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Legge francese sul fast fashion: affronta davvero il problema?

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Quali sono le vere ragioni alla base della legge: tutela ambientale o protezionismo?


Il 29 giugno, il Parlamento francese ha approvato la legge sul fast fashion. Un progetto di legge concepito per frenare l’ascesa della moda ultraveloce, prendendo di mira le principali piattaforme di e-commerce asiatiche come Shein, Temu, AliExpress. La legislazione utilizza due criteri per classificare l’ultra fast fashion: il volume di capi di abbigliamento immessi sul mercato e il costo relativo della riparazione dei capi. Il punteggio di ciascuna azienda determina le sanzioni che deve affrontare.

Presentata due anni e mezzo fa, la legge introduce commissioni per articolo che potrebbero raggiungere i 20 euro entro il 2030. Tuttavia, l’imposta rimane limitata al 50% del prezzo del prodotto al netto delle tasse. Vieta inoltre la pubblicità per i marchi di moda ultraveloce, inclusa la promozione da parte di influencer sui social media. Le aziende devono mostrare messaggi che incoraggiano un consumo più moderato. Parte delle entrate sarà destinata alle infrastrutture di raccolta e riciclaggio dei tessili.

A prima vista, questo sembra un passo avanti significativo nella lotta europea contro l’impatto ambientale dell’abbigliamento usa e getta. L’industria tessile è responsabile di quasi il 10% delle emissioni globali di gas serra. La rapida crescita delle piattaforme che offrono capi a bassissimo costo non ha fatto che intensificare le preoccupazioni riguardo a sovrapproduzione e rifiuti.

Ma prima di festeggiare, dovremmo porci alcune domande scomode. Soprattutto se viste in parallelo con la tassa sui pacchi extra-UE approvata a livello europeo solo sei mesi fa.


Enorme discarica di rifiuti tessili: la legge francese sul fast fashion affronta davvero il problema?

Legge francese sul fast fashion: perché i marchi europei sono esenti?


L’aspetto più controverso della legislazione non è ciò che include, ma ciò che esclude.

Come ha sottolineato il deputato dei Verdi Charles Fournier durante il dibattito parlamentare, la proposta originale è stata “notevolmente ridimensionata”. Le aziende europee di fast fashion come Zara, Kiabi e H&M sono in gran parte escluse dalle misure che prendono di mira le piattaforme di moda ultraveloce.

Ma il modello di business di Zara è fondamentalmente diverso da quello di Shein? Entrambe producono enormi volumi di abbigliamento, in gran parte di bassa qualità e progettato per un uso a breve termine. Entrambe contribuiscono alla stessa crisi ambientale. Eppure, secondo questa legislazione, i giganti europei e francesi del fast fashion non subiscono alcuna sanzione, divieto pubblicitario o pressione normativa.

Se l’obiettivo ambientale è ridurre l’impatto della moda usa e getta, perché modelli di business simili dovrebbero essere trattati in modo così diverso?

È la stessa domanda che ci siamo posti a dicembre quando l’UE ha approvato la tassa sui pacchi extra-UE. Se il fast fashion è distruttivo, insostenibile, su quali basi la sua versione europea dovrebbe essere esente da misure comparabili?

Questa non è politica ambientale. È protezionismo industriale travestito da green.

Un approccio europeo frammentato


La legge francese evidenzia anche un problema più ampio: l’Europa manca ancora di una strategia coerente.

Nel dicembre 2025, l’UE ha introdotto un addebito di 3 euro sui pacchi di valore inferiore a 150 euro provenienti da paesi extra-UE. L’Italia ha seguito con una propria tassa di 2 euro per pacco. Prevedendo esplicitamente entrate annuali per 245 milioni di euro.
All’epoca, abbiamo notato un difetto critico: la tassa si applica per pacco, non per articolo. Tre articoli spediti insieme subiscono lo stesso addebito di 3 euro di un singolo articolo. Questo incentiva il raggruppamento, non la riduzione dei consumi.

Ora la Francia ha introdotto un sistema completamente diverso: una commissione per articolo che prende di mira specificamente le piattaforme asiatiche, lasciando intatti i concorrenti europei.

Il risultato è un mosaico di misure nazionali ed europee, piuttosto che una politica coordinata che affronti l’impatto ambientale del fast fashion in tutto il Mercato Unico.

Se l’Europa intende seriamente affrontare la sovrapproduzione e i rifiuti tessili, la risposta non dovrebbe essere altrettanto coerente?

L’incertezza che circonda il divieto pubblicitario


Tra le disposizioni più significative della legge c’è il divieto di pubblicità per le aziende di moda ultraveloce, incluse le promozioni degli influencer.

Come spiegato sopra, il divieto pubblicitario si applica solo alle aziende classificate come moda ultraveloce secondo il sistema di punteggio della legge.

Tuttavia, il suo futuro rimane incerto. La Commissione Europea ha messo in dubbio la compatibilità di questa misura con il diritto dell’UE. La Francia sostiene di basarsi su principi simili a quelli utilizzati per regolamentare la pubblicità di prodotti come alcol e sigarette. Ma se la Commissione dovesse alla fine dissentire, il divieto potrebbe diventare inapplicabile.

E se il divieto cadesse, cosa rimarrebbe? Una commissione per articolo che – anche al suo massimo di 20 euro entro il 2030 – rimane limitata al 50% del prezzo del prodotto al netto delle tasse. Per un articolo da 10 euro, ciò significa una tassa massima di 5 euro. Difficilmente proibitiva.

Ciò solleva una possibilità inquietante. La legge è stata progettata per sembrare severa, contenendo al contempo una clausola di salvaguardia incorporata?

Il governo francese può rivendicare una vittoria su basi ambientali, ma se le misure chiave venissero annullate o si rivelassero inapplicabili, l’impatto reale sarebbe minimo.

La questione delle entrate rimane senza risposta


Quando abbiamo analizzato la tassa dell’UE sui pacchi a dicembre, ci siamo chiesti se le misure presentate come politica ambientale potessero servire anche a un altro scopo: generare entrate pubbliche. 12 milioni di pacchi al giorno a 3 euro ciascuno genererebbero oltre 13 miliardi di euro all’anno. Una cifra sbalorditiva che finirebbe nelle casse dello Stato.

La legge francese tenta una formulazione più virtuosa – le commissioni andranno “verso le infrastrutture di raccolta e riciclaggio”. Ma senza trasparenza su quanto verrà effettivamente raccolto, se finanzierà realmente la capacità di riciclaggio o se le infrastrutture potranno persino gestire il volume, lo scetticismo rimane giustificato.

I proventi raccolti dagli acquisti su Shein saranno utilizzati per costruire impianti di riciclaggio reali? O scompariranno nei bilanci generali mentre le montagne di rifiuti tessili continueranno a crescere?

Che aspetto avrebbe una riforma genuina


Se l’Europa volesse davvero affrontare l’impatto ambientale del fast fashion, vedremmo misure che si applicano equamente a tutti gli attori. E questo indipendentemente dal loro paese di origine.
Una riforma genuina potrebbe includere:

  • Standard minimi di sostenibilità per tutti i capi venduti nell’UE
  • Prezzi che riflettano il costo reale, tenendo conto delle esternalità ambientali
  • Requisiti di durabilità dei prodotti e diritti obbligatori alla riparazione
  • Un divieto assoluto di distruggere le scorte invendute
  • Trasparenza della filiera per affrontare le problematiche ambientali e del lavoro forzato


Invece, otteniamo un approccio frammentato e incoerente che protegge gli operatori nazionali esistenti, pur sembrando intervenire.

Riflessioni finali


La legge francese sul fast fashion non è priva di meriti. Segnala che i politici europei riconoscono sempre di più le sfide ambientali poste dalla moda usa e getta e rappresenta uno dei tentativi più ambiziosi finora di regolamentare il settore.

Ma non scambiamola per ciò che non è.

Questo è teatro politico. Un gesto che appare severo con le piattaforme asiatiche, esentando accuratamente i marchi europei i cui modelli di business non sono fondamentalmente diversi.

La domanda che ci siamo posti a dicembre rimane senza risposta. Se il fast fashion è distruttivo – come tutti concordiamo – perché stiamo proteggendo la nostra versione?

Finché i politici europei non affronteranno onestamente questa contraddizione – applicando gli stessi standard ambientali a Zara, Kiabi e H&M che applicano a Shein e Temu – la legge francese sul fast fashion rimarrà ciò che sembra: dazi travestiti da sostenibilità, con l’ambiente che serve da pretesto conveniente per il protezionismo industriale piuttosto che da obiettivo ambientale genuino.

Le sfide ambientali create dal fast fashion sono globali. Qualsiasi soluzione duratura dovrà in ultima analisi essere altrettanto coerente.

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Pacchi extra-UE: approvata in Europa la tassa per frenare l’ultra-fast fashion, anche l’Italia si unisce

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Questa tassa riuscirà davvero a scoraggiare gli acquisti low-cost — o persegue altri interessi?


Immagina un nuovo costo su ogni pacco di moda low-cost proveniente dall’estero: questa è l’essenza della nuova tassa sui pacchi Extra-UE appena approvata. La misura rappresenta un intervento di politica europea concepito per far sì che l’abbigliamento usa e getta sostenga una quota maggiore del suo costo reale. Allo stesso tempo, protegge i mercati locali da quella che viene sempre più definita concorrenza sleale.

Secondo la Commissione europea, solo nel 2025 sono stati importati nell’UE circa 4,6 miliardi di articoli. Ciascuno con un valore inferiore a 150 euro — l’equivalente di circa 12 milioni di pacchi al giorno. Questa cifra è raddoppiata in soli due anni. Le importazioni erano infatti ferme a 2,3 miliardi di articoli nel 2023 e 1,4 miliardi nel 2022.

Anche l’Italia si sta muovendo in questa direzione. Il governo, infatti, prevede di introdurre una tassa di 2 euro su ogni pacco in arrivo da paesi extra-UE.

Ma può una tassa così modesta davvero arginare la marea di acquisti low-cost e di ultra-fast fashion? E quali sono le motivazioni più profonde dietro questo cambio di rotta politica?

L’UE approva la tassa sui pacchi extra-Ue per frenare l’ultra-fast fashion


Bruxelles ha approvato una tassa di 3€ su tutti i pacchi di valore inferiore a 150€ spediti da Paesi terzi. La misura entrerà in vigore il 1° luglio 2026. Mira a contrastare il crescente impatto delle piattaforme di e-commerce low-cost. Un fenomeno visibile in molti settori, ma particolarmente evidente nella moda. Si pensi a colossi come Shein, Temu e AliExpress.

La tassa sarà applicata a pacco, non a articolo. Ciò significa che tre prodotti spediti insieme in un unico imballaggio subiranno un costo totale di 3€. Invece, tre pacchi separati sarebbero tassati per un totale di 9€.

Apparentemente, questa struttura sembrerebbe incentivare le spedizioni consolidate, piuttosto che scoraggiare il consumo in sé.

Pacchi extra-UE: anche l’Italia punta alle importazioni low-cost per contrastare la concorrenza sleale


L’Italia si prepara a introdurre una propria imposta sulle spedizioni extra-UE di valore inferiore a 150€ (circa 176 dollari). Contemporaneamente, il governo prevede di raddoppiare la tassa sulle transazioni finanziarie. Roma cerca entrate aggiuntive per finanziare costosi emendamenti di bilancio, secondo quanto risulta da documenti ufficiali.

Con circa 330 milioni di pacchi a basso valore che arrivano in Italia ogni anno, e tenendo conto della probabilità che alcuni venditori cercheranno di eludere il nuovo costo, il governo stima ricavi annuali di 245 milioni di euro dalla misura.

Nello specifico, l’imposta sui pacchi di basso valore – fissata a 2€ per spedizione – dovrebbe generare 122,5 milioni di euro l’anno prossimo, seguiti da 245 milioni di euro all’anno sia nel 2027 che nel 2028, secondo documenti parlamentari citati da Reuters.

A settembre, il governo guidato dal primo ministro Giorgia Meloni prevede che la pressione fiscale complessiva – il totale di tasse e contributi sociali rispetto al PIL – salirà al 42,8% quest’anno, rispetto al 42,5% del 2024. Questo colloca l’Italia tra le economie più pesantemente tassate del mondo sviluppato.

Alcune considerazioni: quali sono le vere ragioni dietro tutto ciò?


La tassa sui pacchi extra-Ue rappresenta la sfida più diretta lanciata finora dall’Europa al modello di business cinese dell’ultra-fast fashion. Tuttavia, questa mossa legislativa non sembra essere guidata da preoccupazioni ambientali o di sostenibilità. Funziona piuttosto come una forma di protezionismo industriale, finalizzata a proteggere i produttori europei di fast-fashion dalla concorrenza esterna.

Ciò solleva una domanda scomoda ma necessaria: se il fast fashion è ampiamente riconosciuto come un modello distruttivo e insostenibile, in base a quali principi dovrebbe essere protetta la sua versione europea?

In definitiva, occorre anche chiedersi se un prelievo di 2 o 3 euro possa davvero dissuadere dall’acquisto di beni ultra low-cost.
Se la tassa non riuscisse a modificare i comportamenti dei consumatori, diventerebbe lecito concludere che il suo vero scopo sia semplicemente quello di dirottare ingenti somme nelle casse nazionali o europee.

E queste somme sono tutt’altro che trascurabili.

Prendendo la stima del 2025 di 12 milioni di pacchi al giorno e moltiplicandola per 3€, si ottiene un ricavo teorico annuo. Questo totale supera i 13 miliardi di euro.

Un’entrata considerevole per i governi, anche se il comportamento dei consumatori rimane immutato.

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Il Senato francese approva una legge per frenare l’ultra-fast fashion

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Un attacco alle pratiche di sfruttamento o protezionismo contro la Cina?


Martedì 10 giugno, il Senato francese ha approvato una legge per regolamentare l’ultra-fast fashion. Tra le misure, il possibile divieto di pubblicità per i colossi cinesi dell’e-commerce come Shein e Temu. La misura rafforza l’impegno della Francia a limitare l’impatto ambientale dell’industria tessile. Ma solleva interrogativi su chi tuteli davvero questa legge.

Senato francese: una legge contro il fast fashion


Lo scorso anno, l’Assemblea nazionale aveva approvato una proposta per ridurre i danni ecologici del settore tessile. Ora, il Senato ha votato quasi all’unanimità una versione modificata del testo. In qusto modo, ha tracciato un confine netto tra fast fashion e ultra-fast fashion. Quest’ultimo — dominato dai 7.200 nuovi modelli quotidiani di Shein e dagli abiti da 5 dollari di Temu — affronterà regole più severe. Invece marchi europei come Zara e Kiabi sfuggono ai vincoli più stringenti.

Le conseguenze ambientali sono innegabili. I prezzi stracciati dell’ultra-fast fashion hanno un costo. In Francia vengono buttati 35 capi ogni secondo e, in media, ogni persona acquista 48 capi all’anno, secondo l’agenzia statale Ademe. La legge prevede sanzioni fino a 10 euro per capo (o il 50% del prezzo al netto delle tasse) entro il 2030 per chi non rispetta i criteri di sostenibilità.

Ma il sottotesto politico è difficile da ignorare. I rivenditori francesi, come Jennyfer (in liquidazione da aprile) e NafNaf (in amministrazione controllata da maggio), da tempo accusano i concorrenti cinesi per il loro declino. Regolamentando in modo mirato piattaforme come Shein, il Senato rischia di trasformare questa legge in una guerra commerciale più che in una presa di posizione etica contro lo sfruttamento.

Comunque, prima dell’attuazione, la legge dovrà superare alcuni passaggi procedurali. Tra cui la notifica all’UE e il raccordo tra le versioni approvate dalle due camere. Ma la sua asimmetria è già evidente. Il testo attacca il sintomo (gli sprechi dell’ultra-fast fashion) evitando però la malattia (una corsa al ribasso globale su lavoro ed ecologia).

Considerazioni finali


In conclusione, il mercato del fast e ultra-fast fashion è in espansione — ma lo sono anche le sue conseguenze. Non si tratta solo di disastri ambientali, ma anche sociali, fondati su lavoro sfruttato e consumo usa-e-getta. Se la soluzione esclude i marchi europei che adottano lo stesso modello, si può davvero parlare di etica? O si tratta solo di interesse economico?

Il voto unanime del Senato francese può suggerire un consenso politico, ma non risolve la contraddizione di fondo. Una posizione veramente etica dovrebbe mettere in discussione il modello stesso di sfruttamento. Questo, a prescindere dal fatto l’etichetta indichi “Made in China” o “Made in Europe”.

Quindi torniamo alla domanda centrale: questa legge è una presa di posizione contro gli abusi del fast fashion o un attacco alla Cina? La risposta, proprio come l’industria che vuole regolamentare, potrebbe non essere così sostenibile come sembra.

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Microplastiche e Salute Umana – Parte 3: L’Impatto nella Moda

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Microplastiche e moda – Sfide & soluzioni


Questo post, il terzo e ultimo di una serie in tre parti, approfondisce l’impatto delle microplastiche nella moda, esplorando sia le sfide che le potenziali soluzioni. Si basa sulle informazioni emerse durante l’evento di divulgazione scientifica del novembre 2024, Microplastiche e Salute Umana, in cui gli esperti hanno evidenziato la presenza pervasiva delle microplastiche e la loro crescente minaccia per la salute umana. Progetto Culturale di Natasha Calandrino Van Kleef; Direzione Scientifica di Claudio Fenizia. Promosso dall’Università Statale di Milano in collaborazione con il Comune di Milano.

Puoi leggere la prima e la seconda parte [qui] e [qui]. Inoltre, puoi guardare la conferenza [qui] e [qui].

Adesso entriamo nel nostro settore, quello della moda.

L’impatto delle microplastiche nella moda


Dalia Benefatto di Devalia ha presentato un’argomentazione efficace su “L’Impatto delle Microplastiche nella Moda: Sfide e Soluzioni”. Precisamente, ha promosso un approccio scientifico all’economia circolare.

La storia dei materiali sintetici è iniziata nel 1873, quando il newyorkese John Wesley Hyatt ha brevettato la celluloide. Ossia il primo polimero artificiale, che ha rivoluzionato settori come quello cinematografico. Senza la plastica, il nostro mondo sarebbe molto diverso. Tuttavia, una volta che le plastiche entrano negli oceani, subiscono frammentazione. Cioè, si scomponengono in particelle sempre più piccole che è impossibile recuperare. Queste particelle diventano infine microplastiche. Nello specifico, è un processo a cui sono sottoposti tutti i materiali tessili e gli indumenti realizzati con fibre sintetiche.

Oggi, l’85% dei tessuti e degli indumenti è realizzato con fibre sintetiche. Il poliestere è materiale più utilizzato grazie al suo basso costo. Sebbene il fast fashion sia spesso indicato come il principale colpevole, l’intera industria della moda ha una responsabilità significativa nell’inquinamento globale da microplastiche. Infatti, il poliestere è utilizzato in modo trasversale.

Poliestere, lavaggio degli indumenti e rilascio di microplastiche


Il fast fashion è particolarmente problematico a causa del suo modello di business insostenibile. Inonda continuamente il mercato con nuovi capi realizzati con materiali sintetici. Questi tessuti rilasciano microplastiche sotto forma di fibre, note come fibrille, che sono inferiori a 5 mm di dimensione e rappresentano un contributo significativo alla crisi globale dell’inquinamento da microplastiche.

Ogni anno, oltre mezzo milione di tonnellate di fibrille vengono rilasciate negli oceani, principalmente durante il lavaggio domestico. La quantità di fibrille rilasciate dipende dalla composizione del tessuto; maggiore è il contenuto sintetico, maggiore è il rilascio. Un singolo carico di lavaggio può disperdere centinaia di milioni di fibrille nei corsi d’acqua, aggiungendosi a quelle rilasciate durante la produzione degli indumenti.

Ad esempio, i jeans – probabilmente il capo d’abbigliamento più diffuso – subiscono trattamenti aggressivi come la sabbiatura, la spazzolatura e il lavaggio con pietra pomice. Questi processi aggravano il rilascio di fibrille e sostanze tossiche, intensificando ulteriormente l’impatto ambientale.

Economia circolare e cambiamento comportamentale


Per affrontare questa crisi, è urgentemente necessario un cambiamento sistemico verso un’economia circolare. È essenziale adottare nuove abitudini comportamentali, per prolungare la vita dei materiali. Questo sostituirebbe l’attuale modello usa e getta – “estrarre, produrre e scartare” con uno che privilegia la condivisione, la riparazione, il riciclo, il prestito, il riutilizzo, la ricondizionamento e il noleggio. Tuttavia, questa transizione deve essere basata sulla scienza.

La conoscenza scientifica, i dati e l’analisi sono essenziali per creare un ciclo virtuoso. Dare il via ad una conoscenza comune aiuterà anche a combattere il greenwashing, una pratica che mina gli sforzi di sostenibilità genuini. Benefatto sottolinea l’importanza della responsabilità rispetto alla semplice sostenibilità, sostenendo azioni misurabili piuttosto che affermazioni vaghe.

Ad esempio, uno studio del 2018 ha rivelato che un singolo lavaggio di indumenti sintetici può rilasciare tra 700.000 e 1,5 milioni di fibrille di plastica. Enti scientifici hanno anche confrontato due tipi di tessuti in poliestere: uno realizzato con fibre a filamento continuo (con fibre lunghe fino a 1.000 metri) e un altro con fibre più corte (circa 10 cm di lunghezza). Il primo rilascia sei volte meno fibrille del secondo, evidenziando l’importanza della composizione strutturale nella riduzione dell’inquinamento da microplastiche.

Passi Pratici: filtri per lavatrici, scelta dei tessuti e riduzione dell’impatto della fast fashion


I consumatori possono adottare misure pratiche per mitigare l’impatto delle microplastiche. Ad esempio:

  • Filtri per lavatrici: possono catturare fino al 90% delle fibrille, impedendo loro di entrare nei corsi d’acqua.
  • Sacchetti per il lavaggio: progettati per contenere indumenti sintetici, riducono il rilascio di fibrille durante il lavaggio.
  • Scelta dei tessuti: optare per fibre naturali o di cellulosa, come cotone, lana o lyocell, può ridurre significativamente il rilascio di microplastiche.

Materiali innovativi come la fibra PLA (acido polilattico), derivata da risorse rinnovabili come l’amido di mais o la canna da zucchero, offrono alternative biodegradabili. Allo stesso modo, il biochar, un sottoprodotto della biomassa, può essere utilizzato per produrre tessuti filtranti con proprietà antimicrobiche naturali.

Nella fase di progettazione, è cruciale privilegiare durabilità, riciclabilità e compostabilità. Un cambiamento culturale verso la valorizzazione della qualità rispetto alla quantità è essenziale per limitare l’inquinamento da fibrille. In definitiva, il mercato si adatta alla domanda dei consumatori, dandoci il potere di guidare il cambiamento.

L’impatto delle microplastiche nella moda – Considerazioni finali


Le nozioni di Dalia Benefatto sull’impatto delle microplastiche nella moda ci ha colpito particolarmente, evidenziando sia gli effetti dannosi del fast fashion che il potenziale per un cambiamento positivo. La sua enfasi sulla creazione di una base di conoscenza scientifica condivisa per combattere il greenwashing è stata particolarmente stimolante.

Tuttavia, la mancanza di uno sguardo di insieme, che colleghi i punti dei vari settori rimane una sfida. Ad esempio, Carlo Covini di Lenzing ha evidenziato la confusione riguardo ai tessuti sostenibili. Di fronte a molte opzioni, i consumatori spesso faticano a identificare le scelte migliori. Immaginate se gli indumenti fossero limitati a cotone e lana, le risorse globali si esaurirebbero rapidamente. In realtà, la vera sostenibilità risiede nella diversificazione dei tessuti e dei materiali, garantendo un equilibrio tra innovazione e responsabilità ambientale. Non riguarda un singolo tessuto.

In conclusione, la lotta contro l’inquinamento da microplastiche richiede un’azione collettiva, dalla ricerca scientifica al comportamento dei consumatori. Facendo scelte informate e sostenendo un cambiamento sistemico, possiamo ridurre l’impatto dell’industria della moda sul nostro pianeta e sulla nostra salute.

Speriamo che la nostra serie in tre parti vi sia piaciuta: lasciate un commento qui sotto!

Microplastiche e Salute Umana – Parte 3: L’Impatto nella Moda Leggi tutto »