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Bluewashing: l’ONU dice che gli accordi globali stanno salvando i mari. È vero?

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Quando storie di successo vecchie di decenni vengono usate per rassicurarci su una crisi oceanica che peggiora sempre di più


Il bluewashing — il cugino istituzionale del greenwashing — non è confinato alle aziende. Anche gli enti pubblici possono plasmare le narrazioni, mettendo in luce successi reali mentre minimizzano la gravità delle sfide che rimangono. Questo tipo di storytelling istituzionale potrebbe non coinvolgere falsità, ma può comunque lasciare il pubblico con un’impressione fuorviante.

L’altro giorno ci siamo imbattuti in un articolo delle Nazioni Unite. Il titolo aveva un tono ottimista: “Come gli accordi globali stanno salvando i mari del mondo”. Si apriva con una storia di successo dalle spiagge di Napoli, in Italia. Un tempo fortemente inquinate da scarichi fognari e rifiuti industriali, oggi sono così pulite da aver ottenuto riconoscimenti internazionali — come la bandiera blu — per la loro qualità ambientale.

L’articolo proseguiva celebrando la Convenzione di Barcellona del 1976, il Programma per i Mari Regionali del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) e il potere della diplomazia internazionale. Dipingeva un quadro ottimista.

Ma non abbiamo potuto fare a meno di pensare a due documentari.

Seaspiracy (2021) metteva in discussione l’efficacia delle istituzioni che dovrebbero proteggere i nostri oceani, sostenendo che molte sono diventate più brave a proiettare rassicurazione che a realizzare cambiamenti concreti. Quattro anni dopo, Ocean con David Attenborough offriva un quadro più sfumato. Pur esponendo gli impatti devastanti della pesca industriale, della distruzione degli habitat e del cambiamento climatico, mostrava anche qualcosa di altrettanto importante: gli ecosistemi marini possono recuperare sorprendentemente in fretta quando vengono istituite e fatte rispettare protezioni significative.

Leggendo l’articolo dell’ONU, non riuscivamo a scrollarci di dosso la sensazione che si concentrasse quasi esclusivamente su quei successi passati, tralasciando la portata della crisi odierna. Sembrava meno una valutazione obiettiva e più un esercizio di autocompiacimento istituzionale.

Infatti, sembrava fin troppo vicino al greenwashing istituzionale. O bluewashing, visto che riguarda specificamente il mare.

Bluewashing: un oceano apparentemente pulito e sereno, mentre la crisi resta nascosta sotto la superficie.

Bluewashing: la distrazione


Non stiamo negando che le spiagge di Napoli siano più pulite rispetto agli anni Settanta. Questa è una effettiva vittoria per la salute pubblica, e diamo merito dove è dovuto. La depurazione delle acque reflue e la regolamentazione dei rifiuti industriali hanno fatto passi da gigante.

Ma l’articolo dell’ONU si avvolge in quel risultato vecchio di decenni e lo presenta come prova che l’attuale quadro internazionale stia effettivamente salvando i mari.

È qui che inizia la manipolazione —quella che sa tanto di bluewashing.

L’articolo celebra 145 paesi che partecipano agli accordi sui mari regionali, i controlli dell’inquinamento giuridicamente vincolanti e le politiche basate sulla scienza. Sono risultati reali. Eppure ciò che colpisce altrettanto è ciò che riceve relativamente poca attenzione.

La pesca eccessiva


Nel Mediterraneo — la stessa storia di successo dell’articolo — oltre il 70% degli stock ittici valutati rimane sovrasfruttato, tra i tassi più alti al mondo. Le acque costiere potrebbero essere più pulite, ma gli ecosistemi marini continuano a deteriorarsi sotto la pressione della pesca industriale.

Il Programma per i Mari Regionali può incoraggiare la cooperazione e il monitoraggio scientifico, ma ha poca autorità per far rispettare la gestione della pesca o prevenire pratiche di pesca distruttive. La pesca a strascico continua, la biodiversità diminuisce e il divario tra ambizione ambientale e realtà politica rimane enorme.

Plastica e microplastiche


L’articolo riconosce che “ogni giorno, l’equivalente di 2.000 camion della spazzatura pieni di plastica viene gettato negli oceani, nei fiumi e nei laghi di tutto il mondo”, ma tratta questa cifra sconcertante quasi come un’osservazione marginale. Poi prosegue, tornando alla sua storia di successo.

Ma l’inquinamento da plastica non è certo una nota a piè di pagina. Il Mediterraneo è tra i mari più inquinati da plastica al mondo, mentre le microplastiche sono state ora rilevate nel sangue umano, nei polmoni, nelle placente e in altri organi.

Nonostante anni di negoziati, il mondo manca ancora di un trattato globale vincolante in grado di ridurre significativamente la produzione di plastica. Esistono piani d’azione. Belle parole. La produzione continua a crescere.

PFAS e sostanze chimiche eterne


I PFAS, chiamati anche “forever chemicals” perché si degradano a malapena nell’ambiente, non vengono menzionati affatto.

Questi composti sintetici entrano nei fiumi e nei mari attraverso scarichi industriali, deflussi agricoli e acque reflue. Si accumulano lungo le catene alimentari marine e compaiono sempre più spesso nella fauna selvatica e negli esseri umani.

Mentre gli accordi ambientali continuano a monitorare molti inquinanti tradizionali, l’innovazione chimica si muove più velocemente della regolamentazione internazionale.

La richiesta di fondi travestita da giornalismo


Un dettaglio appare ripetutamente nell’articolo: il Fondo per l’Ambiente.

Più e più volte, ai lettori viene ricordato che il lavoro dell’UNEP dipende da finanziamenti flessibili e contributi dei donatori. Il messaggio è chiaro: sostenete il fondo perché la cooperazione internazionale funziona.

In una certa misura, è vero. La Convenzione di Barcellona dimostra che l’azione ambientale coordinata può produrre risultati misurabili.

Ma l’articolo rischia anche di confondere due domande molto diverse.

Pulire l’inquinamento da scarichi fognari intorno a Napoli non è la stessa cosa che salvare gli oceani di oggi dalla pesca industriale eccessiva, dalla produzione di plastica, dal cambiamento climatico o dalla contaminazione chimica. Sono sfide globali e sistemiche che operano su scala completamente diversa.

Non si può risolvere una crisi di estinzione del XXI secolo con gli strumenti degli anni Settanta.

Usare il successo di ieri per rassicurare i lettori sulla crisi di oggi sembra meno un resoconto equilibrato e più uno storytelling istituzionale.

Bluewashing: salvare i mari — o salvare la narrazione?


Quindi, gli accordi globali stanno salvando i mari? Non proprio.

Hanno indubbiamente aiutato a ridurre l’inquinamento, migliorare la cooperazione scientifica e incoraggiare i governi a lavorare insieme.

Ma gestire alcuni sintomi non è la stessa cosa che risolvere la crisi.

Salvare i mari richiederebbe misure come:

  • vietare la pesca a strascico distruttiva
  • ridurre drasticamente la produzione di plastica
  • regolamentare il deflusso agricolo e industriale che trasporta PFAS, pesticidi e nutrienti in eccesso
  • istituire grandi riserve marine realmente protette
  • applicare sanzioni effettive a governi e industrie che violano le norme


Il Programma per i Mari Regionali dell’ONU non fa nulla di tutto ciò. È un luogo di discussione — importante per la scienza, forse, ma impotente contro gli interessi economici e politici che stanno sistematicamente svuotando i nostri oceani di vita.

Molte di queste idee sono già state discusse in sedi internazionali. Il problema è che la discussione non è attuazione.

Gli accordi internazionali spesso dipendono da impegni volontari, consenso politico e applicazione nazionale. Contro industrie del valore di centinaia di miliardi di dollari, questi meccanismi si rivelano spesso troppo deboli.

I documentari contro la narrazione del bluewashing


Seaspiracy è stato criticato per il suo sensazionalismo. Ma la sua tesi di fondo regge: le organizzazioni di cui ci fidiamo per proteggere gli oceani sono spesso prive di poteri, in conflitto di interessi o complici. Celebrano piccole vittorie per oscurare fallimenti enormi. Scaricano il peso sui consumatori (smettete di usare le cannucce) mentre lasciano liberi pesca industriale e colossi petrolchimici.

Ocean offre una prospettiva più speranzosa. Mostra che gli ecosistemi marini possono recuperare con straordinaria velocità quando i governi istituiscono e fanno rispettare protezioni genuine. Se solo accadesse davvero…

Considerati insieme, i due documentari portano alla stessa conclusione.

La ripresa è possibile.

La volontà politica rimane l’ingrediente mancante.

Riflessioni finali


L’articolo dell’ONU non è una bugia. È, tuttavia, una mezza verità — che spesso è anche più pericolosa.

Sì, la cooperazione internazionale ha portato a successi ambientali effetivi. Il recupero di parti del Mediterraneo dimostra che l’azione coordinata può funzionare.

Ma questi successi non devono essere scambiati per prove che gli oceani del mondo siano su un percorso sostenibile. La pesca eccessiva, l’inquinamento da plastica, le microplastiche, il cambiamento climatico e le sostanze chimiche eterne continuano a intensificarsi. Una spiaggia più pulita non significa un mare più sano. E confondendo le due cose, l’ONU sta praticando esattamente quel tipo di bluewashing che erode la fiducia del pubblico e ritarda l’azione reale.

Ci siamo imbattuti nell’articolo dell’ONU e abbiamo subito pensato sia a Seaspiracy che a Ocean. Non perché rifiutino la cooperazione internazionale, ma perché ci ricordano che celebrare i progressi non dovrebbe mai diventare una scusa per minimizzare i fallimenti.

La speranza conta. Così come l’onestà.

E non dovremmo mai scambiare una spiaggia pulita per un mare salvato.

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Legge francese sul fast fashion: affronta davvero il problema?

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Quali sono le vere ragioni alla base della legge: tutela ambientale o protezionismo?


Il 29 giugno, il Parlamento francese ha approvato la legge sul fast fashion. Un progetto di legge concepito per frenare l’ascesa della moda ultraveloce, prendendo di mira le principali piattaforme di e-commerce asiatiche come Shein, Temu, AliExpress. La legislazione utilizza due criteri per classificare l’ultra fast fashion: il volume di capi di abbigliamento immessi sul mercato e il costo relativo della riparazione dei capi. Il punteggio di ciascuna azienda determina le sanzioni che deve affrontare.

Presentata due anni e mezzo fa, la legge introduce commissioni per articolo che potrebbero raggiungere i 20 euro entro il 2030. Tuttavia, l’imposta rimane limitata al 50% del prezzo del prodotto al netto delle tasse. Vieta inoltre la pubblicità per i marchi di moda ultraveloce, inclusa la promozione da parte di influencer sui social media. Le aziende devono mostrare messaggi che incoraggiano un consumo più moderato. Parte delle entrate sarà destinata alle infrastrutture di raccolta e riciclaggio dei tessili.

A prima vista, questo sembra un passo avanti significativo nella lotta europea contro l’impatto ambientale dell’abbigliamento usa e getta. L’industria tessile è responsabile di quasi il 10% delle emissioni globali di gas serra. La rapida crescita delle piattaforme che offrono capi a bassissimo costo non ha fatto che intensificare le preoccupazioni riguardo a sovrapproduzione e rifiuti.

Ma prima di festeggiare, dovremmo porci alcune domande scomode. Soprattutto se viste in parallelo con la tassa sui pacchi extra-UE approvata a livello europeo solo sei mesi fa.


Enorme discarica di rifiuti tessili: la legge francese sul fast fashion affronta davvero il problema?

Legge francese sul fast fashion: perché i marchi europei sono esenti?


L’aspetto più controverso della legislazione non è ciò che include, ma ciò che esclude.

Come ha sottolineato il deputato dei Verdi Charles Fournier durante il dibattito parlamentare, la proposta originale è stata “notevolmente ridimensionata”. Le aziende europee di fast fashion come Zara, Kiabi e H&M sono in gran parte escluse dalle misure che prendono di mira le piattaforme di moda ultraveloce.

Ma il modello di business di Zara è fondamentalmente diverso da quello di Shein? Entrambe producono enormi volumi di abbigliamento, in gran parte di bassa qualità e progettato per un uso a breve termine. Entrambe contribuiscono alla stessa crisi ambientale. Eppure, secondo questa legislazione, i giganti europei e francesi del fast fashion non subiscono alcuna sanzione, divieto pubblicitario o pressione normativa.

Se l’obiettivo ambientale è ridurre l’impatto della moda usa e getta, perché modelli di business simili dovrebbero essere trattati in modo così diverso?

È la stessa domanda che ci siamo posti a dicembre quando l’UE ha approvato la tassa sui pacchi extra-UE. Se il fast fashion è distruttivo, insostenibile, su quali basi la sua versione europea dovrebbe essere esente da misure comparabili?

Questa non è politica ambientale. È protezionismo industriale travestito da green.

Un approccio europeo frammentato


La legge francese evidenzia anche un problema più ampio: l’Europa manca ancora di una strategia coerente.

Nel dicembre 2025, l’UE ha introdotto un addebito di 3 euro sui pacchi di valore inferiore a 150 euro provenienti da paesi extra-UE. L’Italia ha seguito con una propria tassa di 2 euro per pacco. Prevedendo esplicitamente entrate annuali per 245 milioni di euro.
All’epoca, abbiamo notato un difetto critico: la tassa si applica per pacco, non per articolo. Tre articoli spediti insieme subiscono lo stesso addebito di 3 euro di un singolo articolo. Questo incentiva il raggruppamento, non la riduzione dei consumi.

Ora la Francia ha introdotto un sistema completamente diverso: una commissione per articolo che prende di mira specificamente le piattaforme asiatiche, lasciando intatti i concorrenti europei.

Il risultato è un mosaico di misure nazionali ed europee, piuttosto che una politica coordinata che affronti l’impatto ambientale del fast fashion in tutto il Mercato Unico.

Se l’Europa intende seriamente affrontare la sovrapproduzione e i rifiuti tessili, la risposta non dovrebbe essere altrettanto coerente?

L’incertezza che circonda il divieto pubblicitario


Tra le disposizioni più significative della legge c’è il divieto di pubblicità per le aziende di moda ultraveloce, incluse le promozioni degli influencer.

Come spiegato sopra, il divieto pubblicitario si applica solo alle aziende classificate come moda ultraveloce secondo il sistema di punteggio della legge.

Tuttavia, il suo futuro rimane incerto. La Commissione Europea ha messo in dubbio la compatibilità di questa misura con il diritto dell’UE. La Francia sostiene di basarsi su principi simili a quelli utilizzati per regolamentare la pubblicità di prodotti come alcol e sigarette. Ma se la Commissione dovesse alla fine dissentire, il divieto potrebbe diventare inapplicabile.

E se il divieto cadesse, cosa rimarrebbe? Una commissione per articolo che – anche al suo massimo di 20 euro entro il 2030 – rimane limitata al 50% del prezzo del prodotto al netto delle tasse. Per un articolo da 10 euro, ciò significa una tassa massima di 5 euro. Difficilmente proibitiva.

Ciò solleva una possibilità inquietante. La legge è stata progettata per sembrare severa, contenendo al contempo una clausola di salvaguardia incorporata?

Il governo francese può rivendicare una vittoria su basi ambientali, ma se le misure chiave venissero annullate o si rivelassero inapplicabili, l’impatto reale sarebbe minimo.

La questione delle entrate rimane senza risposta


Quando abbiamo analizzato la tassa dell’UE sui pacchi a dicembre, ci siamo chiesti se le misure presentate come politica ambientale potessero servire anche a un altro scopo: generare entrate pubbliche. 12 milioni di pacchi al giorno a 3 euro ciascuno genererebbero oltre 13 miliardi di euro all’anno. Una cifra sbalorditiva che finirebbe nelle casse dello Stato.

La legge francese tenta una formulazione più virtuosa – le commissioni andranno “verso le infrastrutture di raccolta e riciclaggio”. Ma senza trasparenza su quanto verrà effettivamente raccolto, se finanzierà realmente la capacità di riciclaggio o se le infrastrutture potranno persino gestire il volume, lo scetticismo rimane giustificato.

I proventi raccolti dagli acquisti su Shein saranno utilizzati per costruire impianti di riciclaggio reali? O scompariranno nei bilanci generali mentre le montagne di rifiuti tessili continueranno a crescere?

Che aspetto avrebbe una riforma genuina


Se l’Europa volesse davvero affrontare l’impatto ambientale del fast fashion, vedremmo misure che si applicano equamente a tutti gli attori. E questo indipendentemente dal loro paese di origine.
Una riforma genuina potrebbe includere:

  • Standard minimi di sostenibilità per tutti i capi venduti nell’UE
  • Prezzi che riflettano il costo reale, tenendo conto delle esternalità ambientali
  • Requisiti di durabilità dei prodotti e diritti obbligatori alla riparazione
  • Un divieto assoluto di distruggere le scorte invendute
  • Trasparenza della filiera per affrontare le problematiche ambientali e del lavoro forzato


Invece, otteniamo un approccio frammentato e incoerente che protegge gli operatori nazionali esistenti, pur sembrando intervenire.

Riflessioni finali


La legge francese sul fast fashion non è priva di meriti. Segnala che i politici europei riconoscono sempre di più le sfide ambientali poste dalla moda usa e getta e rappresenta uno dei tentativi più ambiziosi finora di regolamentare il settore.

Ma non scambiamola per ciò che non è.

Questo è teatro politico. Un gesto che appare severo con le piattaforme asiatiche, esentando accuratamente i marchi europei i cui modelli di business non sono fondamentalmente diversi.

La domanda che ci siamo posti a dicembre rimane senza risposta. Se il fast fashion è distruttivo – come tutti concordiamo – perché stiamo proteggendo la nostra versione?

Finché i politici europei non affronteranno onestamente questa contraddizione – applicando gli stessi standard ambientali a Zara, Kiabi e H&M che applicano a Shein e Temu – la legge francese sul fast fashion rimarrà ciò che sembra: dazi travestiti da sostenibilità, con l’ambiente che serve da pretesto conveniente per il protezionismo industriale piuttosto che da obiettivo ambientale genuino.

Le sfide ambientali create dal fast fashion sono globali. Qualsiasi soluzione duratura dovrà in ultima analisi essere altrettanto coerente.

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Ondata di caldo in Europa: una lettera aperta a coloro che sapevano

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Cambiamento climatico: l’avvertimento era chiaro; la volontà no


L’ondata di caldo estiva un tempo significava abiti leggeri, lunghe serate, finestre aperte. L’estate era la nostra stagione preferita — finché non si è trasformata in qualcosa di irriconoscibile. Ci aggrappiamo al ricordo di ciò che era, anche mentre temiamo ciò che sta diventando.
Il caldo non è più solo meteo. È una prova.
Le città sono inferni di fuoco, l’aria è irrespirabile.

Secondo l’OMS, l’ondata di caldo in Europa ha causato 1.300 vittime, con la Germania che ha raggiunto il record di 41,7 °C.

Ma questa ondata di caldo rovente in Europa non è una sorpresa. È una conferma — di ogni rapporto che è stato letto, di ogni proiezione che è stata rimodellata, e di ogni scelta di mettere i soldi al primo posto mentre il termometro saliva sempre più in alto. Un fallimento della volontà politica da parte di leader che hanno ripetutamente scelto gli interessi economici a breve termine rispetto all’azione climatica a lungo termine.

Ai leader che hanno firmato l’Accordo di Parigi, che si sono messi davanti alle telecamere e hanno promesso di mantenere vivo l’obiettivo di 1,5 °C:

Recentemente, il Copernicus Climate Change Service ha pubblicato il suo rapporto European State of the Climate 2025. Dovreste leggerlo non come un aggiornamento scientifico, ma come un atto d’accusa.

L’Europa è il continente che si riscalda più rapidamente sulla Terra. Il 2025 ha registrato la sua seconda ondata di caldo più grave, temperature marine record e incendi senza precedenti. L’Artico si sta riscaldando più del doppio rispetto alla media globale. La Groenlandia sta perdendo ghiaccio a un ritmo che vi era stato segnalato quarant’anni fa.

E dove siamo sui parametri che contano? Non ci stiamo muovendo nella giusta direzione.

Voi celebrate le rinnovabili che raggiungono il 46,4% della produzione elettrica. È un progresso genuino, ma non basta. I mercati, i progressi tecnologici e la domanda pubblica hanno accelerato la transizione, spesso nonostante una leadership politica esitante. Allo stesso tempo, i governi continuano a sovvenzionare i combustibili fossili, ad approvare nuovi progetti di estrazione e a rinviare le decisioni difficili.

Gli scienziati ve lo hanno detto. Gli attivisti vi hanno implorato. I giovani hanno marciato. E voi avete annuito, sorriso e fatto praticamente nulla.

I dati del 2025 non sono un’anomalia. Sono il risultato prevedibile della vostra inazione intenzionale.

Non chiedeteci di celebrare mezze misure. Non chiedeteci di chiamare stagnazione “progresso”. L’unica conclusione onesta è questa: sapevate, avevate il potere di agire, e avete scelto di non farlo.
Lasciate l’intero peso sulle spalle della gente.

Questa estate, i titoli ci parlano di un’altra ondata di caldo, di un altro record infranto, di altre tragedie.
L’Europa è in fiamme. Disuguaglianze crescenti. Lavoratori che collassano. Vite perdute.

E mentre questa ondata di caldo estivo brucia, il silenzio dell’inazione è più forte del fuoco.

La storia non sarà clemente.

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Femminismo oggi: Michele Mari, finalista al Premio Strega, e il suo insulto a Michela Murgia

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Scrittori, cultura contemporanea e l’occhio che giudica — ancora il patriarcato


Una recente polemica che ha coinvolto Michele Mari, scrittore e finalista al Premio Strega, ci ha fatto riflettere su una questione più ampia: cosa significa davvero il femminismo oggi? È vera liberazione, o solo un patriarcato rimodellato dalle donne — o addirittura completamente interiorizzato — dalle donne stesse?

Il dibattito è scoppiato dopo alcune dichiarazioni attribuite a Mari su Michela Murgia — acclamata scrittrice italiana, vincitrice del Premio Campiello, femminista senza scuse, icona queer e feroce critica del patriarcato.

A quanto riportato dai giornali, egli avrebbe detto:

“Era intransigente e violenta perché era brutta — era il suo modo di sfogare la rabbia.”
“Con il suo atteggiamento aggressivo, faceva pagare agli altri la sua bruttezza.”
“… così tutte le donne insoddisfatte e che non si piacciono.”

Mari ha in seguito smentito parti di quanto riportato, ma la polemica stessa rivela qualcosa che vale la pena esaminare. Con quanta rapidità usiamo ancora l’aspetto fisico di una donna per spiegare le sue idee, la sua rabbia o la sua presenza pubblica.

Fotografia in bianco e nero del libro di Michela Murgia "Stai zitta" su una scrivania, con occhiali, quaderni e una matita. L'immagine offre uno spunto di riflessione sul femminismo oggi.

Certo, è un commento che non ti aspetteresti da uno scrittore del suo calibro. E tantomeno da un candidato al prestigioso Premio Strega.
Ma se la cultura e il prestigio letterario non riescono a smantellare il pensiero patriarcale, allora cosa può farlo?

La nostra reazione istintiva è questa: se l’estetica dominante si rivolge all’occhio maschile quasi più che a quello femminile, non lo chiameremmo femminismo.

Può sembrare provocatorio, ma tocca una questione centrale nel pensiero femminista contemporaneo. Femminismo non significa conformarsi agli standard patriarcali per ottenere visibilità, approvazione o potere. Significa, anzitutto, mettere in discussione quegli standard.

Cosa significa il femminismo oggi?


Una delle domande fondamentali del femminismo contemporaneo è se le donne stiano diventando veramente più libere, o stiano semplicemente imparando a navigare con più successo nelle vecchie strutture di potere.

Quando discutiamo ancora del valore di una donna attraverso la lente dell’attrattività, della desiderabilità o della simpatia, la gerarchia sottostante non è scomparsa. Ha solo cambiato il suo linguaggio.

Smascherare la falsa emancipazione

Un’idea, un’estetica, o persino una forma di empowerment, non diventa sovversiva solo perché abbracciata dalle donne. Tanto più quando, curiosamente, resta più gradita allo sguardo maschile. Questa non è liberazione; è un riconfezionamento di una visione stantia.

C’è solo una rinegoziazione del patriarcato.

Alcuni studiosi descrivono questo fenomeno come “femminismo pop” o “post-femminismo” commerciale. Ossia una versione dell’empowerment che appare liberatoria ma lascia sostanzialmente intatte le strutture di potere esistenti.

Un femminismo che vende — e il suo successo commerciale viene spesso scambiato per progresso sociale. Dovremmo invece chiederci chi tira i fili di quel successo commerciale e delle richieste del mercato.

La teoria dello sguardo maschile

La polemica richiama anche il lavoro della teorica del cinema femminista Laura Mulvey.

Se il criterio ultimo di approvazione rimane lo sguardo maschile, allora gli uomini restano i soggetti della storia mentre le donne ne restano gli oggetti. Anche quando le donne credono di agire liberamente e in autonomia.

La questione non è se le donne facciano delle scelte. La questione è: chi ci ha insegnato ciò che è desiderabile, accettabile e degno di ammirazione?

Distinguere il femminismo dalla femminilità performata

Il femminismo autentico non chiede alle donne di essere gradevoli a nessuno se non a se stesse.

Né richiede loro di conformarsi a un ideale di bellezza prescritto per essere accettate in posizioni di influenza, autorità o legittimità culturale.

Una donna non dovrebbe aver bisogno di essere attraente per essere ascoltata. Così come non dovrebbe aver bisogno di essere accomodante per essere rispettata.

Riflessioni finali


Forse la distinzione più importante è questa: femminismo non significa dare alle donne gli stessi strumenti per competere nei giochi degli uomini. Significa cambiare del tutto le regole del gioco.

Ecco perché polemiche come questa sono importanti. Ci ricordano che, nonostante decenni di progressi, continuiamo a invocare l’aspetto fisico di una donna per spiegare il suo carattere, il suo successo, i suoi fallimenti o persino le sue convinzioni.

Quando ciò accade, siamo costretti a chiederci cosa significhi davvero il femminismo oggi.

Se le donne vengono ancora giudicate attraverso la lente dell’attrattività, della desiderabilità o della conformità a un’estetica dominante, allora le regole del gioco non sono cambiate quanto ci piace credere.

Lo sguardo dominante è semplicemente diventato più difficile da riconoscere.

E se il giudizio finale risiede ancora lì, allora non è liberazione.

È solo una gabbia dorata.

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Net Zero è una truffa: l’accusa di Kevin Anderson alla politica climatica

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Perché uno dei climatologi più intransigenti al mondo dice che i nostri leader hanno scelto di fallire – e cosa possiamo fare realmente al riguardo


Net zero è una truffa. Kevin Anderson va dritto al punto sulla verità del cambiamento climatico.
Ci sono molti climatologi che addolciscono il messaggio. Parlano di “percorsi”, “transizioni” e “cauto ottimismo”. Kevin Anderson non è uno di loro.

Professore di Energia e Cambiamento Climatico, che lavora tra le università di Manchester, Uppsala in Svezia e Bergen in Norvegia, è uno dei principali climatologi al mondo.

Lo citiamo e lo menzioniamo di tanto in tanto. Ma ecco perché ci fidiamo di lui più di quasi chiunque altro: è brutalmente diretto e onesto.

Nel podcast di Rob Cooper, condiviso anche su Climate Uncensored (fonte di questo post), Anderson ha descritto la situazione in parole semplici. Ecco cosa ha detto.


Cartellone "Net Zero 2050" incrinato in primo piano, con raffinerie di petrolio attive che emettono fumo sullo sfondo. La promessa è infranta. I combustibili fossili continuano. L'immagine illustra la tesi di Kevin Anderson contro la politica climatica: il net zero è una truffa.

I 3 numeri che devi capire per comprendere il cambiamento climatico (direttamente da Anderson)


1. Le temperature non sono piccoli cambiamenti.
Ci siamo impegnati a fermare il riscaldamento a 1,5°C o 2°C sopra i livelli pre-industriali. Quei numeri sembrano piccoli. Dobbiamo capire che sono cambiamenti enormi per il nostro clima perché avvengono a livello globale.

2. I budget di carbonio sono solo budget di combustibili fossili.
Se non vogliamo superare quelle temperature, sappiamo quanta anidride carbonica possiamo ancora immettere nell’atmosfera. Quei numeri provengono dai combustibili fossili. Sappiamo esattamente quante miliardi di tonnellate di CO₂ possiamo ancora emettere. Questo ci dice esattamente quanti combustibili fossili possiamo bruciare – e quindi quanto tempo ci rimane.

3. Il tempo è già scaduto.
Per 1,5°C: emissioni zero entro i primi anni 2030. Tra cinque anni da oggi.
Per 2°C: emissioni zero entro il 2045-2050. Abbiamo più margine.
Questo accadrebbe solo se riducessimo le emissioni. Ma non stiamo seguendo il percorso verso l’ 1,5°C. Non lo abbiamo mai fatto. Le emissioni sono ancora in aumento.

Non raggiungeremo 1,5°C.

“I nostri leader hanno scelto di fallire sul cambiamento climatico; non è una novità. Ogni singolo parametro sul cambiamento climatico punta nella direzione sbagliata.”

Che aspetto ha il “progresso” in realtà (spoiler: non è questo)


Ogni anno aggiungiamo più rinnovabili. Ma ogni anno aggiungiamo anche più combustibili fossili.
Il clima non si interessa delle rinnovabili. Si interessa dell’eliminazione dei fossili.

Anderson sostiene che, per rimanere entro l’ 1,5°C, abbiamo bisogno di ridurre le emissioni del 7-8% ogni singolo anno, a partire da ieri. Anche così, nota, evitare i punti di non ritorno richiederebbe un elemento di fortuna.

Ci muoveremo nella giusta direzione quando più rinnovabili significheranno, allo stesso tempo, meno combustibili fossili. 2°C non è sicuro. Non siamo in una buona situazione.

Molti accademici indicano la Cina come esempio di progresso. Ma non lo è. L’anidride carbonica si accumula ogni anno. Quindi per ogni anno in cui non riduciamo le emissioni, l’anno successivo diventa più difficile. Le riduzioni che vediamo in Cina sono lontane dall’essere sufficienti. Il prossimo anno il problema sarà più difficile di quest’anno.

“Se il problema diventa più difficile ogni singolo anno, non lo chiamo progresso. Il progresso è solo quando fai ciò che devi fare. Non diciamo che questo è in linea con il nostro progresso. Non lo è affatto. Finché non elimineremo i combustibili fossili e le loro emissioni, finché non ridurremo le emissioni dell’agricoltura, le temperature continueranno a salire. Ridurre le emissioni non significa che le temperature rimangano stabili o diminuiscano; significa che le temperature aumentano meno rapidamente.”

Temperature contro impatti

“Non dovremmo parlare solo di temperature, dovremmo parlare di impatti, perché sono gli impatti a colpire le persone.”

1,5°, 2°, cosa significano? Se gli impatti arrivano tra cinque anni, non avremo tempo per difenderci. Se accadono tra dieci, avremo più tempo. Ma alcuni impatti si verificano più velocemente di quanto pensassimo. Questo è un vero problema.

Le infrastrutture sono state create per un clima specifico; modificarle è estremamente costoso e richiede tempo. Ma dobbiamo farlo.

Le persone pensano che siamo in una nuova normalità. Ma non è così, perché un giorno sarà nuovo e il giorno dopo ancora nuovo. Le temperature inizieranno a normalizzarsi solo quando smetteremo di emettere combustibili fossili. Fino a quel momento, il clima continuerà a cambiare.

Il grande inganno: net zero è una truffa


Gli scienziati stanno facendo un lavoro fantastico. Le industrie del petrolio e del gas sanno cosa sta succedendo. Coloro che sono al vertice di queste industrie hanno deliberatamente minato la questione climatica.

Non esiste una “scienza del clima” in quanto tale, sottolinea. È semplicemente fisica e chimica che spiegano il mondo che ci circonda.

La mitigazione riguarda ciò che facciamo per ridurre le emissioni. Lì, dice Andeson, siamo stati sempre più ottimisti, troppo ottimisti, e questo ha iniziato a generare menzogne. Raccontiamo falsità da almeno due decenni sul cambiamento climatico. E questo perché le analisi eseguite non si adattano a una particolare cornice politica del mondo.

E ogni anno in cui falliamo sul cambiamento climatico, il livello delle bugie aumenta. Alcuni dicono che non possiamo togliere la speranza o instillare paura.

Ma il nostro lavoro è dire le cose come stanno. C’è un’illusione globale intorno a questo. E va molto più in profondità. Se vuoi ottenere finanziamenti, crescita economica e net zero entro il 2050, devi adattarti a un’agenda politica.

Le organizzazioni stanno scontando il futuro in modelli greenwashed per mantenere il business come al solito.

Net zero è una truffa: come arrivare alla verità


I politici fanno pressione su tutta la catena, sui giornalisti e così via, quindi l’intero sistema è delirante. Le persone dovrebbero usare il buon senso. E fare semplicemente i conti.

Molti accademici credono nella propria illusione, così è più facile far credere anche ad altri questa cosa. Dobbiamo partire da un senso di integrità.

Sul cambiamento climatico, abbiamo disperatamente bisogno di nuovi modi di pensare; le persone della mia età hanno totalmente fallito. Abbiamo bisogno di nuove prospettive.

Il cambiamento climatico è coloniale (e no, non siamo tutti sulla stessa barca)


Per Anderson, il cambiamento climatico non è solo una questione scientifica. È anche una questione di responsabilità storica e giustizia globale.
Questo è uno dei punti più scomodi – e più importanti – di Anderson.

Il Regno Unito, gli Stati Uniti e le nazioni ricche hanno costruito la loro prosperità su schiavitù, minerali rubati e lavoro a basso costo. Ora stanno facendo la stessa cosa con il budget di carbonio.

Oggi siamo ancora immersi nell’eredità della storia coloniale. Non possiamo fare nulla per il passato, ma dovremmo almeno riconoscerlo. E ciò che non dovremmo fare è perpetuarlo. C’è una responsabilità: la nostra prosperità è stata costruita sulle spalle degli altri.

Ora, nel Regno Unito, le persone hanno un budget di carbonio pro capite più grande da bruciare rispetto ad altri paesi poveri. C’è una quota sproporzionata.

“Abbiamo preso la loro manodopera come schiavi, abbiamo rubato i loro minerali, e ora stiamo rubando il loro budget di carbonio.”

Il Regno Unito (tutte le nazioni ricche) sta perpetuando il colonialismo. Dobbiamo metterlo in discussione. Ecco la connessione con il cambiamento climatico.

La seconda parte è che non siamo tutti sulla stessa barca. Ci sono persone bloccate nelle loro condizioni; non c’è nulla che possano fare.

I paesi poveri non possono permettersi di tagliare ulteriormente. Ci sono persone che hanno bisogno di emissioni di carbonio più alte. L’1% più ricco degli emettitori globali produce il doppio delle emissioni della metà più povera della popolazione combinata.

“Dobbiamo passare dalla produzione per i ricchi alla produzione per le infrastrutture pubbliche. Dobbiamo spostare le competenze per fare cose buone per la società. Al momento, abbiamo lusso privato per una minoranza (una grande minoranza) e spreco pubblico per tutti gli altri.”

È anche critico riguardo alla narrazione della “crisi del costo della vita”.

“Non esiste una crisi del costo della vita, accade per coloro che ne traggono beneficio.”

Per le famiglie ad alto reddito e alte emissioni, rispondere al cambiamento climatico significherebbe pagare di più. Quindi fingono che siamo tutti sulla stessa barca. Perché vogliono mettere il costo sulla famiglia media.

“È facile puntare il dito contro i miliardari, meglio se vanno su Marte, ma in realtà siamo anche noi. Se questa discussione non viene ascoltata, è perché siamo nel gruppo dell’uso sproporzionato.”

Cosa dà davvero speranza a Kevin Anderson?


Non il tecno-ottimismo. Non le promesse del net zero.

La speranza, per lui, vive nell’azione – specificamente, nel dialogo onesto e umile.

Persone che parlano al bar. Bambini a scuola che discutono di cose che valgono la pena. Comunità che decidono che aspetto ha una bella vita, non solo un’economia efficiente. Umiltà: se qualcosa è sbagliato, ammettilo e vai avanti.

Menziona esplicitamente Greta Thunberg: le persone della sua generazione hanno fallito, dice. Nuove prospettive sono disperatamente necessarie.

“Non aspettarti che gli esperti risolvano questo problema. Il cambiamento arriva dal basso. Parla con integrità. Rimani aperto a opinioni che all’inizio ti sembrano scomode.”

Dieci parole su un cartellone? Nessuna parola


Immagini di grande impatto. Legame con il territorio. Adattare il problema al luogo e all’identità.

“La maggior parte delle persone è buona. Gioca sui valori condivisi, non sulla paura.”

Non dobbiamo cadere nel modello individualistico, combattendo e competendo gli uni con gli altri; dobbiamo valorizzare la nostra comunità. Temperature e parametri sono molto utili.

“Per coinvolgere le persone, dobbiamo passare dal globale al locale e vedere cosa impatta localmente.“

Cosa puoi fare realmente (dai consigli finali di Anderson)


Se il net zero è una truffa, cosa possiamo fare realmente?

  • Non cercare eroi nei posti alti. I politici, la maggior parte degli accademici e i media sono intrappolati nella stessa illusione.
  • Usa il buon senso. E fai i conti da solo. I numeri non mentono.
  • Abbi conversazioni oneste. Chiedi: com’è un mondo buono? Com’è una bella vita? Com’è una bella comunità?
  • Renditi conto che potresti essere tu l’agente del cambiamento. Non un politico. Non una celebrità. Tu, che parli con le persone intorno a te.

Una riflessione finale


Il net zero è una truffa, come sostiene Kevin Anderson.
Il sistema non è rotto. Funziona esattamente come è stato progettato – per la minoranza che emette di più.

Il cambiamento inizia quando il resto di noi smette di chiedere il permesso e inizia a parlare onestamente del tipo di mondo che vogliamo realmente.

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Vuoi ascoltarlo direttamente? Ecco l’intervista con Kevin Anderson su Climate Uncensored, o sul podcast di Rob Cooper.

Net Zero è una truffa: l’accusa di Kevin Anderson alla politica climatica Leggi tutto »