Una coalizione africana avverte che le linee guida globali proposte, costruite su basi difettose, minacciano milioni di mezzi di sussistenza e il futuro del riuso tessile
Una coalizione di organizzazioni africane, sostenuta da esperti provenienti da Europa, Asia e America, ha inviato una lettera formale al Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP). La lettera solleva preoccupazioni sull’affidabilità dei dati alla base dei progetti dell’UNEP per la circolarità globale del tessile e contesta la credibilità concessa a soggetti descritti come “dipendenti” dai giganti del fast fashion.
La lettera aperta contesta direttamente il progetto Circularity and Trade of Used Textiles dell’UNEP, che mira a creare linee guida globali per distinguere i capi di seconda mano riutilizzabili dai rifiuti. I firmatari, che rappresentano i mezzi di sussistenza di milioni di persone impegnate nella selezione, riparazione e rivendita dei capi, sostengono che l’intera iniziativa sia compromessa fin dalle fondamenta. (Fashion Magazine).
Organizazzioni africane: la lettera di accuse
Le loro principali accuse sono tre:
- Dati inaffidabili:
Il progetto si basa su cifre non verificate, come la frequente affermazione secondo cui il 95% dei rifiuti tessili sarebbe riutilizzabile. Un dato che contraddice le conoscenze consolidate del settore e manca di metodi di raccolta trasparenti. - Processo compromesso:
La coalizione descrive le consultazioni come affrettate ed escludenti. E che hanno emarginato proprio gli esperti in grado di comprendere le complesse realtà del commercio dell’usato. - Influenza aziendale:
In Ghana, una ONG finanziata dall’industria dell’ultra fast fashion ha guidato la ricerca. Le stesse realtà la cui sovrapproduzione è alla radice della crisi dei rifiuti — creando un inaccettabile conflitto d’interessi.
“Ciò che abbiamo osservato non corrisponde all’obiettività che ci si aspetta da un programma delle Nazioni Unite”, ha dichiarato Jeffren Boakye Abrokwah, presidente della Ghanaian Used Clothing Dealers Association. “In Ghana, il partner di ricerca dell’UNEP è una ONG che già conduce una campagna contro i rifiuti ed è finanziata dall’industria del fast fashion. Questo compromette la neutralità dei dati.”
Tuttavia, tale sentimento ha trovato eco anche a livello internazionale. Alan Wheeler, direttore generale della Textile Recycling Association del Regno Unito, ha affermato: “La disponibilità dell’UNEP ad adottare conclusioni non verificate contraddice il suo impegno dichiarato all’imparzialità e mina la fiducia pubblica.”
Ma la controversia esplode mentre il mercato dell’abbigliamento di seconda mano affronta una pressione senza precedenti. Nuovi capi di bassa qualità invadono i mercati africani. Mentre in Europa i raccoglitori sono in sciopero e paesi come la Svezia autorizzano la distruzione dei capi invenduti. In questo contesto, la richiesta di soluzioni credibili e imparziali non è mai stata così urgente.
Considerazioni finali
In conclusione, il conflitto principale non riguarda più soltanto i dati o la metodologia. Ma riguarda chi ha il potere di definire la circolarità. La lettera delle organizzazioni africane mette in luce una realtà inquietante. In sostanza, l’industria stessa potrebbe plasmare un processo delle Nazioni Unite nato per regolare i rifiuti dell’industria della moda.
Non si tratta semplicemente di un fallimento di metodo, ma di un vero e proprio sabotaggio della soluzione. Permettendo alle realtà del fast fashion di stabilire le regole, il progetto dell’UNEP finisce per legittimare il greenwashing e minare l’economia circolare che dichiara di voler proteggere. In altre parole, il sistema non è solo progettato male. È progettato per fallire, perpetuando un modello lineare di sovrapproduzione e spreco sotto le spoglie della sostenibilità.
La credibilità della governance ambientale globale è ora in bilico.