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British Fashion Council cambia rotta: la LFW di giugno si sposta a Parigi mentre i brand cercano riflettori globali

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Londra fa un passo indietro, Parigi avanza: la scommessa del BFC rivela il crescente divario di potere nella moda


Il British Fashion Council (BFC) cambia strategia: salterà la London Fashion Week di giugno, scegliendo di esporre i designer di moda maschile a Parigi durante l’evento della capitale francese. Questa mossa, presentata come un’”evoluzione strategica”, sottolinea la crescente pressione sulle città diverse da Parigi per giustificare sfilate autonome in un’epoca di instabilità. Epoca in cui buyer e media privilegiano sempre meno eventi, ma di maggiore impatto.

Il BFC enfatizza i vantaggi – tra cui uno spazio dedicato, London Show Rooms (LSR), a Parigi per i designer emergenti. Tuttavia, i critici avvertono che rinunciare al calendario di giugno rischia di erodere la reputazione di Londra come culla dell’innovazione. La decisione riflette tendenze più ampie: l’ascesa delle collezioni unisex, le pressioni sui budget e l’attrazione gravitazionale di Parigi, dove persino i talenti britannici si riversano per ottenere visibilità.

L’effetto Parigi


“La Brexit ha rubato la scena alla London Fashion Week – regalandola a Parigi”, titolava di recente Politico. Questa profezia ora suona più forte che mai. La Paris Fashion Week, già polo d’attrazione per designer globali, offre ciò che Londra fatica a garantire. Cioè, densità di buyer, prestigio e un percorso diretto verso il successo commerciale.

“In realtà, c’è sempre stato un dialogo creativo tra Parigi e Londra. Ma dopo il Covid e la Brexit, mantenerlo vivo è diventato più difficile”, ha dichiarato Serge Carreira della Fédération de la Haute Couture et de la Mode. “Londra è una scena di rivelazioni, dove si piantano radici creative. Mentre Parigi è la destinazione una volta che il brand è affermato, per raggiungere un pubblico globale. Questa dinamica non è nuova, ma oggi Parigi come passo successivo nella carriera di un designer britannico sembra una mossa più amplificata.”

Il compromesso per i designer emergenti


L’iniziativa LSR del BFC a Parigi garantisce ai designer emergenti l’accesso a buyer importanti – ma a quale prezzo? L’identità di Londra come culla della sperimentazione avanguardista viene sempre più marginalizzata. Con la PFW che vanta oltre 100 sfilate in nove giorni e il calendario londinese che si riduce, la capitale rischia di diventare un sistema di alimentazione anziché un rivale.

Eppure, si intravedono segni di ribellione. Brand britannici fuori calendario come Corteiz potrebbero indicare una nuova generazione che rifiuta lo spettacolo delle sfilate tradizionali, preferendo drop creativi, capsule a edizione limitata e collaborazioni. Mettendo in discussione il sistema stesso della moda.

Questo accenna a un futuro alternativo: un’altra avanguardia sta emergendo, una che rifiuta del tutto il vecchio sistema.

Futuri alternativi


Alcuni dei momenti più interessanti della London Fashion Week non sono arrivati dalle passerelle principali. Invece, sono arrivati da presentazioni più piccole e fuori programma. Questi contesti intimi – meno legati allo splash commerciale, più all’espressione autentica – sono apparsi sia innovativi che radicati nella realtà.

Forse è questo il vero cambiamento da osservare. In un’epoca di ansia climatica e instabilità economica, la prossima generazione di designer potrebbe non aspirare più a realizzare sfilate iper-costose piene di outfit infiniti. Potrebbero invece scegliere connessioni significative, processi più lenti e un design sostenibile.

British fashion Council cambia rotta: un monito per New York?


Le difficoltà di Londra rispecchiano quelle di New York: entrambe rischiano di diventare satelliti di Parigi e Milano. Se persino i talenti britannici, cresciuti in istituzioni come Central Saint Martins, abbandonano le sfilate nazionali, che speranza resta per città senza quel patrimonio?

Considerazioni finali: business prima della romanticheria


In conclusione, il British Fashion Council cambia rotta. La decisione di spostare la LFW di giugno a Parigi è una scommessa business-first. Una puntata sulla sopravvivenza che privilegia la portata globale rispetto alla tradizione. Dunque, un tentativo di rimanere rilevanti in un mercato che premia sempre più la concentrazione del potere e delle risorse.

Ma mentre Parigi consolida il suo dominio, Londra affronta una domanda esistenziale. Ossia, può rimanere una capitale creativa in un sistema che privilegia sempre più gli aspetti commerciali rispetto alla sperimentazione?

È una resa al dominio di Parigi, sì, ma anche un referendum su un questito fondamentale: se la creatività da sola possa sostenere una capitale della moda oggi.

La risposta potrebbe trovarsi fuori calendario – nelle presentazioni intime, nel design eco-consapevole e nei disruptor, brand che non hanno paura di rompere gli schemi.

In definitiva, il futuro della moda non può essere solo più Parigi. Il futuro della moda appartiene a chi è abbastanza coraggioso da immaginare qualcosa di completamente diverso.

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Trump impone dazi del 20% sulle importazioni UE: l’Europa è davvero il “parassita” nella sua guerra commerciale?

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I temuti dazi sono arrivati: ma chi paga davvero il conto?


Il colpo è arrivato: Donald Trump impone dazi del 20% sulle importazioni europee, definendo l’UE ‘amici che ci hanno rubato soldi’.

“L’Unione Europea, i nostri amici, ci ha rubato soldi”, ha dichiarato Donald Trump ieri sera, annunciando dazi punitivi fino al 20% sui prodotti europei (Politico).
Grazie mille, Donald. E noi che credevamo di essere alleati, quando in realtà siamo solo una banda di borseggiatori in scarpe Prada.

Trump impone dazi del 20% – La matematica della miseria


Chi paga? Tu. Tutti noi.

I consumatori – sì, anche quelli americani – vedranno i prezzi salire. Gli analisti prevedono rincari generalizzati, dalla pelletteria italiana alle scarpe da ginnastica vietnamite. Ma il danno non si fermerà alle casse dei negozi. Gli esportatori perderanno quote di mercato. I lavoratori – dai tessili milanesi alle fabbriche dell’Ohio – affronteranno contratti tagliati e assunzioni bloccate L’inflazione, già alle stelle, troverà nuovi denti con cui mordere.

Questo non è protezionismo – è una punizione collettiva travestita da politica.

Nel giro di poche ore, i mercati europei sono crollati – prevedibilmente. Ma il vero spettacolo è stato il crollo del 10% di Nike, Adidas e Puma con le loro catene di approvvigionamento in Vietnam e Cina nel mirino.

Ironia della sorte: sabotare lo stesso modello di delocalizzazione che le corporation americane hanno creato.

La tempesta perfetta per la moda


L’UE si aspettava questo colpo, ma il settore moda ha comunque trattenuto il fiato. Tessuti, abbigliamento, accessori: tutti devono ora affrontare una guerra doganale che non possono permettersi.

Un settore già in ginocchio, tra inflazione, caos delle supply chain e capricci geopolitici. E ora, aggiungeteci anche il Capriccio Commerciale di Trump.

Infatti, l’industria tessile e della moda italiana si prepara a inevitabili danni collaterali.

La domanda più grande


Mentre Trump applica nuovi dazi del 20% come fossero medaglie punitive, ci chiediamo: qual è la visione qui? Qual è l’obiettivo finale? Un mondo dove il commercio è trattato come una conquista. Dove gli alleati di lunga data vengono trasformati in nemici economici. E dove i veri cattivi – secondo questa logica – non sono i miliardari che monetizzano dalle polarizzazioni, ma gli artigiani che cuciono borse? Ma per favore.

L’industria della moda europea non “ruba” – compete. I dazi di Trump non faranno magicamente rinascere il manifatturiero americano; si limiteranno a sovvenzionare la sua corsa verso il fondo.

L’etichetta “Made in USA” si basa ancora su salari da fame e sfruttamento dei migranti – ma certo, facciamo finta che il problema sia l’Europa.

Questo non è protezionismo – è masochismo economico con una spilletta a forma di bandiera sul bavero.

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Dialogare con l’arte – Esperienza estetica, riserva cognitiva e interazione sociale

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Evento conclusivo della serie “Preserving the Brain” alla Fondazione Prada


Lunedì 31, abbiamo partecipato a Dialogare con l’arte – Esperienza estetica, riserva cognitiva e interazione sociale, l’ultimo appuntamento di Preserving the Brain: A Call to Action. Questa serie, esplorando l’intersezione tra arte e scienza, ha offerto un’analisi avvincente delle arti – visive, musicali, teatrali e coreutiche. E non solo attraverso una lente scientifica ma anche nel contesto dell’inclusività nelle istituzioni culturali contemporanee.

Tra i relatori:

  • Letizia Leocani, neuroscienziata e professoressa associata di Neurologia all’Università Vita-Salute San Raffaele
  • Rita Pezzati, psicologa, psicoterapeuta e professoressa alla SUPSI
  • Dante Carbini, attore, educatore, formatore ed esperto di respirazione
  • Michele Porcu & Mary Zurigo, ricercatori di Z.E.A. – Zone di Esplorazione Artistica e docenti alla NABA
  • Linda Montecchiani, persona con sclerosi multipla e presidente di Avvicin’Arti

L’incontro faceva parte di Talks Among Friends, una serie di dibattiti organizzata da Miart (la fiera internazionale d’arte moderna e contemporanea di Milano) in collaborazione con cinque istituzioni milanesi. Ispirato all’eredità di Robert Rauschenberg, il programma ha celebrato apertura, interdisciplinarità e collaborazione.

Perché un brand del lusso si interessa alle malattie degenerative?


Una domanda diretta a Prada ha trovato risposta nelle parole di Cornelia Mattiacci, curatrice della Fondazione Prada: i brand esistono dentro la cultura, e la cultura è plasmata da discipline e prospettive diverse. Un brand non solo incarna valori culturali, ma ne ha anche la responsabilità. In effeti, usare la moda come veicolo di un discorso significativo è un approccio che sosteniamo con convinzione.

Preserving the Brain: Dialogare con l’arte


Il dibattito ha esplorato come l’esperienza estetica si intersechi con le neuroscienze, fungendo sia da oggetto di studio che da strumento terapeutico per le malattie neurodegenerative. Temi chiave includevano il declino cognitivo (patologico e legato all’età), la neuroplasticità e la riserva cognitiva. Quest’ultima evidenziata come un ambito in cui salute mentale, partecipazione culturale e interazione sociale giocano un ruolo cruciale.

“Il nostro cervello funziona sul principio del ‘use-it-or-lose-it’”, ha spiegato Letizia Leocani. Quindi, per preservare la riserva cognitiva, quattro fattori sono essenziali:

  1. Istruzione – L’apprendimento continuo rafforza la resilienza neurale.
  2. Relazioni sociali – Il confronto con gli altri rinforza le connessioni cognitive.
  3. Attività fisica e mentale – Movimento e stimolazione mentale contribuiscono alla salute cerebrale.
  4. Proposito occupazionale – Avere un obiettivo o una direzione mantiene l’agilità mentale.

Il momento indelebile: Dante Carbini


Un’osservazione forte è emersa riguardo alla demenza: chi ne è affetto spesso vive in uno stato di allerta costante.

Ma il momento più impressionante è arrivato da Dante Carbini, attore, educatore ad esperto di respiro. Precisamente, ci ha fatto toccare con mano la tensione attraverso un semplice esperimento di pedagogia teatrale.

“Scelgo qualcuno dal pubblico”, ha annunciato, muovendosi tra i sedili. La sala si è irrigidita; gli ospiti hanno distolto lo sguardo, trattenendo il fiato. Tornato al centro del palco, ha chiesto: “Avete notato cosa è successo? Appena ho iniziato a camminare tra voi, molti hanno istintivamente evitato il mio sguardo, sperando di non essere scelti. Avete trattenuto il respiro. Quella è tensione.”

Ha concluso con una riflessione potente: “Quando proviamo emozioni che non vogliamo sentire, tratteniamo il respiro.”

Questa è stata la lezione indelebile che ci siamo portati via.

Dialogare con l’arte – Considerazioni finali


Parole come arte, bellezza, benessere, sintonia e condivisione sono ricorrenti emerse. Ma è stata la condivisione a risuonare più profondamente. Vivere un’esperienza insieme, in sincronia, approfondisce l’apprendimento e amplifica l’impatto di questi incontri.

A proposito, ci ha ricordato le parole di Thich Nhat Hanh: “

Non possiamo esistere da soli. Dobbiamo ‘inter-essere’ con ogni altra cosa.”

L’evento Dialogare con l’arte – Esperienza estetica, riserva cognitiva e interazione sociale si è chiuso con una sessione di Q&A coinvolgente, incarnando lo spirito di una vera talk among friends. Un finale perfetto per la serie Preserving the Brain della Fondazione Prada.

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Abbigliamento skin-kind: capi gentili sulla pelle

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Comfortable fashion o solo l’ultimo slogan di marketing?


“Skin-kind” – abbigliamento pensato per essere delicato sulla pelle – sembra l’ultimo termine di tendenza nel mondo della moda. Promette fibre naturali, comfort e benessere cutaneo. Ma in realtà, non è nulla di nuovo. Peggio ancora, rischia di ridurre decenni di design ponderato a una moda passeggera.

Se il “clean beauty” ha già trasformato il wellness in merce, come nota Business of Fashion, allora la “clean fashion” è la prossima a riproporre principi di vecchia data come se fossero rivoluzionari.

Eppure, molto prima di oggi, alcuni brand realizzavano già capi con materiali studiati per essere gradevoli sulla pelle, vestiti piacevoli da indossare. Decenni prima. Allora perché adesso sembra una novità? Perché la moda vive di reinvenzione, anche quando si tratta solo di riscaldare vecchie idee. Quindi, non è innovazione: è solo acqua calda, rimessa in bottiglia.

Comfortable fashion: un approccio consapevole alla moda


Dalla pandemia, le nostre priorità si sono affinate: meno brand, più designer indipendenti, e una maggiore attenzione a ciò che conta davvero – design di qualità, artigianalità, lavoro etico e un’impronta più leggera sul pianeta. E sì, questo include anche i tessuti. Non tessuti qualunque, ma quelli che sentiamo giusti: quelli che dimentichi di indossare, che ti fanno sentire a tuo agio nella tua pelle.

Nella nostra selezione trovi il cotone più pregiato, jersey così delicati che accarezzano la pelle, e capi intramontabili il cui prezzo riflette il vero valore, non il clamore.

Le descrizioni parlano chiaro:

Ma le parole non sostituiscono l’esperienza. Devi sentire la differenza – perché nessuna foto può trasmettere la sensazione di un tessuto sulla pelle. E nessun marketing può nascondere una qualità scadente.

Lo sappiamo: i prezzi bassi possono essere allettanti. Ma la qualità non è solo un costo, è un valore. Un design consapevole significa tessuti scelti con cura, un lavoro pensato per durare. I capi realizzati con materiali di qualità non sono una spesa, sono una scelta. Una scelta per un comfort che resiste, per un design che rispetta il corpo.

Ed è proprio questo il problema. Alcuni brand – soprattutto giapponesi – hanno impiegato anni a perfezionare tessuti pensati per il comfort di chi li indossa. Ora, “skin-kind” rischia di banalizzare quel lavoro, trasformando decenni di dedizione silenziosa in un semplice hashtag.

Considerazioni finali: abbigliamento skin-kind – capi pensati per il piacere di essere indossati


L’abbigliamento “skin-kind” – capi morbidi sulla pelle – o “clean fashion,” o comfortable fashion, non dovrebbero essere una moda. Sono parte della cura che i designer mettono nel loro lavoro; parte della nostra ricerca; parte di ciò di cui abbiamo bisogno e che desideriamo.

Basta con gli slogan. Il design consapevole è sempre stato qualcosa di più delle etichette: è intenzione, integrità, ciò che dura davvero.

E questo non è nulla di nuovo.
La scelta, come sempre, è meno – ma meglio.

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Giancarlo Giammetti: il verdetto definitivo sui direttori creativi

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Il co-fondatore di Valentino dichiara: “Lo stile va difeso come la libertà”


Al festival Forme di Roma – una celebrazione delle accademie di moda – Giancarlo Giammetti ha pronunciato quelle che potrebbero essere considerate le sue parole definitive sui direttori creativi. Tra ricordi dell’epoca d’oro di Valentino e moniti sull’industria odierna, una dichiarazione è risuonata come un grido di battaglia:

“Lo stile va difeso come la libertà.”


Il co-fondatore di Valentino è stato l’ospite d’onore del terzo incontro di Forme – Prospettive su Moda, Arte e Creatività, tenutosi il 21 e 22 marzo nell’iconico complesso Nuvola di Massimiliano Fuksas. In dialogo con Barbara Modesti, caporedattrice moda di Tg1, davanti a una platea di studenti, Giammetti ha intrecciato la sua storia personale in una lezione magistrale sui valori mutevoli della moda.

La bellezza come forma di resistenza radicale


“La vera bellezza va oltre l’estetica”, ha affermato Giammetti. “Per me e Valentino, oggi rappresenta pace e serenità.” Questa filosofia guida la loro Fondazione PM23 a Roma, in Piazza Mignanelli 23, dove moda e arte si incontrano con un preciso scopo: “Rendiamo omaggio a ciò che è sempre stato: creare bellezza attraverso l’arte e la moda.”

L’arte perduta della libertà creativa


Il suo consiglio ai giovani designer è stato netto: “Create ciò che amate. Credete in ciò che fate, nel vostro stile, e cercate di affermarlo – anche se i tempi sono cambiati.” Il confronto con le difficoltà iniziali sue e di Valentino era inevitabile: “Valentino ed io eravamo due ventenni che si sono uniti, affrontando mille ostacoli. Oggi, i tempi impongono logiche commerciali, e i designer non sono più liberi di creare. Il sistema esige valori economici. Ma i veri valori sono quelli legati alla solitudine, alla libertà e alla bellezza.”

Inoltre, ha ricordato l’illuminazione di Valentino a Barcellona: “Donne spagnole in rosso all’opera, fiori cremisi ovunque – quello divenne il suo rosso. Non un Pantone, ma sangue e passione resi visibili.”

Creatività, non algoritmi


Giammetti è stato pungente nel descrivere il declino digitale della moda: “Cenavamo con Warhol; Valentino dedicava collezioni a Basquiat. L’arte è sempre stata fondamentale per lui.”
E oggi? I designer creano per la fame di Instagram, non per la vita delle donne. “Non avevamo bisogno di fare scalpore in passerella o di mandare messaggi. Oggi, con i social, sembra che i designer facciano abiti più per le foto online che per le donne.“

Pur lodando il talento in sala, ha lanciato un avvertimento: “Difendete il vostro stile. Oggi i direttori creativi si piegano alle volontà aziendali – l’epoca di Valentino, quella con atelier di quattro persone, è finita.”

Eredità vs. hype: Giancarlo Giammetti – il verdetto definitivo sui direttori creativi


Poi è arrivata la sua critica più tagliente, pronunciando il verdetto definitivo sui direttori creativi:

“Il rapporto tra heritage di un brand e il strategia aziendale deve essere rispettato dai creativi. Non si tratta di copiare l’archivio, ma neanche di trasformarlo in una buffonata.”


Un chiaro riferimento, non detto ma palpabile, al passato di Alessandro Michele a Valentino.

Giancarlo Giammetti: sostegno ai giovani creativi


Quando gli è stato chiesto un aneddoto preferito, Giammetti ha risposto: “Eravamo in visita dalla Regina Elisabetta, e Valentino disse: ‘Vostra Maestà, posso presentarle il mio assistente?’ Stavo morendo.”
La platea è scoppiata a ridere – e poi in un applauso scrosciante – quando ha confermato la missione della Fondazione Garavani: “Sostenere i giovani creativi.”

Considerazioni finali


A Forme – Prospettive su Moda, Arte e Creatività, Giancarlo Giammetti ha offerto una guida chiara e appassionata. Le sue riflessioni hanno racchiuso un capitolo irripetibile della storia della moda – una vera lezione per le nuove generazioni, ma anche un monito per chi ha già vissuto la giovinezza.

Il suo sostegno ai giovani è stato evidente, ma ciò che ha risuonato di più è stato il suo verdetto definitivo sui direttori creativi: rispettare l’eredità, non limitarsi a copiare l’archivio e mai trasformarlo in un circo – una saggezza di cui l’industria della moda, oggi in crisi, ha disperatamente bisogno.

In sintesi, Giammetti ha distillato sessant’anni di moda in pura dottrina:

  • Lo stile è sovranità – difendilo o lo perderai.
  • La bellezza è responsabilità – non una valuta per Instagram.
  • L’eredità non è Lego – non smontare ciò che dovresti elevare.

In un’industria che soffoca tra cambiamenti frenetici e instabilità, le sue parole hanno tracciato una rotta da seguire.

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