, la Procura di Milano ha inviato richieste di documentazione per verificare il rispetto dei controlli di sicurezza e legali.

Ma lo sfruttamento del lavoro è un problema solo della moda, e solo in Italia? Oppure è una caratteristica intrinseca del sistema economico stesso?

L’inchiesta di Milano: moda e caporalato


Ancora una volta, l’industria della moda è sotto i riflettori. Altre 13 grandi gruppi sono finiti nel mirino dei magistrati milanesi. Nella tarda serata di martedì 2 dicembre, i carabinieri del Nucleo Tutela Lavoro, su mandato del Procuratore Paolo Storari, hanno effettuato perquisizioni negli uffici delle società, chiedendo documenti che attestassero l’effettuazione di controlli di sicurezza e di legalità lungo la filiera.

Le aziende avranno pochi giorni per fornire ai consulenti della Procura il materiale richiesto. Sulla base di questa documentazione, la procura deciderà se chiedere la sorveglianza giudiziaria – prevista dalla normativa antimafia – o procedere con imputazioni per caporalato in base al D.Lgs. 231.

Milano: altri 13 brand sotto inchiesta


Altri 13 brand sotto inchiesta – quali sono?
I brand a cui è stata richiesta la documentazione comprendono Missoni, Off-White Operating, Adidas Italy, Yves Saint Laurent Manifatture, Givenchy Italy, Ferragamo, Versace, Gucci, Pinko, Prada, Coccinelle, Dolce & Gabbana e Alexander McQueen.

Le indagini hanno accertato casi di “manodopera di etnia cinese impiegata in condizioni di forte sfruttamento”, per lavori svolti “su commissione” delle marche citate. Nei laboratori visitati in Lombardia, Toscana e Marche sono emerse condizioni pericolose, compensi bassissimi, orari eccessivi e lavoratori senza contratto, dispositivi di protezione o pagamento degli straordinari. Molti minacciati a causa del loro status migratorio irregolare.

La documentazione richiesta alle aziende è ampia: visure camerali, contratti, organigrammi, descrizioni dei ruoli, verbali dei consigli da gennaio 2023, rapporti sui sistemi di controllo interno, procedure di accreditamento fornitori, piani ed esiti delle verifiche interne, piani di monitoraggio e tracciabilità, elenchi fornitori e bilanci 2023-2024, inclusi i report di sostenibilità.

L’azione della Procura sembra spingere le aziende a mettersi in regola.

Modelli di sfruttamento


Questa inchiesta si inserisce in uno sforzo più ampio per smantellare reti di subappalto caratterizzate da grave sfruttamento lavorativo. Casi precedenti che hanno coinvolto Alviero Martini, Armani Operations, Loro Piana, Valentino Bags e Manifatture Dior hanno rivelato dinamiche simili. Anche Tod’s è stata indagata, sebbene la sorveglianza giudiziaria sia stata negata per questioni di competenza e merito.

Fatta eccezione per l’insolito caso Tod’s, gli interventi non partono da dirette condizioni di sfruttamento collegate ai grandi brand. Invece, iniziano dall’osservazione che i controlli lungo le filiere erano insufficienti o inefficaci, permettendo il perpetuarsi di pratiche illegali.

L’amministrazione giudiziaria – già applicata per alcune società – mira a stabilire registri fornitori trasparenti. Parallelamente, le accuse di intermediazione illecita possono portare a responsabilità personale per i manager in sede penale.

Made in “Chitaly”: operai cinesi in Italia


In un post dedicato alle contraddizioni del 1° maggio 2023, abbiamo discusso del “Made in Chitaly” per illustrare come gli abusi visti nel caso Rana Plaza o nel lavoro forzato degli Uiguri in Cina abbiano un parallelo in Italia. Emerge così un modello globale ben definito.

Per preservare margini di profitto elevati, i brand esternalizzano la produzione a laboratori gestiti da cinesi, richiedendo prezzi più bassi possibili. Questo tiene in vita la mitologia del “Made in Italy” – almeno per chi non comprende la qualità ma cerca solo un’etichetta famosa. Il salario minimo è introvabile.

Eppure importanti pubblicazioni, tra cui Business of Fashion, inquadrano questo come un problema italiano. Ma è davvero confinato all’Italia?

Dal subappalto al sistema: il meccanismo più ampio


Sebbene questi casi avvengano in Italia, lo schema di fondo non è locale ma globale. Lo sfruttamento del lavoro che coinvolge i brand italiani può descrivere i fatti immediati. Ma il meccanismo si estende ben oltre l’Italia. Le catene di suappalto opache e multilivello sono strutturate deliberatamente per ridurre i costi attraverso la distanza e la possibilità di negare la responsabilità. Ogni strato aggiuntivo diluisce la colpa. Così si rende più facile per i grandi gruppi dichiarare ignoranza mentre beneficiano di costi di produzione più bassi.

La moda non è unica in questo. Lo stesso sistema è all’opera nella logistica, nell’agricoltura, nell’elettronica, nella cosmesi, nella manifattura automobilistica e altro ancora. Ovunque la riduzione dei costi diventi l’obiettivo primario, il lavoro è il punto di pressione.

Il vero problema: il capitalismo come motore di fondo


L’industria della moda è oggi profondamente radicata nel capitalismo globale, plasmata da conglomerati come LVMH, Kering e Richemont, nonché dal private equity. Imperi quotati in borsa che privilegiano margini di profitto, scalabilità e acquisizioni. La moda non è più creatività: è un asset finanziario.

Cerchiamo di essere chiari: gli sweatshop e la moda sono collegati, ma la moda non ha inventato lo sfruttamento. Si limita a rispecchiare la logica del sistema economico che la governa. Ciò che vediamo in queste indagini non è un malfunzionamento isolato. In realtà si tratta di una caratteristica strutturale del capitalismo: estrazione, sfruttamento e l’incessante ricerca di manodopera più economica.

Non esiste un business completamente etico sotto il capitalismo: solo gradi di complicità.

Suggeriamo di leggere questo post: Behind the Seams: Fashion Industry & Forced Labour 

Il social washing come travestimento finale


Man mano che lo scrutinio pubblico aumenta, si moltiplicano le campagne aziendali che enfatizzano la responsabilità sociale. Questo è il social washing: la controparte sociale del greenwashing. Le narrazioni di marketing si moltiplicano, mentre le prove scarseggiano. L’immagine etica oscura le pratiche estrattive. Il divario tra branding e realtà continua ad ampliarsi.

In questo contesto, il social washing diventa l’ultimo strato del sistema: uno sforzo per rassicurare i consumatori mentre la logica di fondo rimane immutata.

Considerazioni finali


L’ampliamento dell’indagine, con altri 13 brand sotto inchiesta nell’area di Milano, manda un segnale chiaro. È un severo monito per il settore: ma i consumatori lo noteranno, o continueranno a fare shopping come al solito?

Eppure, questo non è uno scandalo unicamente italiano, né un caso specifico dell’industria della moda. Riflette una struttura economica globale che tratta il lavoro come un costo da minimizzare. Le campagne di responsabilità sociale possono tentare di ammorbidire la narrazione, ma non possono oscurare la logica sistemica che produce questi esiti. Leggi: capitalismo.

Finché quella logica non verrà messa in discussione, casi come questi continueranno a emergere – nella moda e in ogni altro settore costruito sulle stesse fondamenta. E tutti diranno semplicemente: non lo sapevamo…

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Frankenstein travisato: Guillermo del Toro e il colpo di coda del patriarcato

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Mary Shelley: quando il genio di una donna viene ancora riscritto dagli uomini


Ho visto Frankenstein di Guillermo del Toro e mi viene da dire: travisato. Per quanto sia un film ben fatto, alla fine mi resta un forte disappunto.

Per capire il perché, torniamo all’origine.
La nascita di Frankenstein risale all’estate del 1816, un’estate fredda e buia segnata dalle ceneri di eruzioni vulcaniche. A Villa Diodati, in Svizzera, Lord Byron propose a Polidori, Percy Shelley e alla diciottenne Mary Shelley una sfida: scrivere una storia di fantasmi. Byron abbandonò presto il suo racconto, ma Mary, dopo una notte d’insonnia e discussioni su elettricità e galvanismo, ebbe una visione: un uomo chino su una creatura inanimata che si risvegliava con un sussulto. Da quell’immagine nacque un romanzo che avrebbe ridefinito il gotico, l’horror e la fantascienza, interrogando etica, creazione e paure del progresso.

Scena gotica: una copia antica di Frankenstein di Mary Shelley posa su una scrivania di legno consumato, affiancata da un candelabro, un vecchio libro rilegato in pelle, una chiave ornata, fogli di pergamena e un calamaio con pennino. Una tenda di un bordeaux profondo cade di lato, incorniciando una grande finestra atmosferica sullo sfondo.
“Frankenstein” di Mary Shelley – edizione speciale, un regalo dell’autrice Rima Jbara.
Frankenstein: l’adattamento di Guillermo del Toro

Leggi un libro e ne trai quello che vuoi. Se sei un artista, un regista, racconti la storia come ti pare, l’arte è libera di esprimersi. Infatti, i film non riproducono fedelmente la trama dei libri da cui traggono ispirazione. Spoiler: i libri sono sempre meglio dei film. Non poteva essere diverso per Guillermo del Toro e la sua versione di Frankenstein. Molto bravi gli attori, interpretazioni ineccepibili. Bellissime le scenografie, i costumi e le musiche, tutti molto curati. 
La prima parte del film è un ricamarci sopra a modo suo, ci sono collegamenti, ma la storia vera è ben altro. Diventa più veritiero quando parte la narrazione del mostro. Certamente, il pregio del film è di far capire a chi non ha mai aperto il libro che Frankenstein è il nome di chi l’ha creato e non della creatura. E soprattutto, che il vero mostro non è la creatura ma chi l’ha creato. 

Alla fine, appare una citazione. Nel leggerla, mi sfugge il nome dell’autore.
Bella, mi dico. Non ricordo di averla letta nel libro. Infatti, non c’è. 

«E così il cuore si spezzerà, ma, spezzato continuerà a vivere.»
Lord Byron, Il pellegrinaggio di Childe Harold

Ricapitolando: il regista ha fatto un film su una storia scritta da Mary Shelley, ma decide di chiudere il film stesso con una citazione di Lord Byron! WTF!

L’eredità di Mary Shelley

Mary Shelley non ha solo inventato un genere, ma ha scritto pagine di straordinaria potenza emotiva. Le sue parole bastavano. Capisco che sia una scelta artistica, certo. Proprio per questo pesa: ogni gesto deliberato dice qualcosa.

Mary Shelley celò inizialmente la sua identità di autrice di Frankenstein. L’opera fu pubblicata in forma anonima nel 1818. Di conseguenza, l’opinione pubblica attribuì il romanzo al marito di Mary, il poeta Percy Shelley, per via della sua fama. Per la sua epoca, una giovane donna non avrebbe potuto scrivere un’opera così radicale e complessa. Mary aspettò cinque anni prima di reclamare il suo nome. Pubblicò la seconda edizione a suo nome nel 1823. Un atto intenzionale: rivendicava così i suoi diritti d’autrice e combatteva la diffidenza verso la creatività femminile.

Il patriarcato in azione

Oggi, tu, regista, trai spunto da una donna che a 18 anni ha scritto un capolavoro che continua a ispirare lettori, scrittori, musicisti, registi… e cosa fai? Chiudi con una citazione di Lord Byron? Come se Mary Shelley non avesse scritto un’infinità di frasi che hanno lasciato il segno. Come se Mary Shelley avesse mai avuto bisogno di essere legittimata da un uomo. Ma davvero?

In altre parole, le donne al giorno d’oggi non devono più pubblicare i propri scritti in forma anonima, ma la legittimazione, eh, quella arriva sempre dall’uomo. Non mi capacito. Citare Byron in chiusura significa spostare il centro della riflessione da lei a lui. È un gesto simbolico, ma i simboli contano. Appropriazione maschile del genio femminile, per prassi? Involontaria? Le interpretazioni sono aperte. 

Questo meccanismo non è nuovo e non è neanche passato. Se non è cultura patriarcale questa…

Mi viene da chiederti scusa, Mary Shelley.

Sincerely,
Rosita

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Clay dye: la tintura naturale che usa il colore della terra

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Una storia di slow fashion dal Giappone: la tintura all’ argilla nata dalla visione di Akira Aoki, fondatore di GoodNeighbors Shirts


Clay dye, tintura all’ argilla, è il colore stesso della terra. Questo processo di colorazione è nato dalla visione del designer Akira Aoki, che ha fondato un brand di slow fashion attento e riflessivo. Un brand capace di unire il trattamento dei tessuti con un design moderno.

Siamo tutti nati dalla stessa terra. Proprio questa connessione ha ispirato il designer a catturare le tonalità naturali del suolo in una camicia di cotone. Attraverso ripetute sperimentazioni con l’argilla locale — ogni stagione con un carattere unico — il brand ha creato camicie dal colore e dalla texture unicamente naturali.

GoodNeighbors Shirts durante la tintura a fango: le camicie posate su terra argillosa, con prato verde sullo sfondo.
Lavorazione clay dye: il colore della terra di GoodNeighbors Shirts, Giappone

Clay dye: una storia giapponese di terra, artigianato e stile


Fujioka, nella prefettura di Gunma, nel nord del Kantō, è la città dove Akira Aoki è nato e cresciuto. Circondato da montagne e fiumi, il territorio è ricco di argilla di alta qualità e acqua pura. Per secoli, questo luogo è stato un importante produttore di ceramica, tra cui Haji ware, Sue ware, figurine haniwa e tegole per tetti. Le tegole di Fujioka, in particolare, risalgono alla fondazione del tempio Ueno Kokubunji — una tradizione che dura da oltre 1.200 anni.

L’argilla rossa caratteristica della regione proviene dallo strato di terriccio del Kantō, formato da ceneri vulcaniche dei monti Akagi e Haruna. Ricca di minerali argillosi contenenti ferro, le sue particelle fini trattengono bene l’umidità e garantiscono un’elevata permeabilità.

La famiglia Aoki si trasferì a Fujioka durante il periodo Edo e coltiva la terra da oltre 400 anni. Sfruttando il terreno rosso ricco di nutrienti e l’acqua di falda naturale, Akira — che ha studiato tintura e tessitura alla Tama Art University — tinge a mano ogni capo per creare i suoi prodotti.

La particolarità del clay dye risiede nella pasta densa, simile all’argilla, mescolata con acqua di falda. L’elevato contenuto di ferro permette ai minerali di penetrare profondamente nelle fibre. Questo processo gonfia il filo, ne leviga i bordi e migliora la morbidezza e la texture del tessuto.

Il capo finito presenta la splendida e irregolare colorazione dell’argilla stessa — come se fosse delicatamente ricoperto di terra.

Questi prodotti vengono colorati utilizzando solo terra e acqua. Non vengono impiegati prodotti chimici. Di conseguenza, dopo la tintura, l’argilla torna alla terra e l’acqua nutre nuovamente il suolo.

Attraverso questa maestria profondamente radicata, il brand mira a promuovere nuovi valori che connettano ambiente, persone e società al futuro.

Camicie GoodNeighbors Shirts: l’essenza di Tokyo


Il nome GoodNeighbors significa “buon amico, buon vicino”. Il brand valorizza camicie comode da indossare tutti i giorni, facilmente condivisibili e senza pretese. I suoi design originali traggono ispirazione da diverse culture musicali e artistiche, ognuno con un carattere sottile e distintivo.

Prodotte a Tokyo, le camicie sono tagliate con una silhouette moderna. E sono gli artigiani dei quartieri più antichi della città che completano poi la lavorazione. Fatte per durare, uniscono una sartorialità delicata a una sensazione rilassata e naturale — come un respiro d’aria fresca di Tokyo.

Riflessioni finali


Seppure in un mercato dominato dai top brand e dal fast fashion, noi continuiamo a portare avanti la nostra ricerca di piccoli brand pensati con cura. Perché, in definitiva, sono i brand indipendenti a offrire design ponderati e pratiche più sostenibili.

Con la lavorazione clay dye, o tintura in argilla, non vengono utilizzati prodotti chimici, e sia la terra sia l’acqua tornano alla natura dopo il processo di tintura.

In un sistema della moda ancora dominato dalla velocità e dalla grandezza, la tintura all’argilla rappresenta un silenzioso atto di resistenza. In sostanza, il lavoro di Aoki ci ricorda che il colore può venire dalla terra, non dai prodotti chimici. Che l’artigianato può restaurare la nostra connessione con il territorio. E che una moda davvero sostenibile inizia dal rispetto. Per i materiali, per gli artigiani e per la terra stessa.

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Violenza contro le donne: un problema culturale

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Con atteggiamenti regressivi in crescita tra i giovani, come costruiamo un futuro di prevenzione?


Ieri, 25 novembre, è stata la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita dall’ONU nel 1999. Tuttavia, la riflessione e l’azione non possono limitarsi a un solo giorno.

Tragicamente, non passa giorno senza notizie di un femminicidio. E se non in modo esplicito, allora ci sono resoconti di violenza online, manipolazione, oppressione e assenza di pari opportunità. In altre parole, ci sono tentativi costanti di mettere a tacere e sminuire la figura femminile.

È un pensiero che fa riflettere che questa violenza sia stata formalmente riconosciuta come una violazione dei diritti umani solo nel 1993, con l’adozione della Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne (DEVAW) da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Questo è stato ulteriormente rafforzato dalla Conferenza mondiale di Vienna sui diritti umani, che lo ha riconosciuta anch’essa come una violazione dei diritti umani.

Esatto. Formalmente riconosciuta solo nel 1993…

La violenza contro le donne: dati e contesto


I dati sui femminicidi non sono solo ‘cronaca nera’, ma l’ultimo, tragico anello di una catena. Secondo l’Istat, oltre il 31% delle donne in Italia ha subito una qualche forma di violenza fisica o sessuale nel corso della vita (a partire dai 16 anni). Inoltre, il Parlamento europeo afferma che una donna su tre nell’UE ha subito violenza fisica, sessuale o minacce in età adulta.

I dati delle Nazioni Unite indicano che ogni 10 minuti una donna o una ragazza viene uccisa da un marito, fidanzato, o da un familiare.

Il femminicidio è il culmine di una violenza che spesso è iniziata molto prima. Dobbiamo parlarne per riconoscerne i segnali molto prima che sia troppo tardi.

Come nota acutamente Laura Bates, fondatrice dell’Everyday Sexism Project:

“Per la prima volta nella storia, studi ripetuti suggeriscono che gli atteggiamenti più misogini, antiquati e regressivi verso le donne e le ragazze sono ora i più comuni tra i più giovani”.

Smontare gli stereotipi: il “Non me l’aspettavo”


Quante volte abbiamo sentito “ma era un bravo ragazzo”? È ora di smontare questo pericoloso cliché. Il “mostro” non esiste; ciò che esiste è l’uomo “normale” che non accetta un rifiuto e che considera una donna una sua proprietà. La violenza sta lì, nel gelosia patologica, nel controllo, nello stalking. Dobbiamo imparare a riconoscere questi campanelli d’allarme, perché non esiste uno “sguardo violento”.

Un focus sulla prevenzione: cosa possiamo fare concretamente?


Oltre all’indignazione, serve la prevenzione. Prevenzione significa educazione sessuale e affettiva nelle scuole, per insegnare il rispetto e la gestione delle emozioni. Significa sostenere i centri antiviolenza, che salvano vite ogni giorno. Significa, per ognuno di noi, non distogliere lo sguardo quando sentiamo un litigio preoccupante dal vicino.

La violenza si combatte con la cultura.

Eppure, in Italia, il governo sembra non essere d’accordo con questo approccio. Infatti, la Ministra Roccella ha affermato che non ci sono dati a dimostrare che l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole aiuti a prevenire la violenza.

Considerazioni finali: la violenza contro le donne è un problema culturale


Prima di concludere, vogliamo anche suggerire la lettura di una potente testimonianza scritta da una nostra amica – una storia straziante di abuso che getta luce sulle reali, quotidiane conseguenze di questo problema culturale. (Leggi qui).

Mentre riflettiamo sulla Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, dobbiamo essere chiari: il problema è sistemico. Le donne partono da una posizione svantaggiata, poiché siamo ancora considerate una proprietà degli uomini – che siano mariti, partner o familiari. Siamo ancora considerate inferiori agli uomini.

Infatti, la subordinazione o l’inferiorità percepita della donna è il pregiudizio più antico della storia dell’umanità.

La violenza contro le donne è un problema culturale. E combatterla richiede un impegno quotidiano – specialmente in una società che sta affrontando una regressione culturale.

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