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Nessuna azienda pronta per il futuro può ignorare la schiavitù moderna

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Un nuovo standard globale ISO cerca di impedire alle aziende di usare la complessità come scusa per l’inerzia


Lo standard ISO 37200 entra nella conversazione in un momento critico. Nonostante tutti i discorsi sull’approvvigionamento etico nei rapporti annuali, la cruda realtà è che la schiavitù moderna non si sta riducendo. Sta esplodendo. Leggendo il report di Susan Taylor Martin per Reuters, abbiamo provato un senso di amara conferma.

Di tanto in tanto portiamo alla luce il tema della schiavitù moderna. Spesso appare nel contesto della moda ma si estende ben oltre questo settore. Infatti, raprresenta una delle questioni più urgenti dei nostri tempi.

Quando i leader parlano di preparare le loro organizzazioni per il futuro, la conversazione ruota spesso attorno all’intelligenza artificiale, al quantum computing o alla corsa alle zero emissioni. I consigli di amministrazione scrutinano le tensioni geopolitiche e i riallineamenti commerciali, mentre le aziende riprogettano le catene di fornitura per renderle resilienti e veloci.

Eppure, in mezzo a questa ricalibratura strategica, c’è una questione che richiede uguale — se non maggiore — attenzione: come garantire che la crescita non avvenga a scapito della dignità umana.

Schiavitù moderna: un fenomeno in crescita


Oggi, si stima che 50 milioni di persone in tutto il mondo siano intrappolate nel lavoro forzato o nella tratta di esseri umani. Questi abusi sono spesso nascosti nelle intricate reti delle catene di fornitura globali che sono alla base del commercio quotidiano. (Fonte: Reuters).

Ancora più allarmante è la tendenza. Infatti, il numero di persone che vivono in condizioni di schiavitù moderna è aumentato del 25% nell’ultimo decennio.

“È sconvolgente che il numero di schiavi moderni sia aumentato del 25% nell’ultimo decennio.”
— Susan Taylor Martin

Questo rischio si estende ben oltre i mercati lontani. È una sfida sistemica che colpisce organizzazioni di ogni dimensione e settore. Man mano che le catene di fornitura diventano sempre più frammentate e opache, aumenta la probabilità di sfruttamento.

La schiavitù moderna rimane una delle questioni più inquietanti e complesse che il business globale deve affrontare. Questa statistica non è solo un numero. Rappresenta un fallimento sistemico della supervisione aziendale volontaria — un fallimento che il nuovo standard globale spera di affrontare.

ISO 37200: un nuovo punto di riferimento per fermare la schiavitù moderna


È in questo contesto che è stato sviluppato un nuovo punto di riferimento internazionale — ISO 37200. Dedicato specificamente alla prevenzione, all’identificazione e risposta alla tratta di esseri umani e al lavoro forzato, rappresenta il primo standard globale del suo genere.

A seguito di una consultazione pubblica, ci si aspetta che lo standard venga pubblicato entro la fine dell’anno. Il suo scopo è chiaro: aiutare le organizzazioni a “prevenire, identificare, mitigare, rimediare e segnalare” i rischi di schiavitù moderna nelle loro operazioni e catene di fornitura. È fondamentale sottolineare che è progettato per integrare i quadri giuridici e normativi esistenti, piuttosto che aggiungere strati di burocrazia. L’obiettivo non è creare ulteriori oneri di rendicontazione, ma consentire alle aziende di andare oltre gli esercizi di conformità e il “spuntare le caselle” verso un’azione significativa.

Ma prima della sua pubblicazione, i leader farebbero bene a esaminare le proprie strutture di governance. Esistono chiare linee di responsabilità? Quanto è profonda la loro comprensione delle catene di fornitura, in particolare oltre i fornitori di primo livello? Procedure solide, formazione del personale e meccanismi di escalation efficaci supportano queste politiche? E, cosa più importante, le organizzazioni sono in grado di rispondere in modo responsabile e deciso se scoprono casi di sfruttamento?

Potrebbe essere forte la tentazione di presumere che alcuni settori siano più esposti di altri. Sebbene i rischi varino a seconda della geografia e del settore, lo sfruttamento può verificarsi ovunque. I principi sottostanti — buona governance, trasparenza e condotta etica — sono universali.

Uno standard britannico

Il nuovo quadro normativo ISO si basa su uno standard britannico introdotto nel 2022, riflettendo la leadership di lunga data del Regno Unito nella pratica commerciale responsabile. I primi utilizzatori di quello standard hanno già dimostrato come integrare la protezione dei lavoratori nel cuore delle operazioni rafforzi la credibilità e la resilienza.

Stabilendo un linguaggio comune e un quadro condiviso, lo standard ISO 37200 mira a portare coerenza globale alla lotta contro la schiavitù moderna. Nessuna singola azienda o paese può affrontare da solo una sfida di queste proporzioni. L’azione collettiva è essenziale.

Riflessioni finali


Denunciamo spesso la schiavitù moderna nell’industria della moda. Ma la nostra attenzione al problema è iniziata molto tempo fa, dalla persecuzione e il lavoro forzato della minoranza uigura in Cina. Legate a catene di fornitura che attraversano moda, tecnologia, automotive e altri settori.

Le nostre precedenti indagini sullo sfruttamento del lavoro ci hanno insegnato che la regolamentazione da sola non è sufficiente. Questo è il motivo per cui la pubblicazione della ISO 37200 non è solo un aggiornamento politico. È una potenziale ancora di salvezza per revisori e funzionari della conformità che lottano per realizzare un cambiamento dall’interno.

Come ha osservato un leader del settore, gli standard internazionali basati sul consenso hanno il potere di accelerare un “cambiamento reale e pratico — su larga scala”. La schiavitù moderna non può essere liquidata come “il prezzo del fare impresa”. Né può essere considerata troppo complessa da affrontare. Richiede uno sforzo deliberato e coordinato.

Con l’imminente pubblicazione dello standard ISO 37200, la domanda per i leader non è più “Abbiamo una politica?” . Ma “Abbiamo il coraggio di guardare più a fondo?”. Mentre continuiamo a porre attenzione su queste questioni, osserveremo quali aziende adotteranno questo standard. E quali, invece, continueranno a guardare dall’altra parte.

Perché qualsiasi organizzazione che dichiari di essere pronta per il futuro deve essere preparata a dire — inequivocabilmente — che non tollererà la schiavitù moderna.

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Scudo legale per il lusso: è questa la soluzione per porre fine allo sfruttamento dei lavoratori da parte dei grandi brand?

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Report Rai3: i laboratori della moda e il legame indissolubile tra lusso e abusi sul lavoro


Proprio mentre l’Italia era nel pieno della Milano Fashion Week Uomo, Report su Rai3 ha mandato in onda un’inchiesta durissima sullo sfruttamento del lavoro dietro i grandi brand che ora chiedono uno scudo legale per il lusso. Il tema di per sé non era nuovo: di recente, diversi media avevano già raccontato dei laboratori nascosti dietro la facciata del Made in Italy. Ciò che Report ha fatto di diverso è stato spingersi più in là, tentando di parlare direttamente con produttori, lavoratori e proprietari dei brand.

Tra le grandi figure interpellate, solo Diego Della Valle – presidente del Gruppo Tod’s (Tod’s, Hogan, Fay e Roger Vivier) – ha accettato di comparire in video. La sua apparizione, tuttavia, ha sollevato più interrogativi di quanti ne abbia sciolti. L’inchiesta ha rivelato che audit erano stati condotti nella filiera, ma Tod’s ne ha ignorato i risultati.

Alcuni commentatori hanno accusato Report di osare criticare un settore che rappresenta una fetta significativa del PIL italiano. Siamo fortemente in disaccordo. Quando un’industria opera, direttamente o indirettamente, in condizioni da sweatshop, esporla non è solo legittimo, è necessario.

Amministrazione giudiziaria e abusi sul lavoro


Diversi brand del lusso sono stati posti sotto amministrazione giudiziaria per non aver vigilato sullo sfruttamento del lavoro nelle proprie catene di fornitura.

Tra questi, Valentino Bags – società controllata da Valentino e responsabile della produzione delle borse del marchio – insieme a Loro Piana, Armani e Dior. In uno dei laboratori cinesi che producevano borse Valentino, i Carabinieri hanno trovato un bambino che giocava tra tessuti e macchinari industriali.

Nel luglio 2025, il tribunale di Milano ha disposto l’amministrazione giudiziaria per Loro Piana, il brand di abbigliamento italiano di fascia alta controllato da LVMH. Gli investigatori hanno scoperto che la produzione era stata affidata ad aziende che avevano subappaltato il lavoro a laboratori cinesi dove i lavoratori erano sfruttati.

Borse in pelle non finite in un laboratorio spoglio, rappresentano la produzione nascosta dietro i marchi del lusso in cerca di uno scudo legale.

Della Valle: “I laboratori cinesi non sono un nostro problema”


A ottobre, la Procura di Milano ha richiesto l’amministrazione giudiziaria preventiva per Tod’s SpA. L’indagine ha portato alla luce gravi violazioni dei diritti dei lavoratori lungo la catena di subfornitura responsabile della produzione delle merci del marchio. I pubblici ministeri hanno dichiarato che l’azienda era a conoscenza di queste pratiche. Ciò di conseguenza ha portato a un’indagine per caporalato.

In seguito a provvedimenti simili contro numerosi marchi della moda, il procuratore di Milano Paolo Storari ha anche chiesto per Tod’s una sospensione della pubblicità di sei mesi. Attraverso un’intervista esclusiva con Diego Della Valle, Report ha ricostruito la filiera del lusso. Come funziona? La produzione viene esternalizzata a ditte italiane prive di stabilimenti produttivi, che poi subappaltano a laboratori cinesi.

Della Valle ha sostenuto che la responsabilità non dovrebbe estendersi oltre il primo livello della filiera. Questa posizione è profondamente problematica. Se un brand affida la produzione a intermediari che a loro volta non producono nulla, cosa ci si aspetta che accada? E perché, in primo luogo, i brand scelgono questo modello?

Nel caso Tod’s, una delle questioni più gravi emerse è stata il mancato intervento su chiari risultati degli audit. I problemi erano stati identificati, ma volutamente ignorati.

Il tentativo di scudo legale per i brand del lusso


In questo contesto, l’articolo 30 del Disegno di Legge sulle Piccole e Medie Imprese – approvato dal Senato e in discussione alla Camera – ha tentato di esentare i grandi marchi della moda dalla responsabilità per i reati commessi lungo le loro catene produttive.

Definito ampiamente come uno scudo legale per il lusso, l’emendamento è stato infine ritirato a seguito delle proteste di sindacati, lavoratori e della Clean Clothes Campaign. Tornerà ora in Senato.

Durante la sua intervista a Report, il Ministro Adolfo Urso ha dichiarato che il caporalato in Italia è stato “portato dai cinesi”. Un’affermazione sconcertante, che sposta la colpa lontano dalle cause strutturali.

Addossare la colpa agli anelli più bassi – e più deboli – della catena ignora convenientemente chi fissa i prezzi, chi progetta le filiere e chi, in ultima analisi, beneficia dei costi di produzione più bassi.

Made in Chitaly: la testimonianza che spiega tutto


Uno dei momenti più potenti di Report è stata la testimonianza di Andrea Parisi, titolare di Spectre Srl, azienda specializzata nella rifinitura dei tacchi per calzature di lusso.

Fino a poco tempo fa, Spectre dava lavoro a 34-35 persone e lavorava per tutti i grandi brand del lusso. Oggi sono rimasti solo tre dipendenti.

Parisi ha spiegato come i brand appaltino il lavoro ad aziende che non possiedono macchinari, le quali a loro volta subappaltano – in nero – a laboratori cinesi in grado di produrre decine di migliaia di pezzi a prezzi economicamente impossibili in condizioni legali.

Un tacco pagato 0,80€ al pezzo (1,60€ a paio), ha spiegato, dovrebbe costare almeno il doppio. Questo meccanismo di prezzi spinge fuori dal mercato i produttori italiani in regola, privandoli di commesse, fatturato e manodopera qualificata.

“La perdita più grave”, ha detto Parisi, “è la nostra forza lavoro”. Fare concorrenza, ha spiegato, è impossibile a meno di non essere disposti a infrangere la legge.

Le parole più toccanti di Andrea Parisi:

“Il settore della moda in Italia non esiste più. Ma noi in questo momento non abbiamo neanche più le armi per lottare, come facciamo ad andare avanti? I nostri lavoratori devono mettersi in condizioni ‘modello Vietnam’? Ma dove siamo arrivati? Dietro al subappalto si nasconde il lavoro nero, si nasconde il precariato, lo sfruttamento. Va abolito, punto, ma va fatto domani mattina. È Made in Italy se si rispetta l’etica dei lavoratori. Oppure scrivete nei prodotti ‘Made in Italy 50%’, almeno raccontate la verità.”

Un sistema strutturale, non un’anomalia


L’idea di servire prodotti di lusso a tutti ha generato questo sistema. Il cosiddetto lusso democratico.

Come ha detto Della Valle: Noi viviamo perché la gente ci riconosce una qualità assoluta. Quanta gente si compra una mia borsa, un paio di scarpe? Molti hanno il denaro per farlo, poi c’è qualcuno che gli piace, non avrebbe il denaro, fa un sacrificio e a questa gente qui non gli puoi dire: “tu che ti fai un mazzo così per poterti comprare ‘sta robetta, questi qui sono dei paraculi”.

Quindi i brand offrono prodotti entry-price mentre, allo stesso tempo, tagliano i costi il più possibile per massimizzare i profitti. Diciamolo chiaramente: l’idea del lusso democratico è contraddittoria quanto la democrazia illiberale: non esiste. O è una cosa o è l’altra.

Come ha detto Luca Bertazzoni di Report:

“Il punto è che quelle ditte cinesi che la presidente Meloni dice di combattere sono ormai parte integrante del sistema e continuano ad essere richieste dai grandi marchi della moda per massimizzare i profitti. È il caso del signor Yang che avevamo incontrato un anno fa dopo che i carabinieri avevano trovato delle borse di Dior dentro il suo opificio di Opera dove venivano sfruttati i lavoratori”.

Gian Gaetano Bellavia – esperto di diritto penale dell’economia, ha spiegato ulteriormente: “L’italiano che prende l’appalto si tiene sempre il suo margine, è il cinese che deve contrarre il margine. Allora il cinese magari va dal pakistano, no? Che è più disgraziato del cinese.”

Questo sistema non si limita a borse o calzature, né è un’eccezione. Inoltre, non è solo una questione italiana – Dior è forse un marchio italiano? E non è LVMH propietaria di Loro Piana? Il problema è strutturale e globale. Per essere chiari, esiste anche al di fuori della moda. In ogni caso, questa estensione non è un fattore attenuante, ma aggravante.

Come ha notato Bellavia, è una “guerra tra poveri per servire i ricchi”. Chi sta in alto rimane in silenzio, protetto dalla distanza, dalla complessità e dall’ambiguità legale.

Riflessioni finali


In conclusione, questo sistema operativo non è nuovo. Come giovani donne che lavoravano nella moda alla fine degli anni ’90, ne abbiamo visto il consolidamento graduale. Per oltre vent’anni ha prevalso l’opacità. Se l’abbiamo visto noi, come è possibile che mai nessuno si è interrogato su cosa stesse accadendo?

Oggi, invece di smantellare il sistema, il governo italiano propone uno scudo legale per il lusso.

Ma quando i prodotti di lusso sono realizzati attraverso lo sfruttamento, chi è responsabile? L’ultimo anello della catena? Davvero? Oppure chi decide di massimizzare i profitti comprimendo i costi di produzione dall’alto verso il basso?

Se la manifattura italiana è stata decimata, la responsabilità è sia delle scelte politiche che delle strategie dei brand. Addossare la colpa dello sfruttamento del lavoro ai soli anelli più deboli della catena non è solo disonesto, è vergognoso.

Uno scudo legale non è la soluzione. Queste aziende hanno denaro, potere e struttura. Devono essere responsabili delle condizioni dei lavoratori e della realtà dietro i loro prodotti. Scegliere di ignorare significa rinunciare alla responsabilità.

Luca Bertazzoni ha indicato una direzione definitiva:

“Se l’alta moda rinunciasse alla catena di subappalti che le consente di fare profitti producendo a prezzi stracciati, potrebbero tornare a lavorare gli artigiani italiani nel rispetto dei diritti degli operai.”

Quindi, dimenticatevi lo scudo legale per il lusso. La vera soluzione è chiara: smantellare le catene di subappalto che permettono ai brand del lusso di trarre profitto dal lavoro a bassissimo costo. Solo allora gli artigiani italiani potranno tornare a lavorare in condizioni che rispettino la dignità e i diritti.

Etica. Equità. Pari opportunità.

E che i brand siano finalmente chiamati a rispondere.

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La profezia di David Bowie: “I’m afraid of Americans” e cosa ci dice oggi

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Il mutaforma, l’icona, il genio creativo che visse tutto in anticipo sui tempi


I’m afraid of Americans — nell’anniversario della morte di David Bowie, questi suoi versi ci tornano in mente non solo come un ricordo, ma come la profezia di David Bowie, oggi sotto i nostri occhi.

Qui, il vento soffia gelido — un freddo che non è nulla, in confronto agli spari che echeggiano in America. A Minneapolis, un agente dell’ICE ha ucciso una donna, Renee Nicole Good. Disarmata. “Va bene, amico. Non sono arrabbiata con te,” ha detto lei. Poi lui le ha sparato tre volte in faccia mentre lei era alla guida della sua auto. Questo non è un verso di una canzone. È un’immagine nitida di una società — il terreno dove la profezia cresce.

Ritratto di Renee Nicole Good, una donna disarmata uccisa a colpi d'arma da fuoco da agenti dell'ICE a Minneapolis. La profezia di David Bowie risuona: ho paura degli americani.
Renee Nicole Good uccisa dall’ ICE a Minneapolis.


Bowie rimane un’immensa ispirazione, un contrappunto necessario. Nel documentario Moonage Daydream, si è brillantemente autodefinito un “collezionista di personalità”. Non solo un musicista, ma un curatore di personaggi; un sintetizzatore di arte, suono e pensiero. Era l’autodidatta per eccellenza — la sua mente, una spugna vorace e discernente per la filosofia, la pittura, la letteratura e i margini frastagliati della cultura. Non era semplice affettazione. Era un acume creativo formidabile: un’intelligenza strategica che costruiva mondi e decostruiva personaggi con la precisione di un maestro.

Oggi, non siamo attratti dall’alieno androgino di Ziggy o dall’elegante Duca Bianco, ma dal profeta successivo, più freddo: colui che ci ha dato “I’m Afraid of Americans”.

I’m afraid of Americans: la profezia di David Bowie


Pubblicata nel 1997 (nell’album Earthling), ma con radici in una collaborazione del 1995 con Brian Eno, la canzone è una bestia ringhiante dai groove industriali. Sembra meno una reliquia retrò e più una trasmissione dal passato che ha appena raggiunto la massima potenza del segnale. In essa, Bowie adotta il ruolo dell’osservatore, perseguitato da un’ansia strisciante, virale. Il ponte parlato è un centro raggelante:

“Johnny’s in America…
Ah-ah-ah, ah-ah, ah-ah, ah-ah-ah
No-one needs anyone, they don’t even just pretend…
Ah-ah-ah, ah-ah, ah-ah
Johnny’s in America”

È il ritratto di una società che si atomizza. “Johnny” non è una persona; è una condizione. Uno stato dell’essere in cui la connessione è obsoleta, dove anche la finzione del prendersi cura — “non fingono nemmeno più” — è stata abbandonata. Solitudine resa sistemica. E a circondare questa osservazione spoglia, c’è il mantra ipnotico e terrorizzato del coro:

“I’m afraid of Americans
I’m afraid of the world
I’m afraid I can’t help it
I’m afraid I can’t…”

Il testo come specchio per l’oggi


Questa non è un’affermazione geopolitica su una nazionalità. Come Bowie spesso chiariva, riguarda la paura di una certa ideologia esportata — un’ansia da “McMondo”, iper-consumista, culturalmente imperialista, che omogeneizza e divora, lasciando dietro di sé l’isolamento esistenziale di Johnny. È la paura di un mondo che diventa una monocultura dove l’unica verità sacra è il sé, e il sé è terrorizzato da tutto il resto. “No tax at the wheel,” borbotta in una strofa precedente — un’immagine brillante, obliqua, di un potere non regolamentato, di una guida senza responsabilità, che sfreccia in avanti senza nessuno al volante e nulla restituito.

Bowie lo vide allora. Il ritmo paranoico e pulsante del suo brano è la colonna sonora perfetta per il nostro tribalismo alimentato dagli algoritmi, la nostra indignazione performativa e il nostro profondo, non detto terrore l’uno dell’altro. Diagnosticò il malessere spirituale che sarebbe fiorito nel nostro clima attuale: la strumentalizzazione dell’identità, il crollo delle narrative condivise, la paura come impostazione predefinita.

La profezia della canzone coagula nella nostra realtà quotidiana. Risona nel discorso politico di Trump, spogliato di empatia; nell’orrore incessante della violenza armata di routine; nella macchina brutale del potere statale. Guardando l’horror show americano moderno, il ritornello si trasforma da espressione artistica a testimonianza cruda:

Ho paura degli americani.


Questa era la sua genialità. Il collezionista di personalità era anche un collezionista di futuri. Assorbiva i deboli segnali dello zeitgeist in arrivo, li filtrava attraverso la sua sensibilità artistica ineguagliabile e ce li rimandava come arte — a volte bella, a volte grottesca, sempre preveggente.

In questo anniversario, non ci manca solo l’uomo. Ci manca la sua antenna. Ci manca il mutaforma intellettuale e senza paura che osò guardare nella tempesta in arrivo e metterla a tempo. In “I’m Afraid of Americans”, ci ha consegnato uno specchio. Decenni dopo, lo stiamo ancora fissando. Questa è la profezia di David Bowie.

Lui vide Johnny.
Un sistema morente.
Un sistema senza anima.

A Minneapolis, Johnny ha premuto il grilletto.

La profezia non è più un verso di una canzone.
È un titolo di giornale.
È un necrologio.

Ho paura degli americani.

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Altri 13 brand sotto inchiesta a Milano per sfruttamento del lavoro

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Una crisi per l’industria della moda, o lo specchio del sistema economico nel suo complesso?


Le autorità di Milano stanno stringendo i controlli sullo sfruttamento del lavoro nella filiera della moda, mettendo altri 13 brand sotto inchiesta dopo un’operazione che ha rivelato gravi irregolarità. Un’indagine ampia ha portato alla luce nuove accuse di condizioni abusive collegate a diversi produttori, spingendo la procura ad allargare il perimetro delle indagini. La Procura di Milano ha ora richiesto documentazione a 13 top brand della moda per dimostrare la loro conformità alle leggi sul lavoro e sulla sicurezza. Capi riconducibili a queste aziende sono stati rinvenuti in magazzini gestiti da subappaltatori cinesi. Ciò ha portato gli investigatori a chiedere controlli più approfonditi.

Da D&G e Prada ad Adidas, Versace e Gucci, la Procura di Milano ha inviato richieste di documentazione per verificare il rispetto dei controlli di sicurezza e legali.

Ma lo sfruttamento del lavoro è un problema solo della moda, e solo in Italia? Oppure è una caratteristica intrinseca del sistema economico stesso?

L’inchiesta di Milano: moda e caporalato


Ancora una volta, l’industria della moda è sotto i riflettori. Altre 13 grandi gruppi sono finiti nel mirino dei magistrati milanesi. Nella tarda serata di martedì 2 dicembre, i carabinieri del Nucleo Tutela Lavoro, su mandato del Procuratore Paolo Storari, hanno effettuato perquisizioni negli uffici delle società, chiedendo documenti che attestassero l’effettuazione di controlli di sicurezza e di legalità lungo la filiera.

Le aziende avranno pochi giorni per fornire ai consulenti della Procura il materiale richiesto. Sulla base di questa documentazione, la procura deciderà se chiedere la sorveglianza giudiziaria – prevista dalla normativa antimafia – o procedere con imputazioni per caporalato in base al D.Lgs. 231.

Milano: altri 13 brand sotto inchiesta


Altri 13 brand sotto inchiesta – quali sono?
I brand a cui è stata richiesta la documentazione comprendono Missoni, Off-White Operating, Adidas Italy, Yves Saint Laurent Manifatture, Givenchy Italy, Ferragamo, Versace, Gucci, Pinko, Prada, Coccinelle, Dolce & Gabbana e Alexander McQueen.

Le indagini hanno accertato casi di “manodopera di etnia cinese impiegata in condizioni di forte sfruttamento”, per lavori svolti “su commissione” delle marche citate. Nei laboratori visitati in Lombardia, Toscana e Marche sono emerse condizioni pericolose, compensi bassissimi, orari eccessivi e lavoratori senza contratto, dispositivi di protezione o pagamento degli straordinari. Molti minacciati a causa del loro status migratorio irregolare.

La documentazione richiesta alle aziende è ampia: visure camerali, contratti, organigrammi, descrizioni dei ruoli, verbali dei consigli da gennaio 2023, rapporti sui sistemi di controllo interno, procedure di accreditamento fornitori, piani ed esiti delle verifiche interne, piani di monitoraggio e tracciabilità, elenchi fornitori e bilanci 2023-2024, inclusi i report di sostenibilità.

L’azione della Procura sembra spingere le aziende a mettersi in regola.

Modelli di sfruttamento


Questa inchiesta si inserisce in uno sforzo più ampio per smantellare reti di subappalto caratterizzate da grave sfruttamento lavorativo. Casi precedenti che hanno coinvolto Alviero Martini, Armani Operations, Loro Piana, Valentino Bags e Manifatture Dior hanno rivelato dinamiche simili. Anche Tod’s è stata indagata, sebbene la sorveglianza giudiziaria sia stata negata per questioni di competenza e merito.

Fatta eccezione per l’insolito caso Tod’s, gli interventi non partono da dirette condizioni di sfruttamento collegate ai grandi brand. Invece, iniziano dall’osservazione che i controlli lungo le filiere erano insufficienti o inefficaci, permettendo il perpetuarsi di pratiche illegali.

L’amministrazione giudiziaria – già applicata per alcune società – mira a stabilire registri fornitori trasparenti. Parallelamente, le accuse di intermediazione illecita possono portare a responsabilità personale per i manager in sede penale.

Made in “Chitaly”: operai cinesi in Italia


In un post dedicato alle contraddizioni del 1° maggio 2023, abbiamo discusso del “Made in Chitaly” per illustrare come gli abusi visti nel caso Rana Plaza o nel lavoro forzato degli Uiguri in Cina abbiano un parallelo in Italia. Emerge così un modello globale ben definito.

Per preservare margini di profitto elevati, i brand esternalizzano la produzione a laboratori gestiti da cinesi, richiedendo prezzi più bassi possibili. Questo tiene in vita la mitologia del “Made in Italy” – almeno per chi non comprende la qualità ma cerca solo un’etichetta famosa. Il salario minimo è introvabile.

Eppure importanti pubblicazioni, tra cui Business of Fashion, inquadrano questo come un problema italiano. Ma è davvero confinato all’Italia?

Dal subappalto al sistema: il meccanismo più ampio


Sebbene questi casi avvengano in Italia, lo schema di fondo non è locale ma globale. Lo sfruttamento del lavoro che coinvolge i brand italiani può descrivere i fatti immediati. Ma il meccanismo si estende ben oltre l’Italia. Le catene di suappalto opache e multilivello sono strutturate deliberatamente per ridurre i costi attraverso la distanza e la possibilità di negare la responsabilità. Ogni strato aggiuntivo diluisce la colpa. Così si rende più facile per i grandi gruppi dichiarare ignoranza mentre beneficiano di costi di produzione più bassi.

La moda non è unica in questo. Lo stesso sistema è all’opera nella logistica, nell’agricoltura, nell’elettronica, nella cosmesi, nella manifattura automobilistica e altro ancora. Ovunque la riduzione dei costi diventi l’obiettivo primario, il lavoro è il punto di pressione.

Il vero problema: il capitalismo come motore di fondo


L’industria della moda è oggi profondamente radicata nel capitalismo globale, plasmata da conglomerati come LVMH, Kering e Richemont, nonché dal private equity. Imperi quotati in borsa che privilegiano margini di profitto, scalabilità e acquisizioni. La moda non è più creatività: è un asset finanziario.

Cerchiamo di essere chiari: gli sweatshop e la moda sono collegati, ma la moda non ha inventato lo sfruttamento. Si limita a rispecchiare la logica del sistema economico che la governa. Ciò che vediamo in queste indagini non è un malfunzionamento isolato. In realtà si tratta di una caratteristica strutturale del capitalismo: estrazione, sfruttamento e l’incessante ricerca di manodopera più economica.

Non esiste un business completamente etico sotto il capitalismo: solo gradi di complicità.

Suggeriamo di leggere questo post: Behind the Seams: Fashion Industry & Forced Labour 

Il social washing come travestimento finale


Man mano che lo scrutinio pubblico aumenta, si moltiplicano le campagne aziendali che enfatizzano la responsabilità sociale. Questo è il social washing: la controparte sociale del greenwashing. Le narrazioni di marketing si moltiplicano, mentre le prove scarseggiano. L’immagine etica oscura le pratiche estrattive. Il divario tra branding e realtà continua ad ampliarsi.

In questo contesto, il social washing diventa l’ultimo strato del sistema: uno sforzo per rassicurare i consumatori mentre la logica di fondo rimane immutata.

Considerazioni finali


L’ampliamento dell’indagine, con altri 13 brand sotto inchiesta nell’area di Milano, manda un segnale chiaro. È un severo monito per il settore: ma i consumatori lo noteranno, o continueranno a fare shopping come al solito?

Eppure, questo non è uno scandalo unicamente italiano, né un caso specifico dell’industria della moda. Riflette una struttura economica globale che tratta il lavoro come un costo da minimizzare. Le campagne di responsabilità sociale possono tentare di ammorbidire la narrazione, ma non possono oscurare la logica sistemica che produce questi esiti. Leggi: capitalismo.

Finché quella logica non verrà messa in discussione, casi come questi continueranno a emergere – nella moda e in ogni altro settore costruito sulle stesse fondamenta. E tutti diranno semplicemente: non lo sapevamo…

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Violenza contro le donne: un problema culturale

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Con atteggiamenti regressivi in crescita tra i giovani, come costruiamo un futuro di prevenzione?


Ieri, 25 novembre, è stata la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita dall’ONU nel 1999. Tuttavia, la riflessione e l’azione non possono limitarsi a un solo giorno.

Tragicamente, non passa giorno senza notizie di un femminicidio. E se non in modo esplicito, allora ci sono resoconti di violenza online, manipolazione, oppressione e assenza di pari opportunità. In altre parole, ci sono tentativi costanti di mettere a tacere e sminuire la figura femminile.

È un pensiero che fa riflettere che questa violenza sia stata formalmente riconosciuta come una violazione dei diritti umani solo nel 1993, con l’adozione della Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne (DEVAW) da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Questo è stato ulteriormente rafforzato dalla Conferenza mondiale di Vienna sui diritti umani, che lo ha riconosciuta anch’essa come una violazione dei diritti umani.

Esatto. Formalmente riconosciuta solo nel 1993…

La violenza contro le donne: dati e contesto


I dati sui femminicidi non sono solo ‘cronaca nera’, ma l’ultimo, tragico anello di una catena. Secondo l’Istat, oltre il 31% delle donne in Italia ha subito una qualche forma di violenza fisica o sessuale nel corso della vita (a partire dai 16 anni). Inoltre, il Parlamento europeo afferma che una donna su tre nell’UE ha subito violenza fisica, sessuale o minacce in età adulta.

I dati delle Nazioni Unite indicano che ogni 10 minuti una donna o una ragazza viene uccisa da un marito, fidanzato, o da un familiare.

Il femminicidio è il culmine di una violenza che spesso è iniziata molto prima. Dobbiamo parlarne per riconoscerne i segnali molto prima che sia troppo tardi.

Come nota acutamente Laura Bates, fondatrice dell’Everyday Sexism Project:

“Per la prima volta nella storia, studi ripetuti suggeriscono che gli atteggiamenti più misogini, antiquati e regressivi verso le donne e le ragazze sono ora i più comuni tra i più giovani”.

Smontare gli stereotipi: il “Non me l’aspettavo”


Quante volte abbiamo sentito “ma era un bravo ragazzo”? È ora di smontare questo pericoloso cliché. Il “mostro” non esiste; ciò che esiste è l’uomo “normale” che non accetta un rifiuto e che considera una donna una sua proprietà. La violenza sta lì, nel gelosia patologica, nel controllo, nello stalking. Dobbiamo imparare a riconoscere questi campanelli d’allarme, perché non esiste uno “sguardo violento”.

Un focus sulla prevenzione: cosa possiamo fare concretamente?


Oltre all’indignazione, serve la prevenzione. Prevenzione significa educazione sessuale e affettiva nelle scuole, per insegnare il rispetto e la gestione delle emozioni. Significa sostenere i centri antiviolenza, che salvano vite ogni giorno. Significa, per ognuno di noi, non distogliere lo sguardo quando sentiamo un litigio preoccupante dal vicino.

La violenza si combatte con la cultura.

Eppure, in Italia, il governo sembra non essere d’accordo con questo approccio. Infatti, la Ministra Roccella ha affermato che non ci sono dati a dimostrare che l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole aiuti a prevenire la violenza.

Considerazioni finali: la violenza contro le donne è un problema culturale


Prima di concludere, vogliamo anche suggerire la lettura di una potente testimonianza scritta da una nostra amica – una storia straziante di abuso che getta luce sulle reali, quotidiane conseguenze di questo problema culturale. (Leggi qui).

Mentre riflettiamo sulla Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, dobbiamo essere chiari: il problema è sistemico. Le donne partono da una posizione svantaggiata, poiché siamo ancora considerate una proprietà degli uomini – che siano mariti, partner o familiari. Siamo ancora considerate inferiori agli uomini.

Infatti, la subordinazione o l’inferiorità percepita della donna è il pregiudizio più antico della storia dell’umanità.

La violenza contro le donne è un problema culturale. E combatterla richiede un impegno quotidiano – specialmente in una società che sta affrontando una regressione culturale.

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