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Dibattito sulle pellicce alla Milano Fashion Week: attivismo, heritage e il paradosso dei giovani

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Mentre gli attivisti chiedono l’eliminazione, i consumatori più giovani riscoprono la pelliccia


Il dibattito sulle pellicce alla Milano Fashion Week si è intensificato durante le sfilate dell’Autunno/Inverno 2026, con gli attivisti che hanno rinnovato la pressione per un bando totale. Al contempo, emergono segnali di un ritorno generazionale alla pelliccia.

Domenica 1° marzo, i manifestanti hanno protestato fuori dalla sfilata di Giorgio Armani – nonostante il Gruppo Armani abbia adottato una politica fur-free quasi un decennio fa. La strategia era simbolica: gli attivisti esortano i marchi influenti a fare pressione sulla Camera Nazionale della Moda Italiana (CNMI) affinché escluda gli stilisti che utilizzano ancora pellicce. (Fonte: Fashion Network).

Le manifestazioni sono state coordinate sotto l’egida della Coalizione per Abolire il Commercio di Pellicce (CAFT), con striscioni che recitavano “Milan Fashion Week Go Fur-Free” e cori rivolti agli ospiti in uscita.

Attivisti per i diritti degli animali in protesta, dibattito sulle pellicce alla Milano Fashion Week FW26 con cartelli 'Basta pellicce' e 'Di alla Fashion Week basta pellicce!' contro l'uso di pellicce.
Attivisti per i diritti degli animali durante la Milano Fashion Week FW26.


Il vero obiettivo, tuttavia, è strutturale.

A differenza di Londra o New York, Milano non ha adottato una politica completa fur-free. E, finché case di moda più grandi continueranno a difenderne l’uso, la questione rimarrà aperta.

Tra queste c’è Fendi, di proprietà di LVMH – un gruppo che continua a investire nelle pellicce. L’identità storica di Fendi è profondamente radicata nell’artigianato della pellicceria, rendendo il dibattito non solo etico ma anche culturale.

All’interno delle sfilate, il messaggio era più sfumato. La neo-direttrice creativa Maria Grazia Chiuri ha presentato pellicce “riutilizzate” – capi d’archivio rielaborati piuttosto che pezzi di nuova produzione.

Rielaborare la pelliccia può essere interpretato in modi diversi.
È un gesto di transizione?
Una risposta pragmatica alle preoccupazioni sulla sostenibilità?
O un modo per preservare la legittimità estetica della pelliccia ammorbidendone al contempo l’immagine?

Un’attivista lo ha descritto come potenzialmente “un passo avanti”. Tuttavia, ha evidenziato che il continuo investimento di LVMH nella produzione di pellicce rende tali gesti apparentemente isolati – forse persino una forma di greenwashing.

Ed è qui che risiede la vera contraddizione.

Dibattito sulle pellicce alla Milano Fashion Week: quando l’attivismo incontra la domanda del mercato


Mentre l’attivismo guadagna visibilità, parti del mercato – in particolare i consumatori più giovani – mostrano un rinnovato interesse per i capi in pelliccia.

I report di settore evidenziano una domanda crescente non solo nei segmenti di lusso ma anche nel consumo legato al vintage e all’heritage. L’attrattiva sembra riguardare meno lo status e più la narrazione: cappotti che ricordano quelli di madri e nonne, silhouette d’archivio, materiali senza tempo. (Fonte: Pambianco).

Non si tratta semplicemente di nostalgia – questo dato riflette un cambiamento misurabile nell’interesse dei consumatori.

Per alcuni giovani consumatori, la pelliccia rappresenta durata, autenticità, longevità – l’opposto del fast fashion. Tuttavia, la dimensione etica rimane irrisolta.

La domanda non è più solo se la pelliccia debba essere vietata.

La domanda più profonda è se la moda sia capace di abbandonare veramente certi materiali. O se li reinterpretarà continuamente sotto nuove etichette: riciclato, riutilizzato, heritage.

Riflessioni finali


Sebbene l’allevamento di animali da pelliccia sia stato vietato in Italia dal 2021, le pellicce importate e riutilizzate rimangono visibili sulle passerelle milanesi, mantenendo vivo il dibattito. A livello europeo, sono in corso ulteriori discussioni normative riguardanti l’allevamento da pelliccia. Se la legislazione dovesse eventualmente restringere la produzione, il dibattito potrebbe spostarsi dalla pressione morale alla trasformazione strutturale.

Fino ad allora, il dibattito sulle pellicce alla Milano Fashion Week rimane sospeso tra due forze:

  • l’attivismo etico
  • e un fascino culturale che si rifiuta di scomparire

La pelliccia non è più semplicemente un materiale.
È diventata il simbolo della difficoltà della moda di scegliere tra memoria e cambiamento.

La vera domanda potrebbe non essere se la pelliccia sia di nuovo di tendenza, ma se heritage, riciclo e nostalgia vengono utilizzati per ammorbidire – piuttosto che risolvere – un’industria che non si è ancora completamente trasformata.

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Identità al centro della Milano Fashion Week FW26.27

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Il potere di un’immagine definita, tra conferme e debutti


Tra la riaffermazione dei designer consolidati e l’incertezza dei debutti più attesi, la Milano Fashion Week FW26.27 ha messo l’identità saldamente al centro. Il potere di un’immagine definita ha dominato la narrazione, mitigata da un distinto senso dipragmatismo.

Questa non è un’analisi brand per brand. È un tentativo di tracciare alcune idee chiave – e ciò che dicono sulla moda in questo momento.

Quando la provocazione diventa l’unica immagine


Gucci — il debutto più atteso era, innegabilmente, brutto. Quella familiare bruttezza che Demna si porta dietro. Ha sostanzialmente replicato la formula Balenciaga per Gucci: la stessa estetica della distorsione, del cinismo e della provocazione. Persino quando attinge all’archivio – incluse le citazioni di Tom Ford – il riadattamento diventa superficiale, quasi sciatto. Eseguito nel modo più scadente possibile.

Se la sua intenzione era quella di offrire uno specchio del panorama contemporaneo – riflettendo la predominanza di un’estetica volgare – allora ci è riuscito. L’immagine era brutalmente coerente.

Ma al di là di questo, qual era il senso?

Il brand sta attraversando un serio calo. Per invertire rapidamente la rotta, pensi a cosa vende. E una cosa ha sempre venduto, indipendentemente dal contesto: il sesso. Non una sensualità raffinata, ma la sua iterazione più letterale e commerciale.
Forse non è nemmeno del tutto una sua responsabilità. Kering sa perfettamente qual è la visione di Demna. Quindi cosa si aspettavano? È questa la strategia? La provocazione è l’unica scorciatoia rimasta?

Quando l’identità è al centro


Dall’altro lato dello spettro c’era Prada, identitaria in un modo completamente diverso. Quindici modelle per presentare diverse versioni di femminilità. Rimuovendo strati e adattando i capi a diverse occasioni, la sfilata suggeriva che l’identità non è singolare, ma plurale.

Innovativa? Forse non radicalmente. Il layering (la stratificazione) non è nuovo. Ma limitare il cast ha creato chiarezza. E la chiarezza, nell’odierna saturazione visiva, sembra quasi sovversiva.
Nel nostro lavoro con i clienti, vediamo come la stratificazione – sebbene comune in teoria – sia raramente padroneggiata nella pratica. Quindi, per le donne che si affidano ai grandi nomi per legittimare la sperimentazione, questo potrebbe offrire un permesso, e fiducia.
Tuttavia, il promemoria che gli armadi, come le donne, possono contenere molteplicità è potente.

Anche Dolce & Gabbana sono tornati all’identità – la loro Sicilia, devozione, sensualità. I loro codici ricorrenti, riaffermati senza scuse. Con Madonna in prima fila, il messaggio è stato amplificato: heritage, spettacolo, riconoscibilità.

Da Bottega Veneta, il debutto di Louise Trotter è stato molto accattivante. Un brutalismo addolcito da una sensualità nascosta, radicato nell’osservazione delle donne milanesi. Artigianato sperimentale, tessuti inaspettati, silhouette audaci. Una nuova direzione – intellettuale ma tattile. Qui, l’identità non era nostalgia, ma la costruzione di qualcosa di nuovo.

E poi c’è Antonio Marras. Marras resta Marras. Poesia indossabile. Un universo a parte nel panorama milanese. Frammenti, intarsi, ricami, rose rosse vibranti. Romantico, mai stucchevole. La sua identità è così solida che non ha bisogno di gridare. Semplicemente persiste.

Una riflessione finale


Conferme o debutti – l’identità al centro ha definito la stagione.

Forse questa Milano Fashion Week Autunno/Inverno 26 non parlava solo di creatività.
Parlava di sopravvivenza.

In un momento di contrazione del mercato e di affaticamento del brand, l’identità diventa valuta.
Più chiara è l’immagine, più forte è la presa.

Ma la chiarezza costruita sullo shock è fragile.

La domanda non è chi sia più rumoroso.
È chi sembrerà ancora coerente tra cinque anni.

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Milano Fashion Week FW26.27: intrattenimento o pragmatismo?

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Prêt-à-porter: qual è il senso delle sfilate oggi


La Milano Fashion Week FW26.27 è appena iniziata, e con essa una tensione che sembra impossibile da ignorare: intrattenimento o pragmatismo.

Per anni, le sfilate sono state un palcoscenico per lo spettacolo — set immersivi, momenti virali, crescendo emotivi. Ma questa stagione si apre sotto una luce diversa. Più razionale. Più misurata. Forse più urgente.

Il debutto di Maria Grazia Chiuri da Fendi sembra cristallizzare questa dicotomia. (Guarda il video qui).
Una collezione precisa e controllata. Capis sartoriali, indossabili. Senza eccessi. Senza sogni espliciti. E senza tentare di costruire stupore.

A Business of Fashion ha dichiarato:
“Non sono una designer che fa intrattenimento. Non è importante creare qualcosa one-shot, per sorprendere qualcuno. Altrimenti farei una performance. Questo è un altro lavoro.”

E ha aggiunto:
“Dobbiamo essere pragmatici. È tempo — è davvero tempo se vogliamo andare verso il futuro di questa industria.”

Le sue parole tracciano una linea chiara. Il fashion design non è performance art. La sorpresa non è l’obiettivo. Il pragmatismo non è un compromesso — è una posizione.

Persino i titoli di settore riflettono questo cambiamento. Pambianco ha intitolato la sua copertina: “Quando il pragmatismo prevale sull’emozione.” Una frase che suona meno come una critica e più come una diagnosi.

Forse Chiuri non è stata scelta per intrattenere. E se Fendi avesse cercato lo spettacolo, non avrebbe scelto lei.
Sembra proprio una scelta deliberata.

Il che ci porta a una domanda più ampia: qual è il senso di una sfilata oggi?

Se la maggior parte dei consumatori acquista abbigliamento del mercato di massa, quanti indosseranno mai capi pensati per la passerella? Se le sfilate non riguardano più principalmente il vestire i corpi, cosa raccontano?

Narrativa? Posizionamento? Rassicurare gli investitori? Rilevanza culturale?

Riflessione finale


Se Chiuri ha ragione, forse l’obiettivo è la fattibilità. Non creare un momento virale. Non inseguire la meraviglia fine a se stessa. Ma dimostrare che questi abiti possono esistere nel mondo reale — e quindi sostenere una maison, una forza lavoro, un modello di business.

La sfilata diventa meno fantasia, più prova di concetto. Ma una sfilata può essere concreta e avere comunque rilevanza? O il pragmatismo sta diventando esso stesso una dichiarazione — un anti-spettacolo deliberato in un mondo saturo di spettacolo?

Se l’industria si trova davvero a un punto di svolta — “è tempo,” come dice la Chiuri — allora forse un debutto razionale non è l’assenza di visione. Forse è una ricalibrazione.

Con l’inizio della Milano Fashion Week FW26, quella tensione — intrattenimento o pragmatismo — sembra meno teorica e più strutturale.

Ma forse la vera domanda non è se la moda debba intrattenere o essere pragmatica.

Forse la domanda è: che aspetto ha la responsabilità nelle sfilate oggi?

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Le fashion week sono specchi: note sulla Milano Fashion Week PE26

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Creatività e nuove direzioni in tempi di incertezza


Le fashion week sono specchi. Non mostrano solo abiti, ma riflettono le tensioni, le aspirazioni e le ansie del nostro tempo. Per la stagione Primavera/Estate 26 a Milano, sono emersi temi di fuga, utilità e trasformazione, riflettendo i tentativi dell’industria di ridefinire la propria identità.

Così, dopo la nostra analisi di queste tensioni generali alla Milano Fashion Week SS26, condividiamo ora alcune note sulle collezioni che hanno definito la stagione.

Le collezioni: uno spettro di risposte

Diesel:  Glenn Martens ha superato la tradizionale passerella, organizzando una caccia al tesoro in città con look nascosti in gigantesche uova di plastica. Questa presentazione estrosa e decentralizzata ha sfidato il formato convenzionale della fashion week.

Jil Sander: l’esordio di Simone Bellotti si è concentrato sul minimalismo anni ’90. Una scelta notevolmente pulita che ha mostrato il corpo attraverso tagli ispirati a Lucio Fontana. Infatti, la maison l’ha descritta come “un equilibrio tra classicismo e modernità”.

Marras: la sfilata è stata un viaggio poetico che ha intrecciato letteratura, arte e moda. Ispirata da un soggiorno sardo immaginato per il Bloomsbury Group, le modelle hanno sfilato tra saline con libri infilati dentro. La collezione, dai colori soft e sussurrati, presentava linee fluide e morbide, oppure androgine e strutturate. Plasmando così un universo che fondeva culture.

Fendi:  la collezione ha enfatizzato la leggerezza, il colore e un’essenzialità che abbracciava sia il femminile che il maschile. Si è distinta come un dialogo concettuale e materiale. In particolare nei pezzi tessuti con più colori, che mostravano una maestria artigianale e una tecnica eccezionali.

Prada: ha offerto una proposta di abbigliamento per tempi incerti, con un accento sui colori. Il vintage può essere moderno? La risposta è stata una lezione di stile sulla sovrapposizione di volumi e colori per uniformi contemporanee. La collezione vuole essere una “risposta all’incertezza: vestiti che possono trasformarsi, cambiare e adattarsi”, concedendo a chi li indossa “autonomia” e progettati con “significato e utilità” per sopravvivere nel mondo moderno.

Moschino: il direttore creativo Adrian Appiolaza si è chiesto: “E se il valore non venisse dal costo, ma dall’andare veramente in profondità nelle idee creative?”. Ispirata dall’Arte Povera e dall’ironia nativa del brand, la collezione ha trovato preziosità in materiali umili come la iuta, sostenendo il riutilizzo, il riciclo e l’upcycling.

Dolce & Gabbana: mentre il cast de Il Diavolo veste Prada entrava in passerella, il confine tra realtà e cinema è svanito. Degne di nota le risatine di Anna Wintour che scambia sguardi con Miranda Priestley – Meryl Streep. Ma ci siamo chiesti perché un’intera collezione concentrata sul tema del pigiama, che è concetto già molto visto.

Bottega Veneta: sotto la nuova direzione creativa di Louise Trotter, il brand ha visto un forte esordio. Infatti, la Trotter ha lavorato in modo magistrale con i volumi e le texture tridimensionali intrinseche al brand, sviluppando un minimalismo ricco e sofisticato.

Versace: il brand ora è parte del Gruppo Prada. Così, Dario Vitale (ex Miu Miu) ha debuttato con una vena che ricorda Miu Miu. Colori e un mix di stampe, una sartoria audace e ammiccante per un Versace moderno ispirato agli anni ’80.

Considerazioni finali: le settimane della moda sono specchi


In conclusione, prendiamo appunti sulla Milano Fashion Week Primavera/Estate 26 in parte per noi stesse – per tracciare le correnti che modellano l’industria e capire cosa potremmo aspettarci in seguito. E sì, abbiamo intenzionalmente saltato il Gucci di Demna, perché semplicemente non ne cogliamo il senso (proprio di Demna).

L’eredità italiana di artigianato, design e qualità rimane una fonte di immenso orgoglio. Eppure, la moda non può essere considerata isolatamente. Infatti, la questione centrale non è un singolo brand o una singola sfilata; è sistemica. È il capitalismo – uno schema che si ripete in tutte le industrie a livello mondiale. Ma perché tutti lo ignorano?

Le fashion week sono specchi. La stagione Primavera/Estate 26 dimostra che la creatività non è morta: è irrequieta, in costante ricerca, a volte giocosa, a volte profonda. Eppure, dietro lo spettacolo, la moda continua a lottare con questioni di valore, responsabilità e scopo.

Finché quelle contraddizioni più profonde non saranno affrontate, ogni stagione rimarrà sia un atto di immaginazione affascinante che un duro promemoria del sistema che le contiene.

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Estetica e ansie alla Milano Fashion Week SS26

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La settimana della moda si dipana tra visioni creative, costo crescente del lusso e una crisi di rilevanza


Dedicata a uno dei suoi padri fondatori, Giorgio Armani, la Milano Fashion Week SS26 è iniziata in un clima di forti contrasti: da un lato l’estetica e le visioni creative, dall’altro le ansie crescenti del settore. Questa tensione si è formalizzata il 24 settembre. Camera Moda ha riunito i top executive della moda italiana a Casa Cipriani per difendere il futuro del Made in Italy. Figure come Luigi Maramotti (Max Mara), Renzo Rosso (OTB), Remo Ruffini (Moncler), Alfonso Dolce (Dolce & Gabbana), Gildo Zegna e Lorenzo Bertelli (Prada) si sono unite a Carlo Capasa, presidente dell’istituzione. Scopo dell’incontro: sostenere la salvaguardia della filiera nazionale attraverso creatività, sostenibilità e una regolamentazione più severa.

In effetti, i debutti di Gucci, Jil Sander, Bottega Veneta e Versace hanno generato entusiasmo. Ma questa edizione racchiude l’eredità della moda italiana insieme alle sue sfide più pressanti.

L’atmosfera è vibrante, con i buyer in cerca di una direzione e gli stilisti che si sforzano di fornirla. Eppure, sotto la superficie, l’inquietudine è palpabile. Profonda instabilità economica, nessun piano B chiaro per i dazi di Trump, convivono con l’ombra persistente dello sfruttamento del lavoro. Le indagini ancora incombono su diverse case del lusso.

“Abbiamo un know-how immenso che risale a molto tempo fa e vogliamo difendere ciò che i nostri predecessori hanno costruito”, ha sottolineato Gildo Zegna. Indicando anche la necessità di controllare la produzione in mercati volatili. Renzo Rosso, nel frattempo, ha ribadito i pilastri di OTB: “creatività, sostenibilità e tecnologia”. Avvertendo inoltre che senza creatività, “un prodotto non è altro che un oggetto”.

Ma c’è anche tensione nella narrazione. Rosso invoca ottimismo, arrivando persino ad avvertire che “la negatività influisce sul traffico nei negozi”. Mentre Lorenzo Bertelli ha identificato nella disuguaglianza la minaccia più grande per il settore. Secondo Luigi Maramotti, “il consumatore è confuso” in un mondo dove gli sforzi di sostenibilità dell’Europa sono minati da standard divergenti altrove.

Le contraddizioni sono profonde. Carlo Capasa ha difeso il settore dalle accuse di illegalità diffusa. In particolare, ha citato i dati Istat che suggeriscono che circa il 2-3% della produzione coinvolge lavoro irregolare. Tuttavia, ha riconosciuto che è necessaria una nuova legislazione per regolamentare e proteggere la filiera. Questa è “la base per salvare il settore”.

Eppure, un’ammissione particolarmente forte rimane. Tempo fa, Miuccia Prada disse:

“La moda è per quando non si hanno problemi. Nel momento in cui qualcuno ha un problema di salute o c’è una guerra in corso, la moda non è sicuramente rilevante”.

Quella prospettiva si scontra con l’insistenza del settore sull’ottimismo come strategia di sopravvivenza. In un mondo segnato dalla guerra in Ucraina e dal genocidio a Gaza, l’invito della moda a “rimanere positivi” rischia di suonare disconnesso. In questo contesto, che sia NY, Londra, Milano o Parigi, siamo tutti sulla stessa barca.

Le sfilate continuano, tra estetica e ansie. Ma la domanda fondamentale rimane: qual è la responsabilità della moda davanti a una crisi di rilevanza, disuguaglianza e valore riconosciuta dai suoi stessi leader?

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