Altri 13 brand sotto inchiesta a Milano per sfruttamento del lavoro
Una crisi per l’industria della moda, o lo specchio del sistema economico nel suo complesso?
Le autorità di Milano stanno stringendo i controlli sullo sfruttamento del lavoro nella filiera della moda, mettendo altri 13 brand sotto inchiesta dopo un’operazione che ha rivelato gravi irregolarità. Un’indagine ampia ha portato alla luce nuove accuse di condizioni abusive collegate a diversi produttori, spingendo la procura ad allargare il perimetro delle indagini. La Procura di Milano ha ora richiesto documentazione a 13 top brand della moda per dimostrare la loro conformità alle leggi sul lavoro e sulla sicurezza. Capi riconducibili a queste aziende sono stati rinvenuti in magazzini gestiti da subappaltatori cinesi. Ciò ha portato gli investigatori a chiedere controlli più approfonditi.
Da D&G e Prada ad Adidas, Versace e Gucci, la Procura di Milano ha inviato richieste di documentazione per verificare il rispetto dei controlli di sicurezza e legali.
Ma lo sfruttamento del lavoro è un problema solo della moda, e solo in Italia? Oppure è una caratteristica intrinseca del sistema economico stesso?
L’inchiesta di Milano: moda e caporalato
Ancora una volta, l’industria della moda è sotto i riflettori. Altre 13 grandi gruppi sono finiti nel mirino dei magistrati milanesi. Nella tarda serata di martedì 2 dicembre, i carabinieri del Nucleo Tutela Lavoro, su mandato del Procuratore Paolo Storari, hanno effettuato perquisizioni negli uffici delle società, chiedendo documenti che attestassero l’effettuazione di controlli di sicurezza e di legalità lungo la filiera.
Le aziende avranno pochi giorni per fornire ai consulenti della Procura il materiale richiesto. Sulla base di questa documentazione, la procura deciderà se chiedere la sorveglianza giudiziaria – prevista dalla normativa antimafia – o procedere con imputazioni per caporalato in base al D.Lgs. 231.
Milano: altri 13 brand sotto inchiesta
Altri 13 brand sotto inchiesta – quali sono?
I brand a cui è stata richiesta la documentazione comprendono Missoni, Off-White Operating, Adidas Italy, Yves Saint Laurent Manifatture, Givenchy Italy, Ferragamo, Versace, Gucci, Pinko, Prada, Coccinelle, Dolce & Gabbana e Alexander McQueen.
Le indagini hanno accertato casi di “manodopera di etnia cinese impiegata in condizioni di forte sfruttamento”, per lavori svolti “su commissione” delle marche citate. Nei laboratori visitati in Lombardia, Toscana e Marche sono emerse condizioni pericolose, compensi bassissimi, orari eccessivi e lavoratori senza contratto, dispositivi di protezione o pagamento degli straordinari. Molti minacciati a causa del loro status migratorio irregolare.
La documentazione richiesta alle aziende è ampia: visure camerali, contratti, organigrammi, descrizioni dei ruoli, verbali dei consigli da gennaio 2023, rapporti sui sistemi di controllo interno, procedure di accreditamento fornitori, piani ed esiti delle verifiche interne, piani di monitoraggio e tracciabilità, elenchi fornitori e bilanci 2023-2024, inclusi i report di sostenibilità.
L’azione della Procura sembra spingere le aziende a mettersi in regola.
Modelli di sfruttamento
Questa inchiesta si inserisce in uno sforzo più ampio per smantellare reti di subappalto caratterizzate da grave sfruttamento lavorativo. Casi precedenti che hanno coinvolto Alviero Martini, Armani Operations, Loro Piana, Valentino Bags e Manifatture Dior hanno rivelato dinamiche simili. Anche Tod’s è stata indagata, sebbene la sorveglianza giudiziaria sia stata negata per questioni di competenza e merito.
Fatta eccezione per l’insolito caso Tod’s, gli interventi non partono da dirette condizioni di sfruttamento collegate ai grandi brand. Invece, iniziano dall’osservazione che i controlli lungo le filiere erano insufficienti o inefficaci, permettendo il perpetuarsi di pratiche illegali.
L’amministrazione giudiziaria – già applicata per alcune società – mira a stabilire registri fornitori trasparenti. Parallelamente, le accuse di intermediazione illecita possono portare a responsabilità personale per i manager in sede penale.
Made in “Chitaly”: operai cinesi in Italia
In un post dedicato alle contraddizioni del 1° maggio 2023, abbiamo discusso del “Made in Chitaly” per illustrare come gli abusi visti nel caso Rana Plaza o nel lavoro forzato degli Uiguri in Cina abbiano un parallelo in Italia. Emerge così un modello globale ben definito.
Per preservare margini di profitto elevati, i brand esternalizzano la produzione a laboratori gestiti da cinesi, richiedendo prezzi più bassi possibili. Questo tiene in vita la mitologia del “Made in Italy” – almeno per chi non comprende la qualità ma cerca solo un’etichetta famosa. Il salario minimo è introvabile.
Eppure importanti pubblicazioni, tra cui Business of Fashion, inquadrano questo come un problema italiano. Ma è davvero confinato all’Italia?
Dal subappalto al sistema: il meccanismo più ampio
Sebbene questi casi avvengano in Italia, lo schema di fondo non è locale ma globale. Lo sfruttamento del lavoro che coinvolge i brand italiani può descrivere i fatti immediati. Ma il meccanismo si estende ben oltre l’Italia. Le catene di suappalto opache e multilivello sono strutturate deliberatamente per ridurre i costi attraverso la distanza e la possibilità di negare la responsabilità. Ogni strato aggiuntivo diluisce la colpa. Così si rende più facile per i grandi gruppi dichiarare ignoranza mentre beneficiano di costi di produzione più bassi.
La moda non è unica in questo. Lo stesso sistema è all’opera nella logistica, nell’agricoltura, nell’elettronica, nella cosmesi, nella manifattura automobilistica e altro ancora. Ovunque la riduzione dei costi diventi l’obiettivo primario, il lavoro è il punto di pressione.
Il vero problema: il capitalismo come motore di fondo
L’industria della moda è oggi profondamente radicata nel capitalismo globale, plasmata da conglomerati come LVMH, Kering e Richemont, nonché dal private equity. Imperi quotati in borsa che privilegiano margini di profitto, scalabilità e acquisizioni. La moda non è più creatività: è un asset finanziario.
Cerchiamo di essere chiari: gli sweatshop e la moda sono collegati, ma la moda non ha inventato lo sfruttamento. Si limita a rispecchiare la logica del sistema economico che la governa. Ciò che vediamo in queste indagini non è un malfunzionamento isolato. In realtà si tratta di una caratteristica strutturale del capitalismo: estrazione, sfruttamento e l’incessante ricerca di manodopera più economica.
Non esiste un business completamente etico sotto il capitalismo: solo gradi di complicità.
Suggeriamo di leggere questo post: Behind the Seams: Fashion Industry & Forced Labour
Il social washing come travestimento finale
Man mano che lo scrutinio pubblico aumenta, si moltiplicano le campagne aziendali che enfatizzano la responsabilità sociale. Questo è il social washing: la controparte sociale del greenwashing. Le narrazioni di marketing si moltiplicano, mentre le prove scarseggiano. L’immagine etica oscura le pratiche estrattive. Il divario tra branding e realtà continua ad ampliarsi.
In questo contesto, il social washing diventa l’ultimo strato del sistema: uno sforzo per rassicurare i consumatori mentre la logica di fondo rimane immutata.
Considerazioni finali
L’ampliamento dell’indagine, con altri 13 brand sotto inchiesta nell’area di Milano, manda un segnale chiaro. È un severo monito per il settore: ma i consumatori lo noteranno, o continueranno a fare shopping come al solito?
Eppure, questo non è uno scandalo unicamente italiano, né un caso specifico dell’industria della moda. Riflette una struttura economica globale che tratta il lavoro come un costo da minimizzare. Le campagne di responsabilità sociale possono tentare di ammorbidire la narrazione, ma non possono oscurare la logica sistemica che produce questi esiti. Leggi: capitalismo.
Finché quella logica non verrà messa in discussione, casi come questi continueranno a emergere – nella moda e in ogni altro settore costruito sulle stesse fondamenta. E tutti diranno semplicemente: non lo sapevamo…
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