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Antitesi, Ujoh alla Paris Fashion Week FW26

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Il duo di designer giapponesi crea un gioco di contrasti attraverso combinazioni inaspettate


Antitesi è il punto di partenza di Ujoh per la collezione Autunno/Inverno 26.27 presentata alla Paris Fashion Week. Sia in giapponese che in francese, la parola non implica una rottura, bensì un interrogativo. Con questa idea in mente, Ujoh ri-esamina le proprie fondamenta — le sue forme, i suoi codici, le sue certezze — per ripensarle dall’interno.

Fondato dal duo di designer giapponesi Mitsuru Nishizaki e Aco, il brand esplora da tempo la tensione tra precisione e sperimentazione. Il DNA del brand rimane intatto, ma si afferma con rinnovata chiarezza. Le silhouette si affilano mentre i volumi si allentano, come se la collezione fosse il risultato di un processo deliberato di messa a nudo. Il minimalismo acquisisce un taglio insolente, infuso di energia grunge e spirito rock attinto dagli anni Novanta. Tra eleganza e disordine, comincia a emergere una nuova silhouette.

Antitesi di Ujoh a Parigi Fashion Week FW26. Una modella sfila in passerella con un gilet strutturato a righe sottili, abbinato a una camicetta e pantaloni in pizzo nero.
Ujoh – Paris Fashion Week Autunno/Inverno 26.27

Ujoh collezione Autunno/Inverno 26: antitesi


In questa stagione, il concetto di antitesi prende forma attraverso una deliberata tensione tra forze opposte — sia strutturali che spirituali. Gli elementi distintivi di Ujoh, come la stratificazione precisa e i dettagli funzionali con lacci e linguette, rimangono presenti. Eppure sottilmente riconfigurati, come carichi di una nuova energia. La collezione prosegue il dialogo di lunga data del brand con la sartorialità, disciplina radicata nella prima esperienza di Nishizaki come modellista. La struttura rimane centrale, ma qui viene deliberatamente destabilizzata attraverso stratificazioni inaspettate e volumi fluidi.

I volumi si allentano, mentre le silhouette a trapezio vengono affilate da pannelli asimmetrici simili a mantelle. Un gesto particolarmente inventivo appare nel tailoring: bermuda in tessuto maschile a righe o tinta unita sono pieghettati lungo le cuciture laterali e sovrapposti direttamente a pantaloni lunghi coordinati. Il risultato è un ibrido — contemporaneamente sartoriale e rilassato — che incarna perfettamente il dialogo della collezione tra struttura e scioltezza.

Questo rigore concettuale si fonda su un approccio quasi artigianale al materiale. Fedele alla sua filosofia, il brand prosegue la sua profonda ricerca tessile, evidenziando questa stagione tessuti prodotti su un telaio Schöherr degli anni ’60 in Giappone. Funzionando cinque volte più lentamente dei macchinari moderni, il telaio produce tessuti con una superficie tattile distintiva. Un rallentamento deliberato che si contrappone in silenzio alla logica di velocità e sovrapproduzione che definisce gran parte dell’industria odierna. In un esempio sorprendente, un nastro di nylon argentato diafano è intrecciato nella lana nera, creando un effetto a quadri semitrasparente. Altrove, cappotti e gonne in nero profondo e melanzana sono rifiniti con frange tagliate a mano, introducendo un taglio volutamente imperfetto.

Eleganza ruvida e combinazioni inaspettate


I capi che ne derivano sono studi di eleganza ruvida. Abbondano combinazioni di tessuti inaspettate: pizzo delicato giustapposto al carattere utilitaristico di un giubbotto da aviatore in finta pelle scamosciata e pelliccia. Cerniere metalliche pesanti incidono linee grafiche su cappotti e top, funzionando non solo come chiusure ma come elementi scultorei che modellano la silhouette.

Un look a strati dalla collezione Antitesi alla Paris Fashion Week FW26. Ampi culottes neri sono abbinati a un cardigan blu con cerniera e stivali di pelle neri, mentre un gilet di pelliccia viola con cintura completa l'ensemble.
Ujoh – Paris Fashion Week Autunno/Inverno 26.27

La palette rimane contenuta — cioccolato, legno di rosa, verde felce e fico. Ma punteggiata da sprazzi di bianco ottico e beige presi in prestito dai tessuti sharkskin. Motivi a quadri ricorrenti evocano una sottile sensibilità grunge. Il riferimento agli anni Novanta è meno questione di nostalgia che di atteggiamento, espresso attraverso la stratificazione, la texture e una studiata nonchalance resa con inconfondibile precisione giapponese.

Al centro della stagione, una collaborazione con il duo giapponese DREAMS COME TRUE estende la collezione oltre la passerella. Disegnando i costumi di scena per il loro tour, Ujoh traduce il proprio linguaggio sartoriale nella performance. Capi selezionati della collezione emergono come dirette continuazioni di questo scambio tra abito e movimento.

Riflessioni finali


Il tema dell’antitesi nella collezione Autunno/Inverno 26 di Ujoh si estendeva persino al formato della sfilata. Rifiutando una sequenza fissa, i look apparivano in un ordine apparentemente personale. Come se fossero stati prelevati da un guardaroba vissuto da esplorare, piuttosto che un copione da seguire. Questa presentazione liberata incoraggiava il pubblico a considerare ogni capo individualmente. Un oggetto del desiderio a sé stante — pur appartenendo a un insieme coeso e meravigliosamente irrisolto.

In questo senso, l’antitesi smette di essere un semplice dispositivo stilistico per diventare un modo di pensare. Una negoziazione continua tra disciplina e rottura, precisione e istinto.

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Gaultier by Duran Lantink: quando la sperimentazione non regala la magia

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Decostruire l’hype: come i codici di Gaultier si sono persi nella traduzione alla FW26 di Parigi


Alla Paris Fashion Week Autunno/Inverno 2026, la collezione Jean Paul Gaultier by Duran Lantink ha provocato reazioni contrastanti. C’è chi ha apprezzato lo spirito giocoso, mentre altri hanno sollevato critiche più severe riguardo alla effettiva indossabilità.

La collezione è sembrata più una pura esplorazione della creatività e delle possibilità tecniche. Ha ripercorso diversi concetti iconici di Gaultier — i codici maschili e femminili (quella che oggi chiamiamo moda genderless), l’intimo visto come outerwear, lo sporty chic e i tatuaggi. Eppure, nonostante questi richiami, l’interpretazione di Lantink ha segnato una chiara rottura con l’estetica tradizionale del brand.

Ad essere onesti, questa collezione FW26 sembrava più risolta rispetto al primo tentativo di Lantink. Tuttavia, gli abiti continuano a non trasmettere l’essenza di Gaultier. Invece di rappresentare la magia distintiva del marchio, lo stilista è sembrato dare priorità alla sua personale visione caotica.

Ma cosa succede quando la sperimentazione non regala la magia?

Un esperimento senza magia: Jean Paul Gaultier by Duran Lantink


Lantink ha proposto silhouette pesantemente esagerate e distorte: spalle rialzate che fluttuano lontane dal corpo, figure astratte a forma di S con seni e derrière sporgenti. Il risultato era scultoreo, quasi architettonico — ma anche altamente restrittivo. (Guarda la sfilata qui).

Mentre alcuni hanno elogiato la collezione come arte o ne hanno celebrato la giocosità, la maggior parte dei capi aveva un aspetto quasi futuristico che ne comprometteva l’indossabilità. Erano dichiarazioni, piuttosto che capi pensati per essere vissuti.

Ed è qui che il paragone con Gaultier diventa inevitabile.

Jean Paul Gaultier è lo stilista che ci ha insegnato tanto sulla moda. Molti dei concetti oggi ampiamente celebrati — la fluidità di genere, la trasformazione dell’intimo in outerwear, il giocoso mix di riferimenti culturali — sono stati introdotti da lui quarant’anni fa.

Lo ricordiamo bene. Quando eravamo giovani, compravamo i suoi abiti. Uomo o donna, per noi non faceva differenza. E li abbiamo ancora nel nostro guardaroba; sono perfetti e persino all’avanguardia oggi. (Il che solleva un altro punto: l’abbigliamento più sostenibile è quello che non si butta mai via — eppure gli stilisti che si concentrano esclusivamente sulla sostenibilità raramente raggiungono questo tipo di durabilità o fascino.) Più tardi, abbiamo anche curato pezzi di Gaultier per la nostra boutique. I suoi capi portavano con sé un’energia particolare — bellezza, humour e una certa magia. Sì, Gaultier poteva anche essere strano. Ma anche nella sua stranezza, la sua moda rimaneva indossabile.

È impossibile dire lo stesso dei pezzi di Lantink.

Il che solleva una questione più ampia: questo costante bisogno di reinventare, di shockare, di creare qualcosa di radicalmente nuovo — dove porta?

Riflessioni finali


In definitiva, Jean Paul Gaultier by Duran Lantink è sembrato più un’esplorazione dei limiti della creatività che una collezione di moda. Ma quando la sperimentazione non regala la magia, cosa rimane? Un’esibizione da cui nulla sopravvive oltre la passerella.

Quindi ci ritroviamo a chiederci: la Paris Fashion Week sta diventando un palcoscenico per abiti inindossabili?

Certo, alcuni marchi hanno costruito la propria identità su questa stessa idea — la moda come puro spettacolo. Ma Gaultier non è mai stato uno di questi. La sua magia viveva nella tensione tra fantasia e indossabilità.

Il che porta a una domanda ancora più scomoda: qual è il senso di tutto questo, in un mondo dove nessuno vuole più comprare capi di abbigliamento ben fatti? Un teatro fine a se stesso?

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Un punto sulla sensualità: Haider Ackermann per Tom Ford, FW26 Paris Fashion Week

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Gucci vs Tom Ford: dalla mera provocazione alla seduzione – qual è la differenza?


Abbiamo recentemente esplorato il tema dell’identità alla Milano Fashion Week, dove Demna ha voluto dire la sua sulla sensualità per Gucci.

Ne è emersa la versione peggiore.

Con il trasferimento della carovana della moda alla Paris Fashion Week Autunno/Inverno 26.27, abbiamo assistito a un’interpretazione completamente diversa. Un’interpretazione che ha colpito per la sua precisione e bellezza. Un’esecuzione perfetta.

Il debutto di Demna è stato, innegabilmente, uno spettacolo brutto. Ha replicato la formula Balenciaga fatta di distorsione e cinismo, riadattando anche l’ archivio dell’era Tom Ford in modo superficiale e dozzinale. Se la sua intenzione era quella di offrire un ritratto impietoso di un’estetica contemporanea grottesca, ci è riuscito. Ma la domanda rimane: al di là della provocazione, qual era il senso?

Per un marchio in seria difficoltà, la scorciatoia per vendite rapide è sempre stata la versione più letterale e commerciale del sesso. Ma è solo la provocazione ciò che resta?

Paris Fashion Week: un punto sulla sensualità


Alla Paris Fashion Week Autunno/Inverno 26, Haider Ackermann per Tom Ford ha dato una risposta definitiva.

Ha offerto un punto di vista completamente diverso sulla sensualità – una masterclass di eleganza. Ogni dettaglio era preciso: il cast, la musica, il design, la sartorialità.

All’interno di una scatola completamente bianca, modelle e modelli di tutte le età si muovevano in un allestimento minimalista dove la sartoria e il glamour prendevano vita attraverso un senso raffinato dello stile e del colore. La sfilata si è aperta con un suono persistente che si è gradualmente intensificato con le note del Notturno n. 20 di Chopin — pianoforte e poi violino, struggenti — creando un’atmosfera di seduzione naturale.

La sensualità emergeva attraverso un’immagine androgina e un gioco di opposti: completi maschili dalla linea affilatissima contrastati da uno styling essenziale – un minuscolo cinturino sulla pelle nuda – e abiti da sera affusolati ed e estremamente femminili.

“Il mio linguaggio qui è quello della seduzione”, ha dichiarato Ackermann. “Duro e morbido. Affilato e avvolgente”.

In effetti, tutti i contrasti emergevano magnificamente. Con classe. (Guarda la sfilata qui).

A metà sfilata, le parole e la musica dei The Beloved hanno preso il sopravvento, sottolineando l’etica dello show fino alla fine:

Let’s come together / Right now / Oh yeah / In sweet harmony.

Riflessioni finali


In conclusione, alla Paris Fashion Week Autunno/Inversno 26.27, Haider Ackermann non si è limitato a disegnare abiti per Tom Ford. Ha creato un universo sensuale.

Ha dimostrato la sua capacità di far evolvere il marchio rimanendo fedele al suo DNA, dove desiderio e glamour sono il cuore pulsante. Senza dubbio, una delle sfilate più belle della stagione. Così facendo, ha detto la sua sulla sensualità – dimostrando silenziosamente al signor Gvasalia la differenza tra sensualità e volgarità. Soprattutto, ci ha ricordato che la sensualità è un’arte, non provocazione.

In un mondo sempre più definito dall’assurdo – dove persino i governi annunciano guerre sulle note della Macarena – Ackermann ha offerto un raro momento di bellezza, eleganza e compostezza.

Let’s come together / Right now / Oh yeah / In sweet harmony.

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Dibattito sulle pellicce alla Milano Fashion Week: attivismo, heritage e il paradosso dei giovani

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Mentre gli attivisti chiedono l’eliminazione, i consumatori più giovani riscoprono la pelliccia


Il dibattito sulle pellicce alla Milano Fashion Week si è intensificato durante le sfilate dell’Autunno/Inverno 2026, con gli attivisti che hanno rinnovato la pressione per un bando totale. Al contempo, emergono segnali di un ritorno generazionale alla pelliccia.

Domenica 1° marzo, i manifestanti hanno protestato fuori dalla sfilata di Giorgio Armani – nonostante il Gruppo Armani abbia adottato una politica fur-free quasi un decennio fa. La strategia era simbolica: gli attivisti esortano i marchi influenti a fare pressione sulla Camera Nazionale della Moda Italiana (CNMI) affinché escluda gli stilisti che utilizzano ancora pellicce. (Fonte: Fashion Network).

Le manifestazioni sono state coordinate sotto l’egida della Coalizione per Abolire il Commercio di Pellicce (CAFT), con striscioni che recitavano “Milan Fashion Week Go Fur-Free” e cori rivolti agli ospiti in uscita.

Attivisti per i diritti degli animali in protesta, dibattito sulle pellicce alla Milano Fashion Week FW26 con cartelli 'Basta pellicce' e 'Di alla Fashion Week basta pellicce!' contro l'uso di pellicce.
Attivisti per i diritti degli animali durante la Milano Fashion Week FW26.


Il vero obiettivo, tuttavia, è strutturale.

A differenza di Londra o New York, Milano non ha adottato una politica completa fur-free. E, finché case di moda più grandi continueranno a difenderne l’uso, la questione rimarrà aperta.

Tra queste c’è Fendi, di proprietà di LVMH – un gruppo che continua a investire nelle pellicce. L’identità storica di Fendi è profondamente radicata nell’artigianato della pellicceria, rendendo il dibattito non solo etico ma anche culturale.

All’interno delle sfilate, il messaggio era più sfumato. La neo-direttrice creativa Maria Grazia Chiuri ha presentato pellicce “riutilizzate” – capi d’archivio rielaborati piuttosto che pezzi di nuova produzione.

Rielaborare la pelliccia può essere interpretato in modi diversi.
È un gesto di transizione?
Una risposta pragmatica alle preoccupazioni sulla sostenibilità?
O un modo per preservare la legittimità estetica della pelliccia ammorbidendone al contempo l’immagine?

Un’attivista lo ha descritto come potenzialmente “un passo avanti”. Tuttavia, ha evidenziato che il continuo investimento di LVMH nella produzione di pellicce rende tali gesti apparentemente isolati – forse persino una forma di greenwashing.

Ed è qui che risiede la vera contraddizione.

Dibattito sulle pellicce alla Milano Fashion Week: quando l’attivismo incontra la domanda del mercato


Mentre l’attivismo guadagna visibilità, parti del mercato – in particolare i consumatori più giovani – mostrano un rinnovato interesse per i capi in pelliccia.

I report di settore evidenziano una domanda crescente non solo nei segmenti di lusso ma anche nel consumo legato al vintage e all’heritage. L’attrattiva sembra riguardare meno lo status e più la narrazione: cappotti che ricordano quelli di madri e nonne, silhouette d’archivio, materiali senza tempo. (Fonte: Pambianco).

Non si tratta semplicemente di nostalgia – questo dato riflette un cambiamento misurabile nell’interesse dei consumatori.

Per alcuni giovani consumatori, la pelliccia rappresenta durata, autenticità, longevità – l’opposto del fast fashion. Tuttavia, la dimensione etica rimane irrisolta.

La domanda non è più solo se la pelliccia debba essere vietata.

La domanda più profonda è se la moda sia capace di abbandonare veramente certi materiali. O se li reinterpretarà continuamente sotto nuove etichette: riciclato, riutilizzato, heritage.

Riflessioni finali


Sebbene l’allevamento di animali da pelliccia sia stato vietato in Italia dal 2021, le pellicce importate e riutilizzate rimangono visibili sulle passerelle milanesi, mantenendo vivo il dibattito. A livello europeo, sono in corso ulteriori discussioni normative riguardanti l’allevamento da pelliccia. Se la legislazione dovesse eventualmente restringere la produzione, il dibattito potrebbe spostarsi dalla pressione morale alla trasformazione strutturale.

Fino ad allora, il dibattito sulle pellicce alla Milano Fashion Week rimane sospeso tra due forze:

  • l’attivismo etico
  • e un fascino culturale che si rifiuta di scomparire

La pelliccia non è più semplicemente un materiale.
È diventata il simbolo della difficoltà della moda di scegliere tra memoria e cambiamento.

La vera domanda potrebbe non essere se la pelliccia sia di nuovo di tendenza, ma se heritage, riciclo e nostalgia vengono utilizzati per ammorbidire – piuttosto che risolvere – un’industria che non si è ancora completamente trasformata.

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Identità al centro della Milano Fashion Week FW26.27

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Il potere di un’immagine definita, tra conferme e debutti


Tra la riaffermazione dei designer consolidati e l’incertezza dei debutti più attesi, la Milano Fashion Week FW26.27 ha messo l’identità saldamente al centro. Il potere di un’immagine definita ha dominato la narrazione, mitigata da un distinto senso dipragmatismo.

Questa non è un’analisi brand per brand. È un tentativo di tracciare alcune idee chiave – e ciò che dicono sulla moda in questo momento.

Quando la provocazione diventa l’unica immagine


Gucci — il debutto più atteso era, innegabilmente, brutto. Quella familiare bruttezza che Demna si porta dietro. Ha sostanzialmente replicato la formula Balenciaga per Gucci: la stessa estetica della distorsione, del cinismo e della provocazione. Persino quando attinge all’archivio – incluse le citazioni di Tom Ford – il riadattamento diventa superficiale, quasi sciatto. Eseguito nel modo più scadente possibile.

Se la sua intenzione era quella di offrire uno specchio del panorama contemporaneo – riflettendo la predominanza di un’estetica volgare – allora ci è riuscito. L’immagine era brutalmente coerente.

Ma al di là di questo, qual era il senso?

Il brand sta attraversando un serio calo. Per invertire rapidamente la rotta, pensi a cosa vende. E una cosa ha sempre venduto, indipendentemente dal contesto: il sesso. Non una sensualità raffinata, ma la sua iterazione più letterale e commerciale.
Forse non è nemmeno del tutto una sua responsabilità. Kering sa perfettamente qual è la visione di Demna. Quindi cosa si aspettavano? È questa la strategia? La provocazione è l’unica scorciatoia rimasta?

Quando l’identità è al centro


Dall’altro lato dello spettro c’era Prada, identitaria in un modo completamente diverso. Quindici modelle per presentare diverse versioni di femminilità. Rimuovendo strati e adattando i capi a diverse occasioni, la sfilata suggeriva che l’identità non è singolare, ma plurale.

Innovativa? Forse non radicalmente. Il layering (la stratificazione) non è nuovo. Ma limitare il cast ha creato chiarezza. E la chiarezza, nell’odierna saturazione visiva, sembra quasi sovversiva.
Nel nostro lavoro con i clienti, vediamo come la stratificazione – sebbene comune in teoria – sia raramente padroneggiata nella pratica. Quindi, per le donne che si affidano ai grandi nomi per legittimare la sperimentazione, questo potrebbe offrire un permesso, e fiducia.
Tuttavia, il promemoria che gli armadi, come le donne, possono contenere molteplicità è potente.

Anche Dolce & Gabbana sono tornati all’identità – la loro Sicilia, devozione, sensualità. I loro codici ricorrenti, riaffermati senza scuse. Con Madonna in prima fila, il messaggio è stato amplificato: heritage, spettacolo, riconoscibilità.

Da Bottega Veneta, il debutto di Louise Trotter è stato molto accattivante. Un brutalismo addolcito da una sensualità nascosta, radicato nell’osservazione delle donne milanesi. Artigianato sperimentale, tessuti inaspettati, silhouette audaci. Una nuova direzione – intellettuale ma tattile. Qui, l’identità non era nostalgia, ma la costruzione di qualcosa di nuovo.

E poi c’è Antonio Marras. Marras resta Marras. Poesia indossabile. Un universo a parte nel panorama milanese. Frammenti, intarsi, ricami, rose rosse vibranti. Romantico, mai stucchevole. La sua identità è così solida che non ha bisogno di gridare. Semplicemente persiste.

Una riflessione finale


Conferme o debutti – l’identità al centro ha definito la stagione.

Forse questa Milano Fashion Week Autunno/Inverno 26 non parlava solo di creatività.
Parlava di sopravvivenza.

In un momento di contrazione del mercato e di affaticamento del brand, l’identità diventa valuta.
Più chiara è l’immagine, più forte è la presa.

Ma la chiarezza costruita sullo shock è fragile.

La domanda non è chi sia più rumoroso.
È chi sembrerà ancora coerente tra cinque anni.

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