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Il dilemma del lusso: che cosa significa “fare bene il proprio lavoro” in un sistema rotto?

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Settimana della Moda Uomo FW26: analisi della dichiarazione di Miuccia Prada sulla sostenibilità


La Settimana della Moda Uomo Autunno/Inverno 2026/27 si è appena conclusa a Milano, riportando il dilemma del lusso prepotentemente al centro dell’attenzione. Al di là delle collezioni in sé, è emersa in particolare un’affermazione, un commento di Miuccia Prada sulla sostenibilità. Commento poi ampiamente condiviso.

In una stagione segnata dall’incertezza, molti brand hanno cercato rassicurazione nel passato, attraverso la nostalgia, o in audaci provocazioni contemporanee, mentre riconfermavano taglio e colore come ancore di significato. Al termine di una sfilata che rifletteva esplicitamente sul presente, Miuccia Prada e il co-designer Raf Simons hanno parlato alla stampa. La sostenibilità è entrata inevitabilmente nella conversazione.

Immagine astratta di un capo d'abbigliamento non riconoscibile e sfocato in secondo piano, sovrapposta a un codice a barre che recita "OVERPRODUCTION" (sovrapproduzione), a simboleggiare il dilemma del lusso al cuore del sistema moda.

Moda luxury e sostenibilità: pragmatismo contro idealismo


Miuccia Prada ha ribadito il suo impegno di lunga data nel fare il proprio lavoro in modo coscienzioso e nel perseguire l’eccellenza. Ha dichiarato:

“Sto cercando di fare il mio lavoro con serietà. Se volessimo essere davvero sostenibili dovremmo fermare tutto: niente auto, niente vestiti, nessun consumo. Dobbiamo essere onesti e fare il nostro lavoro al meglio che possiamo, portando creatività, qualità e consapevolezza.”

È un’affermazione avvincente, volutamente provocatoria — che mette a nudo la tensione tra idealismo e pragmatismo nel discorso sulla sostenibilità.

Titano dell’industria della moda di lusso e figura nota per le sue posizioni intellettuali e spesso contraddittorie, Prada delinea una dicotomia netta:

  1. L’ideale puro: una sostenibilità vera e assoluta richiederebbe l’arresto completo della vita industriale moderna. Niente auto, niente vestiti nuovi, niente consumo.
  2. La realtà pragmatica: poiché tale scenario è implicitamente ritenuto impossibile o inaccettabile, l’alternativa non è il ritiro, ma “fare bene il nostro lavoro”.

Il messaggio sottostante è chiaro: la perfezione diventa il nemico del miglioramento. Prada rifiuta un test di purezza paralizzante a favore di un’etica della responsabilità incrementale.

Il dilemma del lusso e le sue contraddizioni interne


Tuttavia, questa affermazione rivela anche una contraddizione più profonda.

1. Una difesa del sistema del lusso

Nel suo nucleo, la citazione funziona come una difesa del diritto di esistere dell’alta moda. Prada suggerisce che anche l’apice creativo e qualitativo del settore fallirebbe un test di sostenibilità assoluta. L’argomento implicito è: se il fast fashion è condannato, allora deve esserlo anche il lusso. In effetti il modello di sovrapproduzione è lo stesso. E se ciò accadesse, la società rischierebbe di perdere creatività, artigianalità, cultura.

2. Qualità e creatività come cortina fumogena

Per i brand del lusso, “qualità” (durata, materiali, maestria artigianale) e “creatività” (valore culturale e artistico) vengono ripetutamente invocate come giustificazioni etiche per una persistente produzione di massa. Ma questa cornice elude il problema centrale: il modello di business stesso.

Che si tratti di una camicetta in poliestere da 50 € o di una borsa in nylon da 5.000 €, l’industria del lusso dipende ancora da:

  • Cicli stagionali, che guidano una perpetua “novità” e l’obsolescenza del desiderio.
  • Un consumo guidato dal marketing, che crea bisogni simbolici piuttosto che utilitaristici.
  • Catene di approvvigionamento vaste e opache, con impatti ambientali e sociali a prescindere dalla qualità dei materiali.
  • Esclusività e scarsità fabbricate, fondamentalmente in contrasto con la logica anti-consumo a cui la stessa Prada fa riferimento.

All’interno di questa struttura, creatività e qualità non sono valori neutrali — sono spesso i veri motori del consumo.

Capo d'abbigliamento sfocato con codice a barre recante la scritta "OVERCONSUMPTION", a simboleggiare l'iperconsumo quale conseguenza del dilemma del lusso nella moda.

3. Onestà intellettuale contro realtà aziendale

C’è un’innegabile onestà nell’ammissione di Prada che la vera sostenibilità significherebbe “niente vestiti”. Nomina apertamente il conflitto al cuore della moda. Eppure la conclusione — “fare bene il nostro lavoro” — sembra un gioco di prestigio intellettuale.

Il problema si sposta dal cambiamento sistemico (sovrapproduzione, imperativi di crescita, pressione del marketing) all’etica individuale: il mio lavoro, il nostro lavoro. Così facendo, la responsabilità viene spostata dalla corporation e dai suoi meccanismi strutturali all’integrità personale.

Articolando l’argomento più radicale della critica — dovremmo fermare tutto — Prada si posiziona come la realista sobria. La critica viene riconosciuta, assorbita e poi liquidata come impraticabile. È una forma sofisticata di contenimento: riconoscere la scelta radicale per difendere uno status quo ammorbidito.

Ciò che il dilemma del lusso tralascia

  • Una falsa dicotomia
    Prada presenta una scelta tra la chiusura totale della civiltà e il business-as-usual con migliori intenzioni. Questo cancella il vasto terreno di mezzo: decrescita, sufficienza, sistemi circolari e innovazione radicale del modello di business.
  • Negazione della propria influeza
    In quanto direttrice creativa di un gruppo da miliardi di euro, Prada possiede un potere eccezionale per sperimentare nuovi modelli. Ritirarsi semplicemente nel “fare il mio lavoro” sottovaluta questa sua influenza. L’argomento potrebbe essere difendibile per una designer junior — molto meno per una delle figure più influenti della moda.

Riflessioni finali


Si potrebbe leggere la collezione stessa — abiti che appaiono vissuti ma sono nuovi di zecca — come un suggerimento implicito: usa ciò che hai già. È un rituale che troviamo sempre interessante alla fine di una sfilata di Prada, perché c’è sempre un messaggio che va al di là degli abiti. Ma la domanda più pressante rimane come costruire modelli genuinamente sostenibili per il business della moda.

Termini come decrescita o volumi di produzione più piccoli minacciano le stesse strutture che permettono ai brand del lusso di mantenere le loro cattedrali — architettoniche, simboliche ed economiche. E quindi rimangono per lo più non detti.

L’affermazione di Miuccia Prada finisce per diventare un manifesto rivelatore del dilemma del lusso. È intellettualmente lucida sul problema, ma filosoficamente conservatrice nella sua soluzione. Mobilita il linguaggio dell’etica — onestà, consapevolezza — per giustificare la preservazione di un sistema. Sistema che, per sua stessa ammissione, non può esistere entro i veri limiti planetari.

Concentrarsi sul “fare bene il proprio lavoro” all’interno di un modello rotto, anche con le migliori intenzioni di creatività e qualità, equivale a una forma di dissenso addomesticato. Critica i fini, ma difende ferocemente i mezzi.

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Valentino, l’imperatore della moda

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Più di uno stilista, un custode della bellezza — un impero costruito sulla devozione, non sulla rottura


Valentino Garavani, l’imperatore della moda, è scomparso il 19 gennaio, all’età di 93 anni, a Roma — la città che amava e non ha mai veramente lasciato. In un’epoca definita da rumore costante, velocità e reinvenzione implacabile, la sua eredità si distingue. Non perché inseguiva le tendenze, ma perché coltivava un mondo di eleganza senza tempo, pazienza e bellezza duratura.

Questo non è un tentativo di ripercorrere una carriera — ce n’è già più che abbastanza. Piuttosto, è un tentativo di capire cosa Valentino possa ancora insegnarci. Cosa rimane rilevante. Cosa l’industria della moda — e forse il lavoro creativo nel suo insieme — rischia di dimenticare.

Un percorso dedicato alla bellezza


Nato a Voghera nel 1932, il risveglio estetico di Valentino arrivò presto. Ricordava spesso un momento formativo all’opera di Barcellona, dove vide donne avvolte di rosso. Quella visione — colore, dramma, cerimonia — accese una devozione per tutta la vita verso l’abito come celebrazione. Da quel momento, per lui la moda non fu mai semplicemente funzionale; era culturale, emotiva e profondamente rispettosa della bellezza.

Studiò a Milano e si trasferì poi a Parigi, dove lavorò per Jean Dessès e Guy Laroche, assorbendo la disciplina dell’alta moda e il rigore del mestiere. Nel 1960 tornò a Roma, dove incontrò Giancarlo Giammetti — suo socio in affari e compagno di vita. Insieme costruirono qualcosa di raro: una maison fondata sulla fiducia reciproca, sulla chiarezza dei ruoli e su una visione condivisa. Valentino creava; Giammetti proteggeva le condizioni che permettevano alla creazione di fiorire.

Foto d'archivio in bianco e nero di Valentino Garavani nel suo atelier. L'imperatore della moda tiene con cura un abito bianco ricamato, nell'atto di mostrare la sua creazione.

Da un piccolo atelier seguì il riconoscimento internazionale. Capi di stato, attrici e icone culturali indossavano le sue creazioni non per farsi notare, ma per sentirsi complete. Il suo lavoro divenne un pilastro della storia della moda italiana, eppure il suo fascino fu sempre globale — radicato in ideali classici, ma mai provinciale.

Quando prima dei fatturati c’erano creatività e maestria


In un sistema moda che oggi premia la rottura sopra ogni cosa — persino all’interno del suo stesso marchio — il percorso di Valentino ci ricorda ciò che si sta perdendo: il potere di una visione singolare costruita con pazienza nel corso di una vita. Ha forgiato la sua strada attraverso il miglioramento di sé, la perseveranza, la disciplina e la devozione. Non c’era fretta, nessun bisogno di urlare. Solo la quieta sicurezza della maestria impeccabile della couture.

Questa era la moda come eccellenza artigianale — un’espressione di creatività ancorata all’abilità e all’intelligenza culturale. Valentino iniziò in un atelier di quattro persone, dove ogni punto serviva una visione, non una previsione di mercato o una riunione di azionisti. Oggi, i direttori creativi si piegano a strategie aziendali; la sua generazione costruì case di moda in cui la creatività guidava e il business seguiva.

Annunciò il suo ritiro nel 2007, all’età di 75 anni, con una iconica sfilata finale, tutta in rosso, a Parigi nel 2008. Sfilata che sembrò meno un addio e più una celebrazione di coerenza. Il regista Matt Tyrnauer ha poi immortalato la sua eredità nel documentario del 2008 Valentino: The Last Emperor — un ritratto rivelatore di disciplina, ossessione e standard incrollabili.

L’imperatore della moda — nelle sue parole


Valentino non fu mai vago riguardo a ciò in cui credeva.

“L’eleganza è fatta di intelligenza, e soprattutto di non mostrare l’etichetta.”

Questa frase da sola spiega molto di ciò che oggi sembra assente. La sua couture apparteneva a un mondo in cui creatività e qualità parlavano più forte del branding. Dove l’abito rivelava gusto piuttosto che ricchezza. Oggi, l’equilibrio si è invertito: i loghi hanno sostituito il linguaggio, intervenendo dove la qualità non parla più da sé.

“Oggi, chi ha i soldi non sempre ha classe o memoria.”

La memoria qui è chiave — memoria culturale, memoria estetica, consapevolezza storica. Senza di essa, la moda diventa rumore.

Parlò apertamente del gusto contemporaneo:

“Oggi, con gli influencer, il cattivo gusto è ovunque.”

E nel suo addio a Pierpaolo Piccioli, offrì quella che forse è la sua affermazione più rivelatrice sulla moda moderna:

“Grazie… per la tua amicizia, rispetto e supporto. Sei l’unico designer che conosco che non ha cercato di distorcere i codici di un grande marchio imponendone di nuovi e la megalomania di un ego ridicolo.”

In queste parole risiede il suo intero credo: rispetto per l’eredità, umiltà di fronte alla bellezza e un netto rifiuto della rottura guidata dall’ego.

Riflessioni finali


Cosa possiamo dunque imparare da Valentino — l’imperatore della moda? Da qualcuno che ha fatto della creatività, della couture e della bellezza vera il lavoro di una vita?

Che l’eredità non si costruisce inseguendo ciò che è nuovo, ma approfondendo ciò che è bello. Che il vero lusso non è solo ciò che crei, ma ciò con cui rifiuti di scendere a compromessi. E che l’eleganza — la vera eleganza — richiede tempo, memoria, intelligenza e misura.

Nell’odierna macchina della moda, dove la velocità è premiata e il rumore è continuo, la vita di Valentino pone una domanda più silenziosa ed esigente:

Cosa abbiamo tanta fretta di creare, se non qualcosa destinato a durare?

Non era solo uno stilista. Era un imperatore — di un regno più lento, più deliberato. Che, nel suo silenzio, parla ancora più forte che mai.

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Il fallimento di Saks: a che gioco sta giocando la moda?

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La notizia, giunta un anno dopo l’acquisizione di Neiman Marcus, evidenzia lo stato critico della grande distribuzione del lusso


La notizia del fallimento di Saks pone una domanda semplice: a che gioco sta giocando la moda?

Circa un anno fa, Saks acquisiva Neiman Marcus, insieme alla sua consociata Bergdorf Goodman. In superficie, sembrava una mossa di consolidamento, forza e scala. Figo, no?

Ora, quasi esattamente un anno dopo, Saks ha dichiarato bancarotta.

Questa non è sfortuna, né una svolta inaspettata. È la conseguenza di un modello di business che non funziona più. Ma che il settore continua a fingere sia ancora vitale. La moda prosegue come se niente fosse, come se non ci fosse nulla di fondamentalmente sbagliato. Proviamo a dare un senso alla situazione.

Saks non è un’anomalia. È un caso da manuale della tempesta perfetta che colpisce la distribuzione tradizionale del lusso. Una lezione magistrale su cosa non fare. La sua apparente sopravvivenza è dipesa più dall’inerzia e dal prestigio che da una reale vitalità.

Il fallimento di Saks: il sintomo di un sistema rotto


Un esame ravvicinato del crollo post-acquisizione rivela diversi problemi strutturali.

Primo: il cliente è cambiato.
Il consumo di lusso non ruota più attorno ai templi del consumo. Millennial e Generazione Z acquistano in modo diverso: cercano significato, esperienza, autenticità, storytelling. Il grande magazzino polveroso e formale, rigido, gerarchico e sconnesso, fatica a risuonare con generazioni che si aspettano fluidità, valori e coinvolgimento emotivo.

Secondo: il modello del “retail vuoto”.
I grandi magazzini del lusso soffrono di una profonda crisi d’identità. Non sono abbastanza esclusivi per gareggiare con le boutique monomarca, né abbastanza convenienti o esperienziali per competere con l’e-commerce diretto. Il risultato è uno spazio pieno di prodotti ma vuoto di significato. La sovrapproduzione costante e una cultura dello sconto perpetuo sostituiscono la costruzione d’identità, intrappolando i retailer in un circolo vizioso in cui il volume compensa la rilevanza, finché non è più così.

Terzo: la guerra dei brand.
I grandi gruppi del lusso — Chanel, LVMH, Kering — hanno serrato il controllo sulla distribuzione, investendo pesantemente nei propri canali diretti al consumatore. I negozi di proprietà e le piattaforme e-commerce dei brand stessi erodono progressivamente la rilevanza e il potere contrattuale dei megaretailer multimarca come Saks. Infatti, i brand ora competono apertamente con i loro stessi fornitori. Vogliono tutto, ma non riconoscono una verità di base: il mercato potenziale per il lusso non è infinito.

Infine: il debito mostruoso.
L’acquisizione di Neiman Marcus è stata finanziata con oltre 4 miliardi di dollari di debito, sostenuti da private equity. Questo ha lasciato Saks a sostenere un onere finanziario insostenibile proprio mentre i tassi di interesse salivano e il mercato richiedeva reinvenzione. Il debito non ha causato la crisi, ma ha eliminato ogni spazio residuo per adattarsi.

Moda: un paziente morente

Tuttavia, questo schema non è unico per Saks. Da Farfetch a LuisaViaRoma a SSENSE, che si tratti di e-commerce o negozi fisici, i retailer della moda hanno recentemente affrontato esiti simili, anche senza clamorose acquisizioni. La conclusione è difficile da ignorare: l’era dei mega-retailer che facevano affidamento solo su sconti infiniti e crescita è finita.

Eppure, la risposta rimane ostinatamente familiare.

Dopo la dichiarazione di fallimento di martedì scorso, Saks Global ha rapidamente ottenuto 400 milioni di dollari di nuovo finanziamento (circa 345 milioni di euro). Come riportato da Reuters, un giudice fallimentare statunitense ha concesso l’approvazione iniziale nonostante l’opposizione di Amazon, il suo partner commerciale ormai separato.

Suggeriamo la lettura di un post che abbiamo scritto tempo fa → Moda: un paziente morente

Riflessioni finali


Questa è la routine più pericolosa: il sonnambulismo strategico. Consolidare un mercato morente attraverso acquisizioni, piuttosto che ripensare radicalmente lo scopo del negozio fisico e mettere in discussione il modello della sovrapproduzione, non è una soluzione, è un errore fatale.

In definitiva, Saks ha acquisito due colossi del passato — Neiman Marcus e Bergdorf Goodman — a caro prezzo, caricando il suo bilancio di un debito paralizzante proprio nel momento in cui il settore stava virando verso modelli snelli e diretti al consumatore.

Ancora figo?

Più di ogni altra cosa, il fallimento di Saks è diventato un caso di studio su cosa non fare quando si tenta di trasformare la distribuzione del lusso per il XXI secolo. Una lezione molto costosa.

Quindi, ora che il salvataggio è arrivato, la vera domanda rimane: è plausibile uscire dal collasso semplicemente con una massiccia iniezione di liquidità? E soprattutto, la sopravvivenza può avvenire senza cambiare il modello di business stesso?

La domanda sembra retorica.

E la risposta è no.

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Riflessione editoriale su ciò che conta ancora: contro la corsa ai nuovi contenuti

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Rileggere e riflettere: perché ci sono storie che meritano ancora la nostra attenzione


Poiché ci avviciniamo alla fine dell’anno, il post di oggi è una riflessione editoriale su ciò che abbiamo scritto finora e sul perché continui a essere rilevante.

In un’epoca dominata dalla creazione di contenuti di massa — rapidi, ripetitivi e vuoti — abbiamo cercato di rimanere attenti a ciò che accade intorno a noi, cercando di dare senso agli eventi, alle notizie e ai cambiamenti piuttosto che reagire semplicemente. Nel tempo, il nostro lavoro si è concentrato sull’osservazione, sul contesto e sulla responsabilità, scegliendo la profondità rispetto all’immediatezza.

Al contempo, abbiamo lavorato costantemente per chiarire cos’è il greenwashing, come riconoscerlo e come differisce dalla vera sostenibilità. Questo impegno ha preso una forma più strutturata nel nostro eBook, Questo è Greenwashing. In realtà, il nostro approccio critico alla sostenibilità è sempre stato parte integrante della nostra lente editoriale più ampia, che influenza il modo in cui leggiamo moda, cultura e sistemi di produzione.

Per questo motivo, molti dei nostri post precedenti restano rilevanti. Non sono stati scritti per il momento, ma per una comprensione profonda. Oggi torniamo su alcuni di essi — testi che continuano a parlare chiaramente, a porre domande necessarie e meritano di essere riletti.

Riflessione editoriale: guardare indietro, leggere avanti


Di seguito, una selezione curata di post che continuano a risuonare. Ognuno offre uno sguardo sui meccanismi, le contraddizioni e le possibilità del panorama contemporaneo della moda.

• Siamo orgogliose di dare voce alla designer Consti Gao, co-fondatrice di JAMPROOF. Questo post è fondamentale per comprendere cosa significa costruire un brand nel contesto contemporaneo.

La settima stagione di Sisifo — fashion brand emergenti nel panorama odierno

• Questo post esplora la logica dietro lo sfruttamento del lavoro e perché segnala qualcosa di più profondo. Un modello che collega l’industria della moda a molti altri settori.

Altri 13 brand sotto inchiesta a Milano per sfruttamento del lavoro

• Una storia di slow fashion dal Giappone, dove la tintura con il fango diventa un linguaggio di tempo, cura e connessione umana con la terra.

Clay dye: la tintura naturale che usa il colore della terra

• Il greenwashing è ciò che, nella maggior parte dei casi, si nasconde dietro il linguaggio della sostenibilità. Questo testo aiuta a costruire gli strumenti per vedere più chiaramente.

Greenwashing: il sistema è progettato per fallire. È ora di vederci chiaro

• Il second-hand è davvero una soluzione efficace, o viene assorbito dalla stessa logica di sovraconsumo che doveva contrastare?

Moda secondhand e iperconsumo: il thrifting è il nuovo fast fashion?

• Qui analizziamo perché — nonostante scuole di moda estremamente costose — ciò che l’industria premia sempre di più non sono le competenze, ma visibilità e hype.

La moda non è più un lavoro per stilisti


Vi invitiamo a leggere — o rileggere — questi testi con calma, senza fretta, concedendovi uno spazio per la riflessione piuttosto che per il consumo, e magari scoprire anche altri post che potreste esservi persi.

Considerazioni finali


Questa riflessione editoriale non è uno sguardo nostalgico al passato, ma un riconoscimento della continuità. Si tratta di comprendere ciò che perdura e ciò che può guidarci in futuro. Alcune domande non scadono, e alcuni testi neppure. In uno spazio digitale guidato da un flusso costante di contenuti, scegliere di rileggere è anche una forma di responsabilità.

Prendetevi il tempo per esplorare il nostro archivio — c’è ancora molto da scoprire — e iscrivetevi alla nostra newsletter per ricevere riflessioni, storie e approfondimenti durante tutto l’anno.

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Pacchi extra-UE: approvata in Europa la tassa per frenare l’ultra-fast fashion, anche l’Italia si unisce

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Questa tassa riuscirà davvero a scoraggiare gli acquisti low-cost — o persegue altri interessi?


Immagina un nuovo costo su ogni pacco di moda low-cost proveniente dall’estero: questa è l’essenza della nuova tassa sui pacchi Extra-UE appena approvata. La misura rappresenta un intervento di politica europea concepito per far sì che l’abbigliamento usa e getta sostenga una quota maggiore del suo costo reale. Allo stesso tempo, protegge i mercati locali da quella che viene sempre più definita concorrenza sleale.

Secondo la Commissione europea, solo nel 2025 sono stati importati nell’UE circa 4,6 miliardi di articoli. Ciascuno con un valore inferiore a 150 euro — l’equivalente di circa 12 milioni di pacchi al giorno. Questa cifra è raddoppiata in soli due anni. Le importazioni erano infatti ferme a 2,3 miliardi di articoli nel 2023 e 1,4 miliardi nel 2022.

Anche l’Italia si sta muovendo in questa direzione. Il governo, infatti, prevede di introdurre una tassa di 2 euro su ogni pacco in arrivo da paesi extra-UE.

Ma può una tassa così modesta davvero arginare la marea di acquisti low-cost e di ultra-fast fashion? E quali sono le motivazioni più profonde dietro questo cambio di rotta politica?

L’UE approva la tassa sui pacchi extra-Ue per frenare l’ultra-fast fashion


Bruxelles ha approvato una tassa di 3€ su tutti i pacchi di valore inferiore a 150€ spediti da Paesi terzi. La misura entrerà in vigore il 1° luglio 2026. Mira a contrastare il crescente impatto delle piattaforme di e-commerce low-cost. Un fenomeno visibile in molti settori, ma particolarmente evidente nella moda. Si pensi a colossi come Shein, Temu e AliExpress.

La tassa sarà applicata a pacco, non a articolo. Ciò significa che tre prodotti spediti insieme in un unico imballaggio subiranno un costo totale di 3€. Invece, tre pacchi separati sarebbero tassati per un totale di 9€.

Apparentemente, questa struttura sembrerebbe incentivare le spedizioni consolidate, piuttosto che scoraggiare il consumo in sé.

Pacchi extra-UE: anche l’Italia punta alle importazioni low-cost per contrastare la concorrenza sleale


L’Italia si prepara a introdurre una propria imposta sulle spedizioni extra-UE di valore inferiore a 150€ (circa 176 dollari). Contemporaneamente, il governo prevede di raddoppiare la tassa sulle transazioni finanziarie. Roma cerca entrate aggiuntive per finanziare costosi emendamenti di bilancio, secondo quanto risulta da documenti ufficiali.

Con circa 330 milioni di pacchi a basso valore che arrivano in Italia ogni anno, e tenendo conto della probabilità che alcuni venditori cercheranno di eludere il nuovo costo, il governo stima ricavi annuali di 245 milioni di euro dalla misura.

Nello specifico, l’imposta sui pacchi di basso valore – fissata a 2€ per spedizione – dovrebbe generare 122,5 milioni di euro l’anno prossimo, seguiti da 245 milioni di euro all’anno sia nel 2027 che nel 2028, secondo documenti parlamentari citati da Reuters.

A settembre, il governo guidato dal primo ministro Giorgia Meloni prevede che la pressione fiscale complessiva – il totale di tasse e contributi sociali rispetto al PIL – salirà al 42,8% quest’anno, rispetto al 42,5% del 2024. Questo colloca l’Italia tra le economie più pesantemente tassate del mondo sviluppato.

Alcune considerazioni: quali sono le vere ragioni dietro tutto ciò?


La tassa sui pacchi extra-Ue rappresenta la sfida più diretta lanciata finora dall’Europa al modello di business cinese dell’ultra-fast fashion. Tuttavia, questa mossa legislativa non sembra essere guidata da preoccupazioni ambientali o di sostenibilità. Funziona piuttosto come una forma di protezionismo industriale, finalizzata a proteggere i produttori europei di fast-fashion dalla concorrenza esterna.

Ciò solleva una domanda scomoda ma necessaria: se il fast fashion è ampiamente riconosciuto come un modello distruttivo e insostenibile, in base a quali principi dovrebbe essere protetta la sua versione europea?

In definitiva, occorre anche chiedersi se un prelievo di 2 o 3 euro possa davvero dissuadere dall’acquisto di beni ultra low-cost.
Se la tassa non riuscisse a modificare i comportamenti dei consumatori, diventerebbe lecito concludere che il suo vero scopo sia semplicemente quello di dirottare ingenti somme nelle casse nazionali o europee.

E queste somme sono tutt’altro che trascurabili.

Prendendo la stima del 2025 di 12 milioni di pacchi al giorno e moltiplicandola per 3€, si ottiene un ricavo teorico annuo. Questo totale supera i 13 miliardi di euro.

Un’entrata considerevole per i governi, anche se il comportamento dei consumatori rimane immutato.

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