Valentino Bags Lab indagata dal Tribunale di Milano

Reading Time: 4 minutes

Subappalti: un sistema di filiera costruito sulla negazione


Valentino è l’ultimo marchio finito sotto la lente del Tribunale di Milano.
Precisamente, Valentino Bags Lab Srl – una controllata della maison romana che produce borse e articoli da viaggio – è indagata per aver subappaltato la produzione a laboratori cinesi che avrebbero sfruttato i lavoratori.

Secondo un decreto di 30 pagine riportato da Reuters, i giudici delle misure preventive hanno nominato un amministratore giudiziario per un anno alla società d’investimento di Mayhoola (la holding del Qatar che controlla Valentino), per non aver garantito “adeguati controlli sulle condizioni di lavoro o sulle capacità tecniche dei fornitori”.

Il Nucleo Carabinieri Ispettorato del Lavoro di Milano ha ispezionato sette fabbriche subappaltatrici di proprietà cinese alla periferia della città, impegnate nella produzione di borse Valentino. Sono stati individuati 67 lavoratori, di cui sette non dichiarati e tre privi di documenti. Il rapporto dei Carabinieri descrive condizioni di sfruttamento: salari inferiori al minimo, orari di lavoro eccessivi, ambienti non sicuri e dormitori illegali con gravi carenze igieniche.

Questa è la quarta indagine che scuote l’industria del lusso, dopo i casi di Alviero Martini SpA, Giorgio Armani Operations e Manufactures Dior – tutti successivamente revocati.

Subappalti: un sistema di filiera costruito sulla negazione


Il sistema dei subappalti a basso costo non è guidato solo dai grandi marchi che puntano a massimizzare i margini di profitto, anche i produttori operano secondo la stessa logica. È una pratica nota e diffusa nell’intero settore: tutti la conoscono, ma fingono che non esista. Tutti scaricano le responsabilità. Nessuno sembra mai sapere nulla.

Per aumentare i profitti, i brand impongono costi di produzione sempre più bassi. A loro volta, i produttori devono preservare i propri margini, e quindi esternalizzano a terze parti. Ne derivano catene di subappalti sempre più estese e opache, spesso senza alcun controllo. La produzione viene esternalizzata e i marchi rinunciano al controllo delle proprie filiere – volontariamente o per “costruzione”.

Oltre la moda: un sintomo del capitalismo


Il sistema dei subappalti – soprattutto quelli a basso costo e opachi – non è esclusivo dell’industria della moda. È il sintomo di una dinamica capitalista più ampia, fondata su estrazione, sfruttamento e opacità sistemica. In particolare:

1. Una pratica tipica del capitalismo estrattivo
Si basa su un modello in cui la massimizzazione del profitto supera ogni altra priorità: trasparenza, diritti dei lavoratori, responsabilità ambientale. Il subappalto consente alle aziende di:

  • Ridurre la responsabilità diretta
  • Tagliare i costi
  • Evitare regolamentazioni o sindacati
  • Rivendicare l’ignoranza in caso di abusi esposti (la cosiddetta “plausible deniability”)

Questa logica è diffusa in settori come edilizia, elettronica, agricoltura, logistica e ovviamente moda. Ovunque il lavoro possa essere spostato dove costa meno ed è meno tutelato.

2. Un fenomeno amplificato nella moda
La moda incarna perfettamente questo sistema per vari motivi:

  • I cicli stagionali rapidi e la domanda costante di novità impongono produzioni sempre più veloci ed economiche.
  • Le filiere globali, frammentate e complesse rendono difficile la tracciabilità.
  • I modelli di business basati sul brand fanno sì che i marchi spesso non possiedano le fabbriche da cui dipendono, distanziandosi così dalle condizioni di lavoro.
  • Il marketing prevale sulla manifattura: i marchi investono più in immagine e narrazione che nel garantire dove e come vengono prodotti i loro articoli.

Dunque, anche se la moda non ha inventato questo sistema, lo amplifica – diventando una delle espressioni più evidenti della coscienza esternalizzata del capitalismo.

Considerazioni finali


Valentino è solo l’ultimo di una lunga lista di grandi marchi coinvolti in una rete di sfruttamento. Ma il problema non è un singolo brand: è il sistema stesso.

Lo scandalo in corso mina la narrazione accuratamente costruita dell’industria del lusso. I prezzi elevati sono in parte giustificati dalla promessa del Made in Italy: artigianalità, qualità, produzione etica. Ora, questa promessa risuona vuota. La crescente popolarità su TikTok di video-denuncia sulle borse di lusso “Made in China” riflette una disillusione più ampia.
La gente si sta svegliando di fronte al divario tra racconto e realtà.

Non si tratta di poche mele marce. Si tratta di un albero malato.

Valentino Bags Lab indagata dal Tribunale di Milano Leggi tutto »

Gaza: 15 Maggio – 77 Anni dalla Nakba

Reading Time: 2 minutes

Il mondo guarda mentre Israele commette un genocidio contro i palestinesi


A Gaza, assistiamo a un genocidio compiuto da Israele contro il popolo palestinese, mentre il mondo resta immobile. Pochi alzano la voce. Solo Spagna e Sudafrica hanno avuto il coraggio di agire.

Il 15 maggio segna 77 anni dalla Nakba — una catastrofe le cui conseguenze si dispiegano ancora oggi davanti ai nostri occhi. Non stiamo solo ricordando la storia; la stiamo vedendo ripetersi.
I bambini stanno morendo di fame. Le persone stanno morendo. Non possiamo restare in silenzio di fronte a tanto orrore.

Nel 1948, centinaia di migliaia di palestinesi furono costretti a fuggire dalle loro case, sfollati senza alcuna speranza di ritorno. Molti conservano ancora le chiavi di quelle abitazioni, aggrappandosi al sogno di poterci tornare un giorno.
Questo evento, ricordato ogni anno il 15 maggio, è noto come la Nakba — la catastrofe.

Oggi, 77 anni dopo, la storia si ripete.

Migliaia di persone nella Striscia di Gaza occupata sono state ancora una volta costrette ad abbandonare le proprie case — la maggior parte delle quali distrutte dai bombardamenti israeliani. In Cisgiordania occupata, gli sgomberi forzati da parte delle forze israeliane e dei coloni continuano, come documentato in No Other Land, un film potente che getta luce sulla vita a Masafer Yatta.

Recenti dichiarazioni allarmanti da parte di funzionari israeliani sembrano confermare un’intenzione chiara: occupare Gaza e deportare forzatamente la popolazione palestinese.

Gaza: il silenzio è complicità


Amnesty International ha già denunciato questi atti come genocidio e ha protestato a Roma contro il silenzio del governo italiano.

Il termine “genocidio”, secondo la definizione delle Nazioni Unite, si riferisce ad atti commessi con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso.
Il Sudafrica ha formalmente accusato Israele di genocidio, sostenuto da prove estese. Non c’è ambiguità — si tratta del crimine più grave secondo il diritto internazionale.

Durante l’Eurovision 2025, la televisione spagnola ha ignorato il veto e ha lanciato un messaggio di solidarietà con Gaza:

“Quando i diritti umani sono in gioco, il silenzio non è un’opzione. Pace e giustizia per la Palestina.”

Sì, la Spagna ha ragione: il silenzio è complicità.

Riguarda il video che abbiamo condiviso nel 2023 del Dr. Gabor Maté — è ancora estremamente attuale.

Gaza: 15 Maggio – 77 Anni dalla Nakba Leggi tutto »

Un capo, una storia: i Painter Pants di Meagratia

Reading Time: 3 minutes

Friday feeling: grezzi, eleganti, un po’ selvaggi. Per chi si ribella costruendo il proprio mondo


Painter Pants di Meagratia non sono semplicemente pantaloni: sono un manifesto su tela. Realizzati con precisione giapponese, rifiutano ogni conformismo. Come una poesia di Patti Smith o una linea di basso di David Bowie.
In un’epoca devastata del fast fashion, il loro design accurato è un atto di ribellione senza tempo – per chi crede che l’abbigliamento debba liberare, non costringere il corpo. No gender, niente stagioni, niente regole – solo workwear puro e spontaneo.

immagine de i Painter Pants di Meagratia in robusto canvas bianco, bbinati con la right Slit tee di Ujoh in color celadon. Sfondo muro bianco con tre piccolo quadri in altro, una pianta verde in un vaso antico sulla destra, e fiori bianci e rossi con foglie verdi  a sinistra.
The Painter Pants by Meagratia

La poesia della libertà: spirito creativo, funzionale, senza stagione


Il buon design non è una tendenza. È una rivendicazione. I Painter Pants sono il lato B del denim: meno ovvi, più magnetici – come quell’album che solo i veri intenditori sanno amare.

  • La tonalità avorio: non è bianco, ma una tela per lo stile della tua vita – segnata da gesti che diventano parte della tua storia. Una pagina vissuta – il colore del gesso fresco e della seta ben viaggiata. Macchie e sbavature d’inchiostro non rovinano, ma arricchiscono il racconto.
  • Le tasche profonde: come la cartella di un artista, pronte a custodire ciò che conta: le mani, le chiavi, il peso delle idee non dette.
  • Il laccio in raso si adatta alla tua forma – e non il contrario. Una resa all’individualità, in un mondo fatto di taglie rigide.
  • La fibbia posteriore non è un dettaglio dimenticato, ma un manifesto tattile: la possibilità di regolazione è potere.
  • La gamba ampia? Non è eccesso, è spazio per respirare. Per un corpo in movimento.

Indossali come arte


Questi pantaloni si muovono con te – un tributo all’arte del corpo in azione, come le Anthropométries di Yves Klein. Il tessuto avorio richiama i suoi fondali monocromi, pronti a essere segnati dalla vita – non macchie, ma tracce di un’esistenza pienamente vissuta. Gesti fugaci, segni discreti, poesia del movimento.

  • Per l’incontro delle 9: orlo risvoltato alla caviglia, blusa squadrata – architettonico, intenzionale.
  • Per una corsa in bici: risvoltati in vita, felpa annodata sui fianchi – improvvisato, disinvolto.
  • Per una maratona in studio: t-shirt basica sotto un blazer, tasche cariche di matite – la tua uniforme per ciò che conta davvero.

Per i modern humans che non consumano, ma selezionano. Il cui guardaroba è una biblioteca di preferiti vissuti, ogni pezzo un capitolo della propria storia.

🖤 I Painter Pants
Disponibilità limitata. Perché la ribellione non si produce in massa.
Questi pantaloni non sono per tutti – sono per chi sa che lo stile vero è senza tempo e senza genere.

Prenota i tuoi: DM @suite123 | WhatsApp | e-mail
Disponibili su appuntamento a Milano. Oppure attraverso il tuoi dispositivi. Spediamo ovunque.

P.S. Chiedici info sulle taglie. (Suggerimento: sono i pantaloni ad adattarsi a te, non il contrario.)

Un capo, una storia: i Painter Pants di Meagratia Leggi tutto »

Donne nell’industria della moda: calo dell’1,2% nei ruoli dirigenziali prova l’esclusione sistemica

Reading Time: 4 minutes

La moda non è un lavoro per donne: l’Italia sta perdendo leader femminili nel settore


La narrazione sulle donne nell’industria della moda è sempre stata un paradosso: un settore trainato dalle donne, ma guidato dagli uomini. I nuovi dati rivelano un calo dell’1,2% nella rappresentanza femminile nei ruoli dirigenziali del settore moda in Italia. Non è solo una statistica: è la prova che la moda non è un lavoro per donne nei ruoli decisionali.

Le donne restano emarginate non solo nei ruoli di direttore creativo – dove sono ancora una netta minoranza – ma in tutte le posizioni di comando. La disuguaglianza di genere è innegabile.

Il quadro generale: la leadership femminile si riduce


Nonostante cinque anni di progressi, la rappresentanza femminile nei ruoli apicali aziendali è diminuita. Il report Women and Fashion: The 2024 Barometer (un osservatorio promosso da PwC Italia in collaborazione con Il Foglio della Moda) mostra che meno di una posizione dirigenziale su tre nel fashion italiano è occupata da donne. (Pambianco).

La quinta edizione dello studio ha esaminato la presenza femminile lungo l’intera filiera moda, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo, su un campione di 106 aziende associate alla Camera Nazionale della Moda Italiana (CNMI). Nel 2024, le donne ricoprivano il 30,6% dei ruoli di governo, in calo rispetto al 30,9% del 2023.

Il paradosso della forza lavoro: donne in basso, uomini in alto


I numeri diventano ancora più preoccupanti a livello di consiglio di amministrazione, dove la percentuale scende ulteriormente: solo il 25,8% di rappresentanza femminile nel 2024, contro il 27% dell’anno precedente – un calo di 1,2 punti percentuali. Guardando al passaggio dal 2023 al 2024, i dati evidenziano una tendenza allarmante.

Ma scendendo lungo la piramide del settore verso la forza lavoro più ampia, la rappresentanza femminile è ben più evidente. Nel 2023, le donne costituivano il 59,3% dell’occupazione totale nei settori tessile e abbigliamento. Per quanto riguarda i ruoli, la concentrazione più alta di donne si trova tra gli impiegati amministrativi, dove rappresentano il 59,1%. Nel solo settore dell’abbigliamento, la percentuale sale al 73,8%. Le donne rappresentano inoltre il 45,7% dei lavoratori nel tessile e il 64,3% nell’abbigliamento.

Tuttavia, la loro presenza cala drasticamente nei ruoli esecutivi e manageriali.

Nel settore delle concerie e degli accessori, le donne costituiscono il 49,6% degli occupati. Di queste, il 70,5% svolge ruoli operativi, il 27,5% ruoli amministrativi, e solo il 2% ruoli dirigenziali.

L’eccezione (PMI) contro la regola (grandi marchi)


Ci sono però segnali incoraggianti dal mondo delle PMI. Nelle piccole e medie imprese – spesso a conduzione familiare – quasi tre CEO su quattro sono donne. Le aziende a gestione familiare sfuggono alla regola, ma nei grandi brand della moda, la leadership maschile rimane la norma.

Quanto ai settori in cui le donne occupano ruoli manageriali, si concentrano soprattutto in produzione (19%), amministrazione e contabilità (16%), design (12%) e vendite (10%).

Donne nell’industria della moda: il divario nei ruoli creativi


Anche nei ruoli creativi—dove si presume che l’influenza femminile sia forte – gli uomini dominano la scena. Uno studio condotto dal British Fashion Council (BFC) ha rilevato che solo il 14% dei direttori creativi nei brand di lusso in Europa e Nord America sono donne, con una rappresentanza ancora più bassa per le minoranze.
Solo l’1% di questi ruoli è ricoperto da persone provenienti da gruppi minoritari. In particolare, le donne nere sono quasi assenti, evidenziando la necessità di una maggiore diversificazione.

Questo significa che, nonostante le donne siano grandi consumatrici di moda di lusso, le loro voci restano sottorappresentate ai vertici creativi.

Considerazioni finali: la moda non è un lavoro per donne


I numeri non mentono: la moda non è un lavoro per donne. Almeno, non ai vertici.

Il fashion gender gap italiano non solo persiste – si sta ampliando. Un calo dell’1,2% nella rappresentanza femminile nei ruoli dirigenziali può sembrare minimo, ma è il sintomo di un problema ben più profondo: un’industria costruita sul lavoro delle donne che continua a negare loro il potere.

Perché?

  • Alla base, le donne dominano la forza lavoro (59,3%).
  • Nei board, sono una minoranza sempre più ristretta (25,8%).


Il risultato? La leadership nella moda resta un mondo maschile – anche se dietro ogni singola cucitura ci sono le mani delle donne.

Si dovrebbero imporre quote di genere? E perché tanti brand continuano a equiparare il genio creativo o la capacità gestionale alla mascolinità? Il settore ha un problema culturale di base?

Questi numeri non chiedono solo discussione, chiedono responsabilità.
Il settore finalmente ascolterà?

Donne nell’industria della moda: calo dell’1,2% nei ruoli dirigenziali prova l’esclusione sistemica Leggi tutto »

Tamborini (Confindustria Moda) al Luxury Summit: “All’Italia manca una politica industriale”

Reading Time: 3 minutes

Confindustria Moda e sindacati uniti a sostegno dell’industria della moda


Sergio Tamborini, presidente di Confindustria Moda – Federazione Tessile e Moda, è intervenuto al Luxury Summit de Il Sole 24 Ore dopo la firma del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro 2024–2027, avvenuta il 6 maggio. Le sue parole sono state un’ammissione di fallimento sistemico e un appello all’azione.

La crisi: “Siamo al quarto semestre negativo”


“Siamo al quarto semestre negativo consecutivo, non solo nel tessile e nell’abbigliamento, ma in tutto il settore moda, compresa la pelletteria, che è sotto forte pressione.”

Tamborini non ha usato mezzi termini: i settori tessile, abbigliamento e pelletteria sono sotto forti pressioni, senza alcun sollievo all’orizzonte. Ma il vero problema non è solo un calo ciclico: è un abbandono strutturale.

L’attore mancante: la politica


Tamborini ha sottolineato che il contratto non è stato frutto di una trattativa conflittuale:
“Non abbiamo firmato questo contratto da due lati opposti del tavolo. Per la prima volta, imprese e sindacati si sono trovati dalla stessa parte, perché manca un attore fondamentale la politica.”

Ha aggiunto:
Il Paese non ha una politica industriale, e non solo per questo settore: ci sono anche tematiche trasversali come l’energia.”

“Abbiamo capito chiaramente che la politica non è in grado di gestire questa situazione, perché non ha compreso questo settore. Forse perché ha parlato troppo a bassa voce per troppo tempo, a causa della sua frammentazione, visto che mancavano aziende leader capaci di rappresentare tutto il comparto, come la Fiat per l’automotive.”

Il settore moda italiano non ha un campione come la Fiat in grado di farsi ascoltare. Il risultato? Un governo che non ha capito il comparto, lasciandolo esposto a crisi energetiche, crolli nella supply chain e alla concorrenza globale.

L’allarme: “Rischiamo il buio totale”


Tamborini ha citato un recente blackout in Spagna come metafora di un possibile collasso sistemico. Quando si spezzano i legami chiave, tutto il sistema sprofonda nel buio. La filiera della moda italiana, frammentata e sottovalutata, rischia lo stesso destino.

“Come abbiamo visto con il blackout in Spagna, con queste reti interconnesse, quando si perdono i momenti di connessione, allora c’è il buio totale. E noi stiamo rischiando una condizione simile: se perdiamo pezzi della filiera, rischiamo di perdere l’intera filiera.”

La strategia: sindacati come alleati inattesi

Con l’assenza della politica, Tamborini ha annunciato un’alleanza senza precedenti: Confindustria Moda e i sindacati redigeranno una propria politica industriale da “presentare al governo”. Una ribellione strategica, o semplicemente il tentativo di colmare un vuoto politico?

Riflessione finale: l’ironia del “Made in Italy”


Tamborini ha espresso una frustrazione evidente: mentre i leader italiani celebrano le fashion week, ignorano la spina dorsale del settore. L’ironia? Un comparto che alimenta l’orgoglio nazionale sopravvive non grazie alla politica, ma nonostante essa.

“È bello andare alle sfilate. Ma poi bisogna rendersi conto che ci sono 600.000 persone impiegate in un settore che rappresenta la seconda base manifatturiera del Paese. Genera il 60% delle esportazioni e un saldo commerciale di 30 miliardi di euro. Noi non siamo riusciti a dirlo — ma loro non l’hanno capito.”

Esatto. Quando si spengono le luci sulla manifattura, anche le passerelle più brillanti finiscono nell’ombra.

Domanda ai lettori: La moda italiana riuscirà a sopravvivere all’indifferenza del governo? Oppure servirà un crollo totale per innescare il cambiamento?

Tamborini (Confindustria Moda) al Luxury Summit: “All’Italia manca una politica industriale” Leggi tutto »