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Osservatorio Altagamma 2025: uno studio in cauto ottimismo

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Sebbene il mercato del lusso appaia stabile, i dati dello stesso report rivelano un settore in profonda transizione


Il recente report dell’Osservatorio Altagamma 2025, presentato a Milano, offre una prospettiva apparentemente positiva: un mercato globale dell’alta gamma stabile a 1.440 miliardi di euro e una ripresa prevista del +5% nel 2026. Tuttavia, una lettura più attenta rivela un quadro più complesso e meno rassicurante.

Il report adotta quella che potremmo descrivere come una forma di realismo cauto e istituzionale. Una cornice che spesso appare edulcorata, concepita per rassicurare il settore piuttosto che per fornire verità scomode.

Sebbene la fiducia possa attirare gli investitori, il cambiamento può derivare solo da una valutazione lucida delle sfide. La preferenza del settore per le buone notizie non dovrebbe andare a scapito della verità. Ossia il vero fondamento della credibilità e di una trasformazione significativa.

Le contraddizioni fondamentali: stabilità contro un settore in crisi


La narrativa centrale del report sulla stabilità è minata dai suoi stessi dati. Infatti, questi dati dipingono il ritratto di un mercato definito dalla polarizzazione, dove coesistono realtà opposte.

1. Il mito di un mercato monolitico.

La cifra principale di 1.440 miliardi di euro maschera divergenze profonde. Mentre gli ultra-ricchi continuano a spendere in gioielleria (+4/6%) ed esperienze, il consumatore aspirazionale si sta ritirando. Questo si riflette in modo netto nel crollo di pelletteria e calzature (-7/-5%) – il cuore del lusso accessibile. Non si tratta di un rallentamento. Questo è un segnale chiaro che il cliente che una volta comprava borse e scarpe come simboli di status ora è in difficoltà o ha cambiato priorità.

2. Un settore moda frammentato e sulla difensiva

Questa polarizzazione si avverte in modo acuto nella moda. La crescita moderata del +4% nell’abbigliamento nasconde una realtà in cui solo pochi brand prosperano mentre altri soffrono. Una dinamica che il report stesso descrive come “molto polarizzata fra i brand”. Questa frammentazione è esacerbata da:

  • La minaccia dell’ultra-fast fashion. Carlo Capasa (Camera Nazionale della Moda Italiana) identifica esplicitamente la “crescita dei prodotti di ultra-fast fashion importati dalla Cina” come un “tema cruciale da affrontare”, inquadrandolo come un rischio esistenziale.
  • Una crisi della distribuzione. I canali wholesale tradizionali e i department store confermano di essere “in crisi”, minando il modello di vendita fondamentale per molti brand.
  • Strategie di marca difensive. La dipendenza dagli outlet per smaltire le scorte invendute e la previsione che i brand di alta gamma introdurranno “proposte lower price” nel 2026 non sono segni di salute. Indicano l’incapacità di vendere a prezzo pieno e un rischio di diluizione del valore del brand.
3. Ottimismo geopolitico contro realtà concrete

La “ripresa” segnalata nelle Americhe (+0/+2% nel 2025) appare tenue sullo sfondo di un dollaro debole, dazi e un clima di incertezza. Questa crescita non deriva da un’economia generale vivace, ma dalla resilienza del Top Tier. Quindi, sono gli High Net Worth Individual a trainarla, con la loro spesa domestica e valori di transazione medi più elevati a sostenere i dati.

Osservatorio Altagamma 2025: la lente “edulcorata” del report


Queste contraddizioni sono presentate attraverso una lente specifica, mitigante, che spiega il tono smussato del report.

  1. Uno scopo di parte.
    In quanto fondazione per il lusso italiano, il ruolo primario di Altagamma è difendere e promuovere il settore. I suoi obiettivi – rassicurare gli investitori, segnalare resilienza al governo e promuovere il sistema Made in Italy – scoraggiano naturalmente messaggi allarmisti.
  2. Lessico aziendale.
    L’uso consistente di termini come “stabile”, “resiliente” e “consolidare” serve a normalizzare la stagnazione e il declino, presentando un calo del -7% in una categoria centrale come parte di un panorama ampiamente stabile.
  3. La retorica del “Sì, ma…”.
    Il report impiega costantemente una tecnica che ammette un problema solo per controbilanciarlo immediatamente con una speranza. Ad esempio, “Sì, la Cina è in calo, MA gli HNWI stanno aumentando”. Questo crea una narrativa del bicchiere mezzo pieno che può oscurare la gravità della situazione per molti attori.
  4. Fede nel lungo termine contro il dolore nel breve termine.
    La enfatizzata previsione di crescita del +5% per il 2026 funge da ancora di salvezza, incoraggiando il settore a vedere le difficoltà attuali come tempeste passeggere sul percorso verso un futuro radioso.

Considerazioni finali


L’Osservatorio Altagamma 2025 fornisce la fotografia più realistica di un mercato del lusso che non è più un monolite, ma una raccolta di micro-mercati con dinamiche opposte. Quindi, sta edulcorando la situazione? Sì, in parte.

Tuttavia, per il lettore attento, esso mette anche in luce innegabili cambiamenti strutturali, sebbene avvolti in un linguaggio da consiglio di amministrazione. Rende chiaro che il consumatore aspirazionale è in crisi, che il vecchio modello degli aumenti di prezzo infiniti è finito e che i nuovi driver sono valore, etica ed esperienze.

In conclusione, il report è convincente nella sua diagnosi delle tendenze chiave, ma rimane troppo ottimista e diplomatico nel tono. Per un’analisi veramente spassionata, è necessario incrociare i suoi risultati con report di banche d’affari e analisti indipendenti che non hanno il compito di salvaguardare un intero ecosistema.

In ultima analisi, Altagamma sta facendo semplicemente il suo lavoro. Cioè, presentare il lusso italiano come resiliente e proiettato verso il futuro, nonostante l’evidenza di una dolorosa e fondamentale ristrutturazione.

Ma una domanda sorge spontanea: gli investitori credono davvero a dati abilmente ricamati?

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Pambianco Fashion Summit: trent’anni di moda, dagli stilisti ai grandi gruppi. Quale futuro per il Made in Italy?

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Quando la sostenibilità diventa uno slogan e la crescita rimane l’obiettivo reale


Abbiamo seguito la trentesima edizione del Pambianco Fashion Summit. Ancora una volta, sostenibilità è stata la parola magica che tutti amavano ripetere. Ma subito dopo è arrivata la vera priorità: la crescita. Sempre crescita.

In questo panel, l’ultra-fast fashion cinese fa la parte del cattivo, mentre il fast fashion nord-europeo riceve applausi. Del resto, H&M è sul palco per spiegare la circolarità.

E così la domanda ritorna, più forte dopo ogni panel:
Cosa non hanno capito questi CEO, presidenti, manager, founder e compagnia bella sul significato di sostenibilità?
Perché più la ripetono, più la parola suona come una barzelletta.

I consumatori vogliono autenticità: allora perché la moda continua a fingere?


Erika Andreetta (PwC Italia) mette in luce ciò che sembra già ovvio:

  • Le persone vogliono brand affidabili, trasparenti e coerenti. In una parola, autenticità.
  • Cercano allineamento con i valori culturali.
  • Il second-hand cresce tre volte più velocemente della moda tradizionale.
  • Lo shopping negli outlet cresce cinque volte più velocemente.
  • Il valore conta: prodotti allineati con i valori personali, al prezzo giusto.
  • I brand producono ancora troppo – e non vendono la loro sovrapproduzione.
  • I negozi multi-brand sono diventati i luoghi dove le persone cercano davvero qualcosa di nuovo.

Per quanto riguarda la moda europea, la disillusione è generazionale:

  • I giovani non vedono originalità.
  • I baby boomer hanno altre priorità.
  • La Generazione X trova i prezzi ingiustificati.

La moda ascolta, ma in modo selettivo.

Pambianco Fashion Summit: Sburlati – “un sistema sotto attacco”


Secondo Sburlati (Confindustria Moda), l’ecosistema della moda è sotto pressione su tre fronti:

  1. Dall’Est: esportazioni in calo del 3%, importazioni in aumento del 5%, spinte dalla Cina (+18%). I pacchi postali sotto i 150€ non pagano dazi doganali o IVA – un’evidente distorsione.
  2. Dall’Ovest: dollaro debole, dazi doppi negli USA e una spinta per i brand locali.
  3. Dall’interno: un mercato italiano fragile.

Sburlati è giunto a una conclusione drammatica:

“Siamo sull’orlo del collasso e rischiamo di finire come il settore automobilistico.”

Capasa (CNMI): la narrazione del lusso sta cambiando


Una narrazione negativa circonda il lusso, ed è partita dalla Cina.
Le soluzioni proposte includono:

  • Una legge anti-fast fashion con dazi generalizzati.
  • Un approccio alla francese: tasse sui pacchi e divieto di pubblicità ingannevole.
  • Supporto per le nuove imprese in un momento in cui chiudono più attività di quante ne aprano.

Capasa aggiunge un punto sui giovani consumatori: “I giovani sono tutti ambientalisti. Dobbiamo spiegare loro che il fast fashion non lo è. Dobbiamo spiegare il valore della qualità e della creatività.”

E poi… H&M entra in sala


Qui le contraddizioni diventano lampanti.

L’industria della moda si lamenta – a ragione – dell’ultra-fast fashion cinese. Tuttavia, poi invita H&M, simbolo del fast fashion occidentale, a discutere di circolarità e quindi di “sostenibilità”.

Quindi sì, chiediamo ancora:
Cosa esattamente questi leader non hanno capito della sostenibilità?
Un brand costruito sulla sovrapproduzione può mai essere sostenibile?

Perché ogni volta che il fast fashion viene inquadrato come “sostenibile”, stiamo entrando nel regno del greenwashing.

E-commerce


Un altro punto sollevato: un cambio di strategia digitale è necessario.

  • Oltre il 60% dei brand non è pronto.
  • Eppure oggi, l’80% delle vendite coinvolge un touchpoint digitale.

Abbigliamento e sostenibilità

  • L’idea di capi più durevoli e senza tempo sta guadagnando terreno – capi adatti a più stagioni, insieme a un minore iperconsumo.
  • Il 54% dei prodotti viene venduto in saldo. Il secondo mese di saldi è il più forte – significa che i consumatori aspettano i saldi dei saldi.
  • I Millennial (28-44 anni) spendono di più – circa 36 capi all’anno.
  • L’abbigliamento sta perdendo valore; la cura della persona e la bellezza sono più coinvolgenti.
  • Le donne continuano a consumare molto, ma soprattutto rimangono legate al fast fashion.
  • La Gen Z inizia a pensare alla qualità, a capi di durata maggiore e a prodotti di nicchia.
  • I giovani sono la demografia più sensibile alla sostenibilità – ma i capi non devono costare più delle loro controparti tradizionali.
  • La Gen Z vuole chiarezza: Cos’è un capo sostenibile?
    Una domanda semplice a cui l’industria probabilmente non risponderà mai. Ma noi lo facciamo: troverai la risposta in Questo è greenwashing (trovi le info qui).

Considerazioni finali


In conclusione, il 30° Pambianco Fashion Summit ha analizzato la moda, dagli stilisti ai grandi gruppi, e ha tentato di esplorare quale futuro attende il Made in Italy.

Se la sostenibilità continuerà a coesistere con un’ossessione per la crescita infinita, con la sovrapproduzione, con narrazioni contraddittorie, la parola perderà ogni significato.

Fino a quando il settore non smetterà di applaudire chi grida “circolarità” più forte e inizierà a ridurre – a ridurre veramente – il suo impatto, questi summit rimarranno conversazioni sulla sostenibilità senza una sostenibilità reale.

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COP30 a Belém: promesse climatiche contro politiche dei combustibili fossili

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Con 1.600 lobbisti — più numerosi delle delegazioni di molti Paesi— finanza e giustizia climatica sono a rischio


Con l’inizio della seconda settimana del vertice COP30 a Belém, in Brasile — nel cuore dell’Amazzonia — la posta in gioco diventa sempre più chiara e difficile da ignorare. Il mondo si trova di fronte a una contraddizione profonda: la necessità di azioni urgenti e radicali per affrontare temperature record collide con la presenza travolgente dello stesso settore all’origine della crisi. I dibattiti iniziali hanno preparato il terreno, ma ora iniziano i negoziati più difficili, che affronteranno sei questioni critiche per determinare se la COP30 porterà a un cambio di rotta o si limiterà a ripetere promesse vuote.

Questo difficile confronto si svolge sullo sfondo di una presenza senza precedenti di lobby. Con 1.600 lobbisti dei combustibili fossili — più numerosi delle delegazioni di molti Paesi — gli obiettivi di finanza e giustizia climatica sono già a rischio. È in questo contesto di influenza sproporzionata che i delegati affrontano un’agenda immensa e politicamente complessa.

Ecco, in sintesi, le sei questioni cruciali che decideranno le sorti del vertice.

Le sei questioni chiave della COP30


1. Fermare la febbre del pianete: la soglia di 1,5°C come ultimo baluardo.
I dati sono allarmanti. Gli attuali impegni nazionali portano il mondo su un percorso verso un riscaldamento catastrofico di 2,3–2,5°C. Infatti, superare l’obiettivo di 1,5°C è ormai quasi certo. Il compito a Belém è fare pressione sui paesi più inquinanti affinché riducano le emissioni in modo rapido e drastico. Limitando il superamento al minimo e per il minor tempo possibile. Tuttavia, questo sforzo è complicato dalla presenza di 1.600 lobbisti dei combustibili fossili. Infatti, la loro influenza rischia di affossare le ambizioni climatiche a porte chiuse.

2. Finanziamento dell’adattamento climatico: pagare per sopravvivere.
I paesi in via di sviluppo chiedono soluzioni all’ enorme divario finanziario che impedisce alle comunità già colpite da tempeste, siccità e innalzamento dei mari di proteggersi. La COP30 rappresenta la scadenza per concordare un nuovo obiettivo globale di finanziamento per l’adattamento. Ma successo significa garantire che i paesi vulnerabili possano costruire una resilienza reale. Urgenza che stona con il fatto che le lobby dei combustibili fossili superano in numero ogni delegazione nazionale, eccetto quella del Brasile.

3. Sbloccare finanziamenti da trilioni di dollari: dagli impegni ai progetti.
La sfida centrale resta trasformare i grandi impegni finanziari sul clima in flussi concreti e accessibili. Una roadmap proposta punta a mobilitare 1,3 trilioni di dollari l’anno entro il 2035 per i paesi in via di sviluppo. I negoziatori si concentreranno sulla riforma dei sistemi finanziari globali, in modo che i fondi pubblici possano attrarre investimenti privati. Ma questi dibattiti sul “denaro reale” avvengono accanto all’influenza significativa dei petrostati. Azerbaigian, Emirati Arabi Uniti ed Egitto — tutti grandi produttori di combustibili fossili — hanno ospitato le ultime tre COP.

Per un’analisi più approfondita di questa dinamica, leggi il nostro precedente articolo: È ora di rinunciare alle COP?

4. Soluzioni creative su scala: fari di speranza.
Nonostante la tensione politica, la COP30 funge anche da trampolino per iniziative concrete. Tra i punti salienti ci sono il programma Beat the Heat per il raffreddamento sostenibile, il Food Waste Breakthrough per ridurre le emissioni di metano e il Tropical Forest Forever Facility, progettato per pagare i paesi che preservano le foreste. Questi esempi mostrano cosa potrebbe ottenere un’azione climatica coordinata, se accompagnata dalla volontà politica.

5. Garantire una transizione giusta: il meccanismo d’azione di Belém.
Il passaggio a un’economia verde deve essere equo. Infatti, un importante risultato atteso è il Belém Action Mechanism for Just Transition. Ossia, un quadro pensato per supportare lavoratori e comunità dipendenti da industrie ad alta intensità di carbonio attraverso creazione di posti di lavoro, formazione e supporto strutturale. Questo impegno per la giustizia è essenziale in un processo dominato da attori economici potenti.

6. Riaccendere lo spirito di Parigi in un “decennio di realizzazione”.
A quasi dieci anni dall’ondata di ottimismo seguita all’Accordo di Parigi, la COP30 punta a riaccendere quella speranza. Quindi, a dare il via a una “decade dei fatti”. L’obiettivo è finalmente tradurre le promesse in azioni concrete. Tuttavia, questa ambizione è minacciata dalla massiccia presenza dell’industria fossile. Infatti, recenti indagini intensificano i dubbi sull’integrità del summit.

Considerazioni finali: un summit a un bivio


In conclusione, il messaggio da Belém è chiaro, ma profondamente contraddittorio. Con l’apertura della seconda settimana, le sfide tecniche di riduzione delle emissioni, finanziamento e adattamento sono sul tavolo.

Tuttavia, la vera battaglia per l’esito di questo summit non si combatterà sull’agenda ufficiale, ma sulle dinamiche di potere non dichiarate nelle stanze dei negoziati. Con uno su ogni 25 partecipanti che rappresenta l’industria dei combustibili fossili — delegati più numerosi della rappresentanza combinata dei dieci paesi più vulnerabili al cambiamento climatico — la domanda non è più solo cosa verrà deciso, ma chi sta davvero decidendo.

Il mondo osserva per vedere se la COP30 riuscirà a superare questa contraddizione e accelerare azioni genuine, o se il cosiddetto “decennio di realizzazione” sarà ancora una volta fagocitato dalle forze dell’inerzia.

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Greenwashing: il sistema è progettato per fallire. È ora di vederci chiaro

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La nostra guida per riconoscere il greenwashing — nata dall’osservazione diretta del sabotaggio del sistema — ora disponibile in italiano


Come possiamo capire cosa è davvero sostenibile — o dire con certezza: questo è greenwashing?

Prendiamo un esempio che abbiamo appena condiviso: diverse organizzazioni africane accusano un importante progetto ONU sulla circolarità di utilizzare dati inaffidabili e un processo compromesso.
Non si tratta semplicemente di un fallimento; è un vero e proprio sabotaggio.

Ma come possiamo distinguere tra iniziative autentiche e quelle che non lo sono?
Il conflitto principale non riguarda più solo i dati — ma chi ha il potere di definire cosa significhi circolarità e sostenibilità.

Foto delle copertine dei libri 'Questo è Greenwashing' (edizione italiana) e 'This is Greenwashing' (versione originale inglese), la guida critica per riconoscere il greenwashing e le ingannevoli strategie di marketing ambientale.
Edizione inglese e italiana del libro “This is Greenwashing” e “Questo è Greenwashing”.

Greenwashing: un sistema progettato per fallire


Quando le aziende del fast fashion contribuiscono a stabilire le regole di un processo ONU che dovrebbe invece regolamentarle, il risultato è prevedibile: un sistema progettato per fallire.
In altre parole, un sistema che protegge la sovrapproduzione e gli sprechi sotto le spoglie della sostenibilità.

Questo è greenwashing al massimo livello. La nebbia verde nella sua forma più densa — progettata per confonderci e renderci complici, mentre il vero cambiamento viene sabotato.

Ed è proprio per questo che abbiamo scritto Questo è greenwashing.

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Lo abbiamo scritto perché, quando la regolamentazione fallisce — o viene manipolata — la consapevolezza diventa la nostra più forte linea di difesa.

In un mondo in cui la credibilità della governance ambientale globale è appesa a un filo, dobbiamo dotarci del potere di vedere chiaramente, pretendere di meglio e smettere di essere manipolati.

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“Il crimine più grande del greenwashing è distrarci con false soluzioni mentre il pianeta brucia.”

Smaschera le bugie. Pretendi di meglio.

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Organizzazioni africane accusano il progetto di circolarità tessile dell’UNEP di dati inaffidabili e processo compromesso

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Una coalizione africana avverte che le linee guida globali proposte, costruite su basi difettose, minacciano milioni di mezzi di sussistenza e il futuro del riuso tessile


Una coalizione di organizzazioni africane, sostenuta da esperti provenienti da Europa, Asia e America, ha inviato una lettera formale al Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP). La lettera solleva preoccupazioni sull’affidabilità dei dati alla base dei progetti dell’UNEP per la circolarità globale del tessile e contesta la credibilità concessa a soggetti descritti come “dipendenti” dai giganti del fast fashion.

La lettera aperta contesta direttamente il progetto Circularity and Trade of Used Textiles dell’UNEP, che mira a creare linee guida globali per distinguere i capi di seconda mano riutilizzabili dai rifiuti. I firmatari, che rappresentano i mezzi di sussistenza di milioni di persone impegnate nella selezione, riparazione e rivendita dei capi, sostengono che l’intera iniziativa sia compromessa fin dalle fondamenta. (Fashion Magazine).

Organizazzioni africane: la lettera di accuse


Le loro principali accuse sono tre:

  1. Dati inaffidabili: 
    Il progetto si basa su cifre non verificate, come la frequente affermazione secondo cui il 95% dei rifiuti tessili sarebbe riutilizzabile. Un dato che contraddice le conoscenze consolidate del settore e manca di metodi di raccolta trasparenti.
  2. Processo compromesso: 
    La coalizione descrive le consultazioni come affrettate ed escludenti. E che hanno emarginato proprio gli esperti in grado di comprendere le complesse realtà del commercio dell’usato.
  3. Influenza aziendale: 
    In Ghana, una ONG finanziata dall’industria dell’ultra fast fashion ha guidato la ricerca. Le stesse realtà la cui sovrapproduzione è alla radice della crisi dei rifiuti — creando un inaccettabile conflitto d’interessi.

“Ciò che abbiamo osservato non corrisponde all’obiettività che ci si aspetta da un programma delle Nazioni Unite”, ha dichiarato Jeffren Boakye Abrokwah, presidente della Ghanaian Used Clothing Dealers Association. “In Ghana, il partner di ricerca dell’UNEP è una ONG che già conduce una campagna contro i rifiuti ed è finanziata dall’industria del fast fashion. Questo compromette la neutralità dei dati.”

Tuttavia, tale sentimento ha trovato eco anche a livello internazionale. Alan Wheeler, direttore generale della Textile Recycling Association del Regno Unito, ha affermato: “La disponibilità dell’UNEP ad adottare conclusioni non verificate contraddice il suo impegno dichiarato all’imparzialità e mina la fiducia pubblica.”

Ma la controversia esplode mentre il mercato dell’abbigliamento di seconda mano affronta una pressione senza precedenti. Nuovi capi di bassa qualità invadono i mercati africani. Mentre in Europa i raccoglitori sono in sciopero e paesi come la Svezia autorizzano la distruzione dei capi invenduti. In questo contesto, la richiesta di soluzioni credibili e imparziali non è mai stata così urgente.

Considerazioni finali


In conclusione, il conflitto principale non riguarda più soltanto i dati o la metodologia. Ma riguarda chi ha il potere di definire la circolarità. La lettera delle organizzazioni africane mette in luce una realtà inquietante. In sostanza, l’industria stessa potrebbe plasmare un processo delle Nazioni Unite nato per regolare i rifiuti dell’industria della moda.

Non si tratta semplicemente di un fallimento di metodo, ma di un vero e proprio sabotaggio della soluzione. Permettendo alle realtà del fast fashion di stabilire le regole, il progetto dell’UNEP finisce per legittimare il greenwashing e minare l’economia circolare che dichiara di voler proteggere. In altre parole, il sistema non è solo progettato male. È progettato per fallire, perpetuando un modello lineare di sovrapproduzione e spreco sotto le spoglie della sostenibilità.

La credibilità della governance ambientale globale è ora in bilico.

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