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Pacchi extra-UE: approvata in Europa la tassa per frenare l’ultra-fast fashion, anche l’Italia si unisce

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Questa tassa riuscirà davvero a scoraggiare gli acquisti low-cost — o persegue altri interessi?


Immagina un nuovo costo su ogni pacco di moda low-cost proveniente dall’estero: questa è l’essenza della nuova tassa sui pacchi Extra-UE appena approvata. La misura rappresenta un intervento di politica europea concepito per far sì che l’abbigliamento usa e getta sostenga una quota maggiore del suo costo reale. Allo stesso tempo, protegge i mercati locali da quella che viene sempre più definita concorrenza sleale.

Secondo la Commissione europea, solo nel 2025 sono stati importati nell’UE circa 4,6 miliardi di articoli. Ciascuno con un valore inferiore a 150 euro — l’equivalente di circa 12 milioni di pacchi al giorno. Questa cifra è raddoppiata in soli due anni. Le importazioni erano infatti ferme a 2,3 miliardi di articoli nel 2023 e 1,4 miliardi nel 2022.

Anche l’Italia si sta muovendo in questa direzione. Il governo, infatti, prevede di introdurre una tassa di 2 euro su ogni pacco in arrivo da paesi extra-UE.

Ma può una tassa così modesta davvero arginare la marea di acquisti low-cost e di ultra-fast fashion? E quali sono le motivazioni più profonde dietro questo cambio di rotta politica?

L’UE approva la tassa sui pacchi extra-Ue per frenare l’ultra-fast fashion


Bruxelles ha approvato una tassa di 3€ su tutti i pacchi di valore inferiore a 150€ spediti da Paesi terzi. La misura entrerà in vigore il 1° luglio 2026. Mira a contrastare il crescente impatto delle piattaforme di e-commerce low-cost. Un fenomeno visibile in molti settori, ma particolarmente evidente nella moda. Si pensi a colossi come Shein, Temu e AliExpress.

La tassa sarà applicata a pacco, non a articolo. Ciò significa che tre prodotti spediti insieme in un unico imballaggio subiranno un costo totale di 3€. Invece, tre pacchi separati sarebbero tassati per un totale di 9€.

Apparentemente, questa struttura sembrerebbe incentivare le spedizioni consolidate, piuttosto che scoraggiare il consumo in sé.

Pacchi extra-UE: anche l’Italia punta alle importazioni low-cost per contrastare la concorrenza sleale


L’Italia si prepara a introdurre una propria imposta sulle spedizioni extra-UE di valore inferiore a 150€ (circa 176 dollari). Contemporaneamente, il governo prevede di raddoppiare la tassa sulle transazioni finanziarie. Roma cerca entrate aggiuntive per finanziare costosi emendamenti di bilancio, secondo quanto risulta da documenti ufficiali.

Con circa 330 milioni di pacchi a basso valore che arrivano in Italia ogni anno, e tenendo conto della probabilità che alcuni venditori cercheranno di eludere il nuovo costo, il governo stima ricavi annuali di 245 milioni di euro dalla misura.

Nello specifico, l’imposta sui pacchi di basso valore – fissata a 2€ per spedizione – dovrebbe generare 122,5 milioni di euro l’anno prossimo, seguiti da 245 milioni di euro all’anno sia nel 2027 che nel 2028, secondo documenti parlamentari citati da Reuters.

A settembre, il governo guidato dal primo ministro Giorgia Meloni prevede che la pressione fiscale complessiva – il totale di tasse e contributi sociali rispetto al PIL – salirà al 42,8% quest’anno, rispetto al 42,5% del 2024. Questo colloca l’Italia tra le economie più pesantemente tassate del mondo sviluppato.

Alcune considerazioni: quali sono le vere ragioni dietro tutto ciò?


La tassa sui pacchi extra-Ue rappresenta la sfida più diretta lanciata finora dall’Europa al modello di business cinese dell’ultra-fast fashion. Tuttavia, questa mossa legislativa non sembra essere guidata da preoccupazioni ambientali o di sostenibilità. Funziona piuttosto come una forma di protezionismo industriale, finalizzata a proteggere i produttori europei di fast-fashion dalla concorrenza esterna.

Ciò solleva una domanda scomoda ma necessaria: se il fast fashion è ampiamente riconosciuto come un modello distruttivo e insostenibile, in base a quali principi dovrebbe essere protetta la sua versione europea?

In definitiva, occorre anche chiedersi se un prelievo di 2 o 3 euro possa davvero dissuadere dall’acquisto di beni ultra low-cost.
Se la tassa non riuscisse a modificare i comportamenti dei consumatori, diventerebbe lecito concludere che il suo vero scopo sia semplicemente quello di dirottare ingenti somme nelle casse nazionali o europee.

E queste somme sono tutt’altro che trascurabili.

Prendendo la stima del 2025 di 12 milioni di pacchi al giorno e moltiplicandola per 3€, si ottiene un ricavo teorico annuo. Questo totale supera i 13 miliardi di euro.

Un’entrata considerevole per i governi, anche se il comportamento dei consumatori rimane immutato.

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B Corp e ultra-fast fashion: Una contraddizione del nostro tempo?

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Cosa significa davvero quando un brand di moda usa e getta ottiene un sigillo di sostenibilità?


Che relazione c’è tra B Corp e ultra fast-fashion? Cosa succede quando la certificazione B Corp incontra l’ultra-fast fashion?
Quando BusinessWire annuncia“Princess Polly diventa una Certified B Corporation™”, e BOF  la presenta come “la concorrente USA-australiana di Shein che ottiene un riconoscimento di responsabilità sociale”, siamo costretti a chiederci: è progresso — o solo greenwashing ben confezionato?

Il titolo di BOF dice tutto: “Un brand di ultra-fast fashion può essere ‘sostenibile’?”
Spoiler: è una domanda retorica. O almeno, così speriamo.

Cos’è una B Corp?
«La certificazione B Corp indica che un’azienda rispetta determinati standard di responsabilità sociale e ambientale, ma non copre tutti gli aspetti delle sue operazioni e pratiche.» — This is Greenwashing

Certificazione B Corp e ultra-fast fashion: marchio di qualità o cortina fumogena?


La co-CEO di Princess Polly, Eirin Bryett, celebra la certificazione come prova del loro “impegno verso pratiche guidate da uno scopo”.
Ma diciamolo chiaramente: un brand costruito su sovrapproduzione, iper-consumo e tendenze usa e getta può davvero “integrare la sostenibilità in ogni parte del business”?

Dopo aver finito di scrivere This Is Greenwashing, abbiamo quasi deciso di accantonarlo, pensando che il mercato fosse già saturo di chi denuncia la verità.
Ma, a quanto pare, il manuale del greenwashing è ancora in piena attività.

Il punto cieco della certificazione B Corp: la sovrapproduzione


Nel nostro libro This is Greenwashing, abbiamo evidenziato i limiti della certificazione B Corp:

La certificazione B Corp valuta vari aspetti delle operazioni aziendali, incluso l’impatto ambientale. Tuttavia, la sovrapproduzione potrebbe non essere affrontata in modo esplicito, con un’enfasi maggiore sull’uso di materiali sostenibili, pratiche di lavoro etiche e altri criteri.

L’intero modello della fast fashion si basa sull’obsolescenza programmata — eppure la B Corp premia i brand che spuntano qualche casella (packaging riciclato! compensazioni di CO₂!) evitando di affrontare il vero problema: la sovrapproduzione.
E l’ultra-fast fashion porta tutto questo a un livello ancora più estremo.

B Corp e ultra-fast fashion – Considerazioni finali


Non mettiamo in dubbio le buone intenzioni di Princess Polly.
Ma le buone intenzioni non cambiano i modelli di business.
Se un brand trae profitto dalla sovrapproduzione, non è sostenibile.
Se convince le persone a comprare di più, più in fretta — e poi ci appiccica sopra un bollino verde — non è progresso. È PR.

Quindi, cosa succede quando la certificazione B Corp incontra l’ultra-fast fashion?
Semplice: è greenwashing in una confezione “purpose-washed”.
Ancor peggio, l’idea stessa che l’ultra-fast fashion possa essere definita ‘sostenibile’ è assurda.

In breve, this is greenwashing.


P.S. Sei stanco di essere preso in giro?
Leggi This is Greenwashing — la consapevolezza è potere.

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Smaschera le bugie. Pretendi di meglio.

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Il Senato francese approva una legge per frenare l’ultra-fast fashion

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Un attacco alle pratiche di sfruttamento o protezionismo contro la Cina?


Martedì 10 giugno, il Senato francese ha approvato una legge per regolamentare l’ultra-fast fashion. Tra le misure, il possibile divieto di pubblicità per i colossi cinesi dell’e-commerce come Shein e Temu. La misura rafforza l’impegno della Francia a limitare l’impatto ambientale dell’industria tessile. Ma solleva interrogativi su chi tuteli davvero questa legge.

Senato francese: una legge contro il fast fashion


Lo scorso anno, l’Assemblea nazionale aveva approvato una proposta per ridurre i danni ecologici del settore tessile. Ora, il Senato ha votato quasi all’unanimità una versione modificata del testo. In qusto modo, ha tracciato un confine netto tra fast fashion e ultra-fast fashion. Quest’ultimo — dominato dai 7.200 nuovi modelli quotidiani di Shein e dagli abiti da 5 dollari di Temu — affronterà regole più severe. Invece marchi europei come Zara e Kiabi sfuggono ai vincoli più stringenti.

Le conseguenze ambientali sono innegabili. I prezzi stracciati dell’ultra-fast fashion hanno un costo. In Francia vengono buttati 35 capi ogni secondo e, in media, ogni persona acquista 48 capi all’anno, secondo l’agenzia statale Ademe. La legge prevede sanzioni fino a 10 euro per capo (o il 50% del prezzo al netto delle tasse) entro il 2030 per chi non rispetta i criteri di sostenibilità.

Ma il sottotesto politico è difficile da ignorare. I rivenditori francesi, come Jennyfer (in liquidazione da aprile) e NafNaf (in amministrazione controllata da maggio), da tempo accusano i concorrenti cinesi per il loro declino. Regolamentando in modo mirato piattaforme come Shein, il Senato rischia di trasformare questa legge in una guerra commerciale più che in una presa di posizione etica contro lo sfruttamento.

Comunque, prima dell’attuazione, la legge dovrà superare alcuni passaggi procedurali. Tra cui la notifica all’UE e il raccordo tra le versioni approvate dalle due camere. Ma la sua asimmetria è già evidente. Il testo attacca il sintomo (gli sprechi dell’ultra-fast fashion) evitando però la malattia (una corsa al ribasso globale su lavoro ed ecologia).

Considerazioni finali


In conclusione, il mercato del fast e ultra-fast fashion è in espansione — ma lo sono anche le sue conseguenze. Non si tratta solo di disastri ambientali, ma anche sociali, fondati su lavoro sfruttato e consumo usa-e-getta. Se la soluzione esclude i marchi europei che adottano lo stesso modello, si può davvero parlare di etica? O si tratta solo di interesse economico?

Il voto unanime del Senato francese può suggerire un consenso politico, ma non risolve la contraddizione di fondo. Una posizione veramente etica dovrebbe mettere in discussione il modello stesso di sfruttamento. Questo, a prescindere dal fatto l’etichetta indichi “Made in China” o “Made in Europe”.

Quindi torniamo alla domanda centrale: questa legge è una presa di posizione contro gli abusi del fast fashion o un attacco alla Cina? La risposta, proprio come l’industria che vuole regolamentare, potrebbe non essere così sostenibile come sembra.

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