sfruttamento del lavoro

Indagine moda lusso italiana: il Tribunale di Milano amplia l’inchiesta

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Sfruttamento del lavoro nel segmento alto della filiera della moda


Reuters riporta che la polizia italiana ha effettuato perquisizioni presso le sedi di nove aziende della moda di alta gamma nell’ambito dell’indagine sulla moda di lusso italiana riguardante il presunto sfruttamento di lavoratori impiegati da subappaltatori. Gli investigatori hanno richiesto documenti relativi alla governance aziendale e ai controlli sulla filiera produttiva.

Nel dicembre 2025 l’inchiesta aveva già coinvolto altri tredici marchi, tra cui Dolce & Gabbana, Gucci e Prada.

Questa volta, le aziende destinatarie dei provvedimenti sono Brunello Cucinelli, Moncler, Chanel, Bulgari, Jacob Cohen Company SPA, Etro, Stefano Ricci, Goyard Italie e Owenscorp Italia.

Questi marchi sono entrati nell’inchiesta dopo che le autorità hanno rinvenuto documenti relativi ai subappalti e prodotti riconducibili a loro durante precedenti perquisizioni in due laboratori gestiti da imprenditori cinesi. Laboratori accusati di sfruttare lavoratori irregolari.

Al momento nessuna delle aziende è attualmente sottoposta a indagine penale, né i pubblici ministeri hanno richiesto per alcuna di esse l’amministrazione giudiziaria. La maggior parte delle società non ha risposto immediatamente alle richieste di commento. Chanel ha dichiarato di collaborare con l’indagine sullo sfruttamento del lavoro in Italia e di aver interrotto il rapporto con il subappaltatore.

I due laboratori gestiti da imprenditori cinesi producevano porta-abiti, shopper e pochette per Brandart e F. VL., entrambe oggetto di perquisizioni da parte dei Carabinieri. Questi fornitori consegnavano poi direttamente i prodotti ai nove marchi della moda, che li commercializzavano con il proprio nome.

Carlo Capasa, presidente della Camera Nazionale della Moda Italiana, aveva definito questi episodi casi isolati. Il numero crescente di marchi coinvolti nell’inchiesta suggerisce però il contrario.

Soprattutto, queste indagini mettono in luce il modello produttivo che sostiene la moda di lusso.


Indagine moda lusso italiana illustrata da una fabbrica tessile vuota con file di macchine da cucire industriali.

Il labirinto dei subappalti


Sebbene queste indagini si stiano svolgendo a Milano, le dinamiche in gioco sono tutt’altro che locali. Ciò a cui stiamo assistendo è un modello produttivo globale costruito sull’opacità. Lo sfruttamento emerso tra i subappaltatori che lavorano per i marchi del lusso non rappresenta un’eccezione, ma l’esito prevedibile di filiere produttive stratificate, progettate per ridurre i costi e allo stesso tempo allontanare i marchi dalla responsabilità legale e reputazionale.

Ogni ulteriore livello di subappalto aumenta la distanza tra il marchio e il luogo in cui avviene la produzione. Ciò rende sempre più difficile attribuire responsabilità, mentre il costo del lavoro continua a diminuire. I marchi possono legittimamente sostenere di non avere avuto alcun rapporto diretto con il laboratorio in cui si sono verificati gli abusi, anche se quei laboratori esistono esclusivamente per realizzare i loro prodotti.

Questo meccanismo non è affatto esclusivo della moda. Strutture analoghe operano nell’elettronica, nell’agricoltura, nella logistica e nell’industria automobilistica. Ovunque la riduzione incessante dei costi diventi l’obiettivo prioritario, il lavoro è quasi sempre la prima variabile a essere compressa.

La finanziarizzazione del lusso


La moda di lusso è profondamente cambiata negli ultimi decenni. Un tempo dominata da atelier a conduzione familiare incentrati sull’artigianalità, oggi gran parte del settore è controllata da gruppi quotati in borsa e da investitori finanziari. Obiettivi di crescita, risultati trimestrali e aspettative degli azionisti influenzano sempre più le decisioni aziendali. Le maison sono diventate asset finanziari tanto quanto realtà culturali.

Per questo motivo, laboratori di sfruttamento e moda di lusso non sono due realtà scollegate. Sono il prodotto della stessa logica economica: massimizzare i margini, esternalizzare i costi e spingere la produzione attraverso filiere sempre più frammentate. Queste indagini non rivelano un fallimento isolato: mostrano un sistema che funziona esattamente come è stato progettato.

In un simile modello, una produzione realmente etica diventa difficile da sostenere perché la pressione commerciale continua a premiare i costi più bassi anziché una maggiore trasparenza. Cambia soltanto il grado di responsabilità.

Riflessioni finali


L’indagine sulla moda di lusso italiana evidenzia che questi casi non sono episodi isolati, ma i sintomi di un modello produttivo costruito su filiere frammentate. Resta da vedere se questa vicenda porterà a cambiamenti strutturali duraturi.

Indagini precedenti hanno inoltre dimostrato che chiudere singoli laboratori non significa smantellare il sistema. I fornitori possono scomparire, riaprire con un altro nome o continuare a lavorare per clienti diversi. Nel frattempo, gli incentivi economici che hanno creato il problema rimangono invariati.

Non si tratta di un problema esclusivamente italiano, né di una questione limitata al settore della moda. È il riflesso di un modello economico che spinge sistematicamente la produzione verso il costo più basso possibile, allontanando i marchi dalle proprie responsabilità. Finché questa struttura di fondo non cambierà, continueranno a emergere indagini simili. Non solo nella moda ma in tutti i settori costruiti sulla stessa logica. E ogni volta la risposta suonerà familiare:

Non lo sapevamo.

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Lavoro, oggi: cosa è (non) cambiato

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Un aggiornamento su sfruttamento del lavoro, schiavitù moderna e diritti umani


Il 1° maggio celebriamo il lavoro. Ma forse sarebbe più onesto guardare a come quel lavoro esiste.

Perché nel 2026 lo sfruttamento del lavoro non è scomparso. È diventato più complesso, più frammentato — e più facile da ignorare.

Il sistema non è cambiato. Si è solo espanso

Le indagini sulle catene di fornitura globali continuano a confermare ciò che viene spesso trattato come un’eccezione: lo sfruttamento non è ai margini della produzione. È al suo centro.

Dall’abbigliamento all’elettronica, le aziende ottengono ancora efficienza di costo, in parte, esercitando pressione lungo la catena — fino a raggiungere chi ha meno potere per resistervi.

Lavoro — Ciò da cui il sistema dipende


Recenti parametri di KnowTheChain, un progetto del Business & Human Rights Resource Centre, offrono una lente utile.

In tutti i settori, le performance rimangono basse. Nel comparto food and beverage, i rapporti sulla produzione di caffè in Brasile descrivono settimane lavorative oltre i limiti legali, condizioni di vita degradanti e casi di lavoro forzato per debiti. Nella produzione tecnologica, solo poche aziende ottengono un punteggio sopra la media — e nessuna risponde adeguatamente a specifiche accuse di lavoro forzato.

Anche dove esistono politiche, l’applicazione è incoerente.
E il modello stesso — in particolare la produzione just-in-time — continua a creare condizioni in cui gli abusi diventano più probabili, non meno.

I lavoratori di cui il sistema ha più bisogno


La manodopera migrante è al centro di molti di questi settori: edilizia, agricoltura, logistica, assistenza.

Eppure, è anche dove si concentra la vulnerabilità.

Molti lavoratori arrivano già indebitati, avendo pagato costose commissioni di reclutamento per lavori che non corrispondono a quanto promesso. Una volta impiegati, la loro posizione è spesso legata a visti temporanei, sponsorizzazione del datore di lavoro o accordi informali che rendono difficile andarsene e rischioso parlare.

Ciò che ne consegue non è sempre visibile, ma è coerente: furto di salario, ore eccessive, condizioni non sicure, limitazione dei movimenti.

Tra il 2022 e il 2025, autorità e ricercatori hanno registrato migliaia di casi a livello globale, con l’agricoltura e l’edilizia che mostrano la concentrazione più alta. La maggior parte coinvolge violazioni che non sono eccezionali, ma sistemiche — radicate in come il lavoro viene gestito, valutato e controllato.

I lavoratori sono essenziali per il sistema. Ma rimangono strutturalmente esposti al suo interno.

Italia: lusso e sfruttamento lavorativo, fianco a fianco


Più vicino a casa, le indagini tra il 2025 e il 2026 hanno reso più difficile ignorare questa contraddizione.

In laboratori in subappalto che riforniscono importanti marchi di lusso, le autorità hanno scoperto quello che hanno definito “grave sfruttamento” di lavoratori migranti — spesso sottopagati, talvolta senza documenti, mentre producevano beni venduti a prezzi esponenzialmente più alti.

Allo stesso tempo, alcune unità di marchi sono state poste in amministrazione controllata a causa di abusi lavorativi, mentre altri hanno tagliato un gran numero di fornitori a seguito di violazioni.

Non si tratta di incidenti isolati.

I procuratori hanno invece parlato di un “metodo produttivo generalizzato” — un sistema in cui la responsabilità si frammenta attraverso livelli di subappalto, e dove la visibilità svanisce man mano che la produzione si allontana dal marchio.

Il lusso, in questo contesto, non si colloca al di fuori dello sfruttamento.
Può esistere al suo fianco.

La pressione dietro al prodotto


La velocità guida parte di questa dinamica. L’ascesa della moda ultra-fast ha intensificato la pressione sui costi lungo le catene di fornitura, costringendo i fornitori a continui tagli di prezzo e a cicli produttivi instabili. Chi è al vertice riversa verso il basso ciò che non può assorbire — attraverso salari più bassi, orari più lunghi e condizioni compromesse.

Non è un esito involontario.
È la logica economica della crescita e dell’accelerazione.

Trasparenza, ma a quali condizioni?


Ci sono segnali di movimento.

L’Unione Europea sta avanzando verso una maggiore tracciabilità delle catene di fornitura, e alcuni marchi hanno iniziato a mappare le proprie reti in modo più sistematico. In Italia, un recente accordo ha introdotto un sistema volontario per consentire ai fornitori di rendere pubbliche le condizioni lavorative e ottenere una certificazione.

Ma la parola chiave rimane: volontario.

La trasparenza è ancora, in molti casi, una scelta — non un obbligo. E oltre il primo livello di fornitori, la visibilità rimane limitata.

Allo stesso tempo, stanno emergendo nuove normative a livello globale. Le indagini sul lavoro forzato sono in aumento, e i quadri legislativi stanno gradualmente prendendo forma.

Ma il ritmo della regolamentazione non eguaglia ancora la velocità della produzione.

Ciò che rimane invariato


Questo crea una contraddizione familiare.

Proprio mentre la sostenibilità diventa una narrazione dominante, le condizioni lavorative restano spesso secondarie:

  • le catene di fornitura si estendono oltre ogni chiara responsabilizzazione
  • le aziende esternalizzano regolarmente la responsabilità
  • le transizioni “green” rischiano di escludere proprio i lavoratori da cui dipendono

Ciò che viene presentato come progresso non sempre si traduce in protezione.

Cosa dovrebbe ricordarci il 1° maggio


Lo sfruttamento lavorativo oggi non è nascosto perché è raro.
È nascosto perché è strutturale.

Esiste nel subappalto.
Nei modelli di prezzo.
Nella distanza — geografica ed economica — tra marchi e lavoratori.

E spesso, nel divario tra ciò che viene comunicato e ciò che viene praticato.

In un giorno che celebra i lavoratori, la domanda non è solo quanto lontano siamo arrivati.

È anche: chi rimane invisibile nel sistema di cui continuiamo a far parte?

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Nessuna azienda pronta per il futuro può ignorare la schiavitù moderna

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Un nuovo standard globale ISO cerca di impedire alle aziende di usare la complessità come scusa per l’inerzia


Lo standard ISO 37200 entra nella conversazione in un momento critico. Nonostante tutti i discorsi sull’approvvigionamento etico nei rapporti annuali, la cruda realtà è che la schiavitù moderna non si sta riducendo. Sta esplodendo. Leggendo il report di Susan Taylor Martin per Reuters, abbiamo provato un senso di amara conferma.

Di tanto in tanto portiamo alla luce il tema della schiavitù moderna. Spesso appare nel contesto della moda ma si estende ben oltre questo settore. Infatti, raprresenta una delle questioni più urgenti dei nostri tempi.

Quando i leader parlano di preparare le loro organizzazioni per il futuro, la conversazione ruota spesso attorno all’intelligenza artificiale, al quantum computing o alla corsa alle zero emissioni. I consigli di amministrazione scrutinano le tensioni geopolitiche e i riallineamenti commerciali, mentre le aziende riprogettano le catene di fornitura per renderle resilienti e veloci.

Eppure, in mezzo a questa ricalibratura strategica, c’è una questione che richiede uguale — se non maggiore — attenzione: come garantire che la crescita non avvenga a scapito della dignità umana.

Schiavitù moderna: un fenomeno in crescita


Oggi, si stima che 50 milioni di persone in tutto il mondo siano intrappolate nel lavoro forzato o nella tratta di esseri umani. Questi abusi sono spesso nascosti nelle intricate reti delle catene di fornitura globali che sono alla base del commercio quotidiano. (Fonte: Reuters).

Ancora più allarmante è la tendenza. Infatti, il numero di persone che vivono in condizioni di schiavitù moderna è aumentato del 25% nell’ultimo decennio.

“È sconvolgente che il numero di schiavi moderni sia aumentato del 25% nell’ultimo decennio.”
— Susan Taylor Martin

Questo rischio si estende ben oltre i mercati lontani. È una sfida sistemica che colpisce organizzazioni di ogni dimensione e settore. Man mano che le catene di fornitura diventano sempre più frammentate e opache, aumenta la probabilità di sfruttamento.

La schiavitù moderna rimane una delle questioni più inquietanti e complesse che il business globale deve affrontare. Questa statistica non è solo un numero. Rappresenta un fallimento sistemico della supervisione aziendale volontaria — un fallimento che il nuovo standard globale spera di affrontare.

ISO 37200: un nuovo punto di riferimento per fermare la schiavitù moderna


È in questo contesto che è stato sviluppato un nuovo punto di riferimento internazionale — ISO 37200. Dedicato specificamente alla prevenzione, all’identificazione e risposta alla tratta di esseri umani e al lavoro forzato, rappresenta il primo standard globale del suo genere.

A seguito di una consultazione pubblica, ci si aspetta che lo standard venga pubblicato entro la fine dell’anno. Il suo scopo è chiaro: aiutare le organizzazioni a “prevenire, identificare, mitigare, rimediare e segnalare” i rischi di schiavitù moderna nelle loro operazioni e catene di fornitura. È fondamentale sottolineare che è progettato per integrare i quadri giuridici e normativi esistenti, piuttosto che aggiungere strati di burocrazia. L’obiettivo non è creare ulteriori oneri di rendicontazione, ma consentire alle aziende di andare oltre gli esercizi di conformità e il “spuntare le caselle” verso un’azione significativa.

Ma prima della sua pubblicazione, i leader farebbero bene a esaminare le proprie strutture di governance. Esistono chiare linee di responsabilità? Quanto è profonda la loro comprensione delle catene di fornitura, in particolare oltre i fornitori di primo livello? Procedure solide, formazione del personale e meccanismi di escalation efficaci supportano queste politiche? E, cosa più importante, le organizzazioni sono in grado di rispondere in modo responsabile e deciso se scoprono casi di sfruttamento?

Potrebbe essere forte la tentazione di presumere che alcuni settori siano più esposti di altri. Sebbene i rischi varino a seconda della geografia e del settore, lo sfruttamento può verificarsi ovunque. I principi sottostanti — buona governance, trasparenza e condotta etica — sono universali.

Uno standard britannico

Il nuovo quadro normativo ISO si basa su uno standard britannico introdotto nel 2022, riflettendo la leadership di lunga data del Regno Unito nella pratica commerciale responsabile. I primi utilizzatori di quello standard hanno già dimostrato come integrare la protezione dei lavoratori nel cuore delle operazioni rafforzi la credibilità e la resilienza.

Stabilendo un linguaggio comune e un quadro condiviso, lo standard ISO 37200 mira a portare coerenza globale alla lotta contro la schiavitù moderna. Nessuna singola azienda o paese può affrontare da solo una sfida di queste proporzioni. L’azione collettiva è essenziale.

Riflessioni finali


Denunciamo spesso la schiavitù moderna nell’industria della moda. Ma la nostra attenzione al problema è iniziata molto tempo fa, dalla persecuzione e il lavoro forzato della minoranza uigura in Cina. Legate a catene di fornitura che attraversano moda, tecnologia, automotive e altri settori.

Le nostre precedenti indagini sullo sfruttamento del lavoro ci hanno insegnato che la regolamentazione da sola non è sufficiente. Questo è il motivo per cui la pubblicazione della ISO 37200 non è solo un aggiornamento politico. È una potenziale ancora di salvezza per revisori e funzionari della conformità che lottano per realizzare un cambiamento dall’interno.

Come ha osservato un leader del settore, gli standard internazionali basati sul consenso hanno il potere di accelerare un “cambiamento reale e pratico — su larga scala”. La schiavitù moderna non può essere liquidata come “il prezzo del fare impresa”. Né può essere considerata troppo complessa da affrontare. Richiede uno sforzo deliberato e coordinato.

Con l’imminente pubblicazione dello standard ISO 37200, la domanda per i leader non è più “Abbiamo una politica?” . Ma “Abbiamo il coraggio di guardare più a fondo?”. Mentre continuiamo a porre attenzione su queste questioni, osserveremo quali aziende adotteranno questo standard. E quali, invece, continueranno a guardare dall’altra parte.

Perché qualsiasi organizzazione che dichiari di essere pronta per il futuro deve essere preparata a dire — inequivocabilmente — che non tollererà la schiavitù moderna.

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Scudo legale per il lusso: è questa la soluzione per porre fine allo sfruttamento dei lavoratori da parte dei grandi brand?

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Report Rai3: i laboratori della moda e il legame indissolubile tra lusso e abusi sul lavoro


Proprio mentre l’Italia era nel pieno della Milano Fashion Week Uomo, Report su Rai3 ha mandato in onda un’inchiesta durissima sullo sfruttamento del lavoro dietro i grandi brand che ora chiedono uno scudo legale per il lusso. Il tema di per sé non era nuovo: di recente, diversi media avevano già raccontato dei laboratori nascosti dietro la facciata del Made in Italy. Ciò che Report ha fatto di diverso è stato spingersi più in là, tentando di parlare direttamente con produttori, lavoratori e proprietari dei brand.

Tra le grandi figure interpellate, solo Diego Della Valle – presidente del Gruppo Tod’s (Tod’s, Hogan, Fay e Roger Vivier) – ha accettato di comparire in video. La sua apparizione, tuttavia, ha sollevato più interrogativi di quanti ne abbia sciolti. L’inchiesta ha rivelato che audit erano stati condotti nella filiera, ma Tod’s ne ha ignorato i risultati.

Alcuni commentatori hanno accusato Report di osare criticare un settore che rappresenta una fetta significativa del PIL italiano. Siamo fortemente in disaccordo. Quando un’industria opera, direttamente o indirettamente, in condizioni da sweatshop, esporla non è solo legittimo, è necessario.

Amministrazione giudiziaria e abusi sul lavoro


Diversi brand del lusso sono stati posti sotto amministrazione giudiziaria per non aver vigilato sullo sfruttamento del lavoro nelle proprie catene di fornitura.

Tra questi, Valentino Bags – società controllata da Valentino e responsabile della produzione delle borse del marchio – insieme a Loro Piana, Armani e Dior. In uno dei laboratori cinesi che producevano borse Valentino, i Carabinieri hanno trovato un bambino che giocava tra tessuti e macchinari industriali.

Nel luglio 2025, il tribunale di Milano ha disposto l’amministrazione giudiziaria per Loro Piana, il brand di abbigliamento italiano di fascia alta controllato da LVMH. Gli investigatori hanno scoperto che la produzione era stata affidata ad aziende che avevano subappaltato il lavoro a laboratori cinesi dove i lavoratori erano sfruttati.

Borse in pelle non finite in un laboratorio spoglio, rappresentano la produzione nascosta dietro i marchi del lusso in cerca di uno scudo legale.

Della Valle: “I laboratori cinesi non sono un nostro problema”


A ottobre, la Procura di Milano ha richiesto l’amministrazione giudiziaria preventiva per Tod’s SpA. L’indagine ha portato alla luce gravi violazioni dei diritti dei lavoratori lungo la catena di subfornitura responsabile della produzione delle merci del marchio. I pubblici ministeri hanno dichiarato che l’azienda era a conoscenza di queste pratiche. Ciò di conseguenza ha portato a un’indagine per caporalato.

In seguito a provvedimenti simili contro numerosi marchi della moda, il procuratore di Milano Paolo Storari ha anche chiesto per Tod’s una sospensione della pubblicità di sei mesi. Attraverso un’intervista esclusiva con Diego Della Valle, Report ha ricostruito la filiera del lusso. Come funziona? La produzione viene esternalizzata a ditte italiane prive di stabilimenti produttivi, che poi subappaltano a laboratori cinesi.

Della Valle ha sostenuto che la responsabilità non dovrebbe estendersi oltre il primo livello della filiera. Questa posizione è profondamente problematica. Se un brand affida la produzione a intermediari che a loro volta non producono nulla, cosa ci si aspetta che accada? E perché, in primo luogo, i brand scelgono questo modello?

Nel caso Tod’s, una delle questioni più gravi emerse è stata il mancato intervento su chiari risultati degli audit. I problemi erano stati identificati, ma volutamente ignorati.

Il tentativo di scudo legale per i brand del lusso


In questo contesto, l’articolo 30 del Disegno di Legge sulle Piccole e Medie Imprese – approvato dal Senato e in discussione alla Camera – ha tentato di esentare i grandi marchi della moda dalla responsabilità per i reati commessi lungo le loro catene produttive.

Definito ampiamente come uno scudo legale per il lusso, l’emendamento è stato infine ritirato a seguito delle proteste di sindacati, lavoratori e della Clean Clothes Campaign. Tornerà ora in Senato.

Durante la sua intervista a Report, il Ministro Adolfo Urso ha dichiarato che il caporalato in Italia è stato “portato dai cinesi”. Un’affermazione sconcertante, che sposta la colpa lontano dalle cause strutturali.

Addossare la colpa agli anelli più bassi – e più deboli – della catena ignora convenientemente chi fissa i prezzi, chi progetta le filiere e chi, in ultima analisi, beneficia dei costi di produzione più bassi.

Made in Chitaly: la testimonianza che spiega tutto


Uno dei momenti più potenti di Report è stata la testimonianza di Andrea Parisi, titolare di Spectre Srl, azienda specializzata nella rifinitura dei tacchi per calzature di lusso.

Fino a poco tempo fa, Spectre dava lavoro a 34-35 persone e lavorava per tutti i grandi brand del lusso. Oggi sono rimasti solo tre dipendenti.

Parisi ha spiegato come i brand appaltino il lavoro ad aziende che non possiedono macchinari, le quali a loro volta subappaltano – in nero – a laboratori cinesi in grado di produrre decine di migliaia di pezzi a prezzi economicamente impossibili in condizioni legali.

Un tacco pagato 0,80€ al pezzo (1,60€ a paio), ha spiegato, dovrebbe costare almeno il doppio. Questo meccanismo di prezzi spinge fuori dal mercato i produttori italiani in regola, privandoli di commesse, fatturato e manodopera qualificata.

“La perdita più grave”, ha detto Parisi, “è la nostra forza lavoro”. Fare concorrenza, ha spiegato, è impossibile a meno di non essere disposti a infrangere la legge.

Le parole più toccanti di Andrea Parisi:

“Il settore della moda in Italia non esiste più. Ma noi in questo momento non abbiamo neanche più le armi per lottare, come facciamo ad andare avanti? I nostri lavoratori devono mettersi in condizioni ‘modello Vietnam’? Ma dove siamo arrivati? Dietro al subappalto si nasconde il lavoro nero, si nasconde il precariato, lo sfruttamento. Va abolito, punto, ma va fatto domani mattina. È Made in Italy se si rispetta l’etica dei lavoratori. Oppure scrivete nei prodotti ‘Made in Italy 50%’, almeno raccontate la verità.”

Un sistema strutturale, non un’anomalia


L’idea di servire prodotti di lusso a tutti ha generato questo sistema. Il cosiddetto lusso democratico.

Come ha detto Della Valle: Noi viviamo perché la gente ci riconosce una qualità assoluta. Quanta gente si compra una mia borsa, un paio di scarpe? Molti hanno il denaro per farlo, poi c’è qualcuno che gli piace, non avrebbe il denaro, fa un sacrificio e a questa gente qui non gli puoi dire: “tu che ti fai un mazzo così per poterti comprare ‘sta robetta, questi qui sono dei paraculi”.

Quindi i brand offrono prodotti entry-price mentre, allo stesso tempo, tagliano i costi il più possibile per massimizzare i profitti. Diciamolo chiaramente: l’idea del lusso democratico è contraddittoria quanto la democrazia illiberale: non esiste. O è una cosa o è l’altra.

Come ha detto Luca Bertazzoni di Report:

“Il punto è che quelle ditte cinesi che la presidente Meloni dice di combattere sono ormai parte integrante del sistema e continuano ad essere richieste dai grandi marchi della moda per massimizzare i profitti. È il caso del signor Yang che avevamo incontrato un anno fa dopo che i carabinieri avevano trovato delle borse di Dior dentro il suo opificio di Opera dove venivano sfruttati i lavoratori”.

Gian Gaetano Bellavia – esperto di diritto penale dell’economia, ha spiegato ulteriormente: “L’italiano che prende l’appalto si tiene sempre il suo margine, è il cinese che deve contrarre il margine. Allora il cinese magari va dal pakistano, no? Che è più disgraziato del cinese.”

Questo sistema non si limita a borse o calzature, né è un’eccezione. Inoltre, non è solo una questione italiana – Dior è forse un marchio italiano? E non è LVMH propietaria di Loro Piana? Il problema è strutturale e globale. Per essere chiari, esiste anche al di fuori della moda. In ogni caso, questa estensione non è un fattore attenuante, ma aggravante.

Come ha notato Bellavia, è una “guerra tra poveri per servire i ricchi”. Chi sta in alto rimane in silenzio, protetto dalla distanza, dalla complessità e dall’ambiguità legale.

Riflessioni finali


In conclusione, questo sistema operativo non è nuovo. Come giovani donne che lavoravano nella moda alla fine degli anni ’90, ne abbiamo visto il consolidamento graduale. Per oltre vent’anni ha prevalso l’opacità. Se l’abbiamo visto noi, come è possibile che mai nessuno si è interrogato su cosa stesse accadendo?

Oggi, invece di smantellare il sistema, il governo italiano propone uno scudo legale per il lusso.

Ma quando i prodotti di lusso sono realizzati attraverso lo sfruttamento, chi è responsabile? L’ultimo anello della catena? Davvero? Oppure chi decide di massimizzare i profitti comprimendo i costi di produzione dall’alto verso il basso?

Se la manifattura italiana è stata decimata, la responsabilità è sia delle scelte politiche che delle strategie dei brand. Addossare la colpa dello sfruttamento del lavoro ai soli anelli più deboli della catena non è solo disonesto, è vergognoso.

Uno scudo legale non è la soluzione. Queste aziende hanno denaro, potere e struttura. Devono essere responsabili delle condizioni dei lavoratori e della realtà dietro i loro prodotti. Scegliere di ignorare significa rinunciare alla responsabilità.

Luca Bertazzoni ha indicato una direzione definitiva:

“Se l’alta moda rinunciasse alla catena di subappalti che le consente di fare profitti producendo a prezzi stracciati, potrebbero tornare a lavorare gli artigiani italiani nel rispetto dei diritti degli operai.”

Quindi, dimenticatevi lo scudo legale per il lusso. La vera soluzione è chiara: smantellare le catene di subappalto che permettono ai brand del lusso di trarre profitto dal lavoro a bassissimo costo. Solo allora gli artigiani italiani potranno tornare a lavorare in condizioni che rispettino la dignità e i diritti.

Etica. Equità. Pari opportunità.

E che i brand siano finalmente chiamati a rispondere.

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Altri 13 brand sotto inchiesta a Milano per sfruttamento del lavoro

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Una crisi per l’industria della moda, o lo specchio del sistema economico nel suo complesso?


Le autorità di Milano stanno stringendo i controlli sullo sfruttamento del lavoro nella filiera della moda, mettendo altri 13 brand sotto inchiesta dopo un’operazione che ha rivelato gravi irregolarità. Un’indagine ampia ha portato alla luce nuove accuse di condizioni abusive collegate a diversi produttori, spingendo la procura ad allargare il perimetro delle indagini. La Procura di Milano ha ora richiesto documentazione a 13 top brand della moda per dimostrare la loro conformità alle leggi sul lavoro e sulla sicurezza. Capi riconducibili a queste aziende sono stati rinvenuti in magazzini gestiti da subappaltatori cinesi. Ciò ha portato gli investigatori a chiedere controlli più approfonditi.

Da D&G e Prada ad Adidas, Versace e Gucci, la Procura di Milano ha inviato richieste di documentazione per verificare il rispetto dei controlli di sicurezza e legali.

Ma lo sfruttamento del lavoro è un problema solo della moda, e solo in Italia? Oppure è una caratteristica intrinseca del sistema economico stesso?

L’inchiesta di Milano: moda e caporalato


Ancora una volta, l’industria della moda è sotto i riflettori. Altre 13 grandi gruppi sono finiti nel mirino dei magistrati milanesi. Nella tarda serata di martedì 2 dicembre, i carabinieri del Nucleo Tutela Lavoro, su mandato del Procuratore Paolo Storari, hanno effettuato perquisizioni negli uffici delle società, chiedendo documenti che attestassero l’effettuazione di controlli di sicurezza e di legalità lungo la filiera.

Le aziende avranno pochi giorni per fornire ai consulenti della Procura il materiale richiesto. Sulla base di questa documentazione, la procura deciderà se chiedere la sorveglianza giudiziaria – prevista dalla normativa antimafia – o procedere con imputazioni per caporalato in base al D.Lgs. 231.

Milano: altri 13 brand sotto inchiesta


Altri 13 brand sotto inchiesta – quali sono?
I brand a cui è stata richiesta la documentazione comprendono Missoni, Off-White Operating, Adidas Italy, Yves Saint Laurent Manifatture, Givenchy Italy, Ferragamo, Versace, Gucci, Pinko, Prada, Coccinelle, Dolce & Gabbana e Alexander McQueen.

Le indagini hanno accertato casi di “manodopera di etnia cinese impiegata in condizioni di forte sfruttamento”, per lavori svolti “su commissione” delle marche citate. Nei laboratori visitati in Lombardia, Toscana e Marche sono emerse condizioni pericolose, compensi bassissimi, orari eccessivi e lavoratori senza contratto, dispositivi di protezione o pagamento degli straordinari. Molti minacciati a causa del loro status migratorio irregolare.

La documentazione richiesta alle aziende è ampia: visure camerali, contratti, organigrammi, descrizioni dei ruoli, verbali dei consigli da gennaio 2023, rapporti sui sistemi di controllo interno, procedure di accreditamento fornitori, piani ed esiti delle verifiche interne, piani di monitoraggio e tracciabilità, elenchi fornitori e bilanci 2023-2024, inclusi i report di sostenibilità.

L’azione della Procura sembra spingere le aziende a mettersi in regola.

Modelli di sfruttamento


Questa inchiesta si inserisce in uno sforzo più ampio per smantellare reti di subappalto caratterizzate da grave sfruttamento lavorativo. Casi precedenti che hanno coinvolto Alviero Martini, Armani Operations, Loro Piana, Valentino Bags e Manifatture Dior hanno rivelato dinamiche simili. Anche Tod’s è stata indagata, sebbene la sorveglianza giudiziaria sia stata negata per questioni di competenza e merito.

Fatta eccezione per l’insolito caso Tod’s, gli interventi non partono da dirette condizioni di sfruttamento collegate ai grandi brand. Invece, iniziano dall’osservazione che i controlli lungo le filiere erano insufficienti o inefficaci, permettendo il perpetuarsi di pratiche illegali.

L’amministrazione giudiziaria – già applicata per alcune società – mira a stabilire registri fornitori trasparenti. Parallelamente, le accuse di intermediazione illecita possono portare a responsabilità personale per i manager in sede penale.

Made in “Chitaly”: operai cinesi in Italia


In un post dedicato alle contraddizioni del 1° maggio 2023, abbiamo discusso del “Made in Chitaly” per illustrare come gli abusi visti nel caso Rana Plaza o nel lavoro forzato degli Uiguri in Cina abbiano un parallelo in Italia. Emerge così un modello globale ben definito.

Per preservare margini di profitto elevati, i brand esternalizzano la produzione a laboratori gestiti da cinesi, richiedendo prezzi più bassi possibili. Questo tiene in vita la mitologia del “Made in Italy” – almeno per chi non comprende la qualità ma cerca solo un’etichetta famosa. Il salario minimo è introvabile.

Eppure importanti pubblicazioni, tra cui Business of Fashion, inquadrano questo come un problema italiano. Ma è davvero confinato all’Italia?

Dal subappalto al sistema: il meccanismo più ampio


Sebbene questi casi avvengano in Italia, lo schema di fondo non è locale ma globale. Lo sfruttamento del lavoro che coinvolge i brand italiani può descrivere i fatti immediati. Ma il meccanismo si estende ben oltre l’Italia. Le catene di suappalto opache e multilivello sono strutturate deliberatamente per ridurre i costi attraverso la distanza e la possibilità di negare la responsabilità. Ogni strato aggiuntivo diluisce la colpa. Così si rende più facile per i grandi gruppi dichiarare ignoranza mentre beneficiano di costi di produzione più bassi.

La moda non è unica in questo. Lo stesso sistema è all’opera nella logistica, nell’agricoltura, nell’elettronica, nella cosmesi, nella manifattura automobilistica e altro ancora. Ovunque la riduzione dei costi diventi l’obiettivo primario, il lavoro è il punto di pressione.

Il vero problema: il capitalismo come motore di fondo


L’industria della moda è oggi profondamente radicata nel capitalismo globale, plasmata da conglomerati come LVMH, Kering e Richemont, nonché dal private equity. Imperi quotati in borsa che privilegiano margini di profitto, scalabilità e acquisizioni. La moda non è più creatività: è un asset finanziario.

Cerchiamo di essere chiari: gli sweatshop e la moda sono collegati, ma la moda non ha inventato lo sfruttamento. Si limita a rispecchiare la logica del sistema economico che la governa. Ciò che vediamo in queste indagini non è un malfunzionamento isolato. In realtà si tratta di una caratteristica strutturale del capitalismo: estrazione, sfruttamento e l’incessante ricerca di manodopera più economica.

Non esiste un business completamente etico sotto il capitalismo: solo gradi di complicità.

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Il social washing come travestimento finale


Man mano che lo scrutinio pubblico aumenta, si moltiplicano le campagne aziendali che enfatizzano la responsabilità sociale. Questo è il social washing: la controparte sociale del greenwashing. Le narrazioni di marketing si moltiplicano, mentre le prove scarseggiano. L’immagine etica oscura le pratiche estrattive. Il divario tra branding e realtà continua ad ampliarsi.

In questo contesto, il social washing diventa l’ultimo strato del sistema: uno sforzo per rassicurare i consumatori mentre la logica di fondo rimane immutata.

Considerazioni finali


L’ampliamento dell’indagine, con altri 13 brand sotto inchiesta nell’area di Milano, manda un segnale chiaro. È un severo monito per il settore: ma i consumatori lo noteranno, o continueranno a fare shopping come al solito?

Eppure, questo non è uno scandalo unicamente italiano, né un caso specifico dell’industria della moda. Riflette una struttura economica globale che tratta il lavoro come un costo da minimizzare. Le campagne di responsabilità sociale possono tentare di ammorbidire la narrazione, ma non possono oscurare la logica sistemica che produce questi esiti. Leggi: capitalismo.

Finché quella logica non verrà messa in discussione, casi come questi continueranno a emergere – nella moda e in ogni altro settore costruito sulle stesse fondamenta. E tutti diranno semplicemente: non lo sapevamo…

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