Indagine moda lusso italiana: il Tribunale di Milano amplia l’inchiesta
Sfruttamento del lavoro nel segmento alto della filiera della moda
Reuters riporta che la polizia italiana ha effettuato perquisizioni presso le sedi di nove aziende della moda di alta gamma nell’ambito dell’indagine sulla moda di lusso italiana riguardante il presunto sfruttamento di lavoratori impiegati da subappaltatori. Gli investigatori hanno richiesto documenti relativi alla governance aziendale e ai controlli sulla filiera produttiva.
Nel dicembre 2025 l’inchiesta aveva già coinvolto altri tredici marchi, tra cui Dolce & Gabbana, Gucci e Prada.
Questa volta, le aziende destinatarie dei provvedimenti sono Brunello Cucinelli, Moncler, Chanel, Bulgari, Jacob Cohen Company SPA, Etro, Stefano Ricci, Goyard Italie e Owenscorp Italia.
Questi marchi sono entrati nell’inchiesta dopo che le autorità hanno rinvenuto documenti relativi ai subappalti e prodotti riconducibili a loro durante precedenti perquisizioni in due laboratori gestiti da imprenditori cinesi. Laboratori accusati di sfruttare lavoratori irregolari.
Al momento nessuna delle aziende è attualmente sottoposta a indagine penale, né i pubblici ministeri hanno richiesto per alcuna di esse l’amministrazione giudiziaria. La maggior parte delle società non ha risposto immediatamente alle richieste di commento. Chanel ha dichiarato di collaborare con l’indagine sullo sfruttamento del lavoro in Italia e di aver interrotto il rapporto con il subappaltatore.
I due laboratori gestiti da imprenditori cinesi producevano porta-abiti, shopper e pochette per Brandart e F. VL., entrambe oggetto di perquisizioni da parte dei Carabinieri. Questi fornitori consegnavano poi direttamente i prodotti ai nove marchi della moda, che li commercializzavano con il proprio nome.
Carlo Capasa, presidente della Camera Nazionale della Moda Italiana, aveva definito questi episodi casi isolati. Il numero crescente di marchi coinvolti nell’inchiesta suggerisce però il contrario.
Soprattutto, queste indagini mettono in luce il modello produttivo che sostiene la moda di lusso.

Il labirinto dei subappalti
Sebbene queste indagini si stiano svolgendo a Milano, le dinamiche in gioco sono tutt’altro che locali. Ciò a cui stiamo assistendo è un modello produttivo globale costruito sull’opacità. Lo sfruttamento emerso tra i subappaltatori che lavorano per i marchi del lusso non rappresenta un’eccezione, ma l’esito prevedibile di filiere produttive stratificate, progettate per ridurre i costi e allo stesso tempo allontanare i marchi dalla responsabilità legale e reputazionale.
Ogni ulteriore livello di subappalto aumenta la distanza tra il marchio e il luogo in cui avviene la produzione. Ciò rende sempre più difficile attribuire responsabilità, mentre il costo del lavoro continua a diminuire. I marchi possono legittimamente sostenere di non avere avuto alcun rapporto diretto con il laboratorio in cui si sono verificati gli abusi, anche se quei laboratori esistono esclusivamente per realizzare i loro prodotti.
Questo meccanismo non è affatto esclusivo della moda. Strutture analoghe operano nell’elettronica, nell’agricoltura, nella logistica e nell’industria automobilistica. Ovunque la riduzione incessante dei costi diventi l’obiettivo prioritario, il lavoro è quasi sempre la prima variabile a essere compressa.
La finanziarizzazione del lusso
La moda di lusso è profondamente cambiata negli ultimi decenni. Un tempo dominata da atelier a conduzione familiare incentrati sull’artigianalità, oggi gran parte del settore è controllata da gruppi quotati in borsa e da investitori finanziari. Obiettivi di crescita, risultati trimestrali e aspettative degli azionisti influenzano sempre più le decisioni aziendali. Le maison sono diventate asset finanziari tanto quanto realtà culturali.
Per questo motivo, laboratori di sfruttamento e moda di lusso non sono due realtà scollegate. Sono il prodotto della stessa logica economica: massimizzare i margini, esternalizzare i costi e spingere la produzione attraverso filiere sempre più frammentate. Queste indagini non rivelano un fallimento isolato: mostrano un sistema che funziona esattamente come è stato progettato.
In un simile modello, una produzione realmente etica diventa difficile da sostenere perché la pressione commerciale continua a premiare i costi più bassi anziché una maggiore trasparenza. Cambia soltanto il grado di responsabilità.
Riflessioni finali
L’indagine sulla moda di lusso italiana evidenzia che questi casi non sono episodi isolati, ma i sintomi di un modello produttivo costruito su filiere frammentate. Resta da vedere se questa vicenda porterà a cambiamenti strutturali duraturi.
Indagini precedenti hanno inoltre dimostrato che chiudere singoli laboratori non significa smantellare il sistema. I fornitori possono scomparire, riaprire con un altro nome o continuare a lavorare per clienti diversi. Nel frattempo, gli incentivi economici che hanno creato il problema rimangono invariati.
Non si tratta di un problema esclusivamente italiano, né di una questione limitata al settore della moda. È il riflesso di un modello economico che spinge sistematicamente la produzione verso il costo più basso possibile, allontanando i marchi dalle proprie responsabilità. Finché questa struttura di fondo non cambierà, continueranno a emergere indagini simili. Non solo nella moda ma in tutti i settori costruiti sulla stessa logica. E ogni volta la risposta suonerà familiare:
Non lo sapevamo.
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