Frankenstein travisato: Guillermo del Toro e il colpo di coda del patriarcato
Mary Shelley: quando il genio di una donna viene ancora riscritto dagli uomini
Ho visto Frankenstein di Guillermo del Toro e mi viene da dire: travisato. Per quanto sia un film ben fatto, alla fine mi resta un forte disappunto.
Per capire il perché, torniamo all’origine.
La nascita di Frankenstein risale all’estate del 1816, un’estate fredda e buia segnata dalle ceneri di eruzioni vulcaniche. A Villa Diodati, in Svizzera, Lord Byron propose a Polidori, Percy Shelley e alla diciottenne Mary Shelley una sfida: scrivere una storia di fantasmi. Byron abbandonò presto il suo racconto, ma Mary, dopo una notte d’insonnia e discussioni su elettricità e galvanismo, ebbe una visione: un uomo chino su una creatura inanimata che si risvegliava con un sussulto. Da quell’immagine nacque un romanzo che avrebbe ridefinito il gotico, l’horror e la fantascienza, interrogando etica, creazione e paure del progresso.

Frankenstein: l’adattamento di Guillermo del Toro
Leggi un libro e ne trai quello che vuoi. Se sei un artista, un regista, racconti la storia come ti pare, l’arte è libera di esprimersi. Infatti, i film non riproducono fedelmente la trama dei libri da cui traggono ispirazione. Spoiler: i libri sono sempre meglio dei film. Non poteva essere diverso per Guillermo del Toro e la sua versione di Frankenstein. Molto bravi gli attori, interpretazioni ineccepibili. Bellissime le scenografie, i costumi e le musiche, tutti molto curati.
La prima parte del film è un ricamarci sopra a modo suo, ci sono collegamenti, ma la storia vera è ben altro. Diventa più veritiero quando parte la narrazione del mostro. Certamente, il pregio del film è di far capire a chi non ha mai aperto il libro che Frankenstein è il nome di chi l’ha creato e non della creatura. E soprattutto, che il vero mostro non è la creatura ma chi l’ha creato.
Alla fine, appare una citazione. Nel leggerla, mi sfugge il nome dell’autore.
Bella, mi dico. Non ricordo di averla letta nel libro. Infatti, non c’è.
«E così il cuore si spezzerà, ma, spezzato continuerà a vivere.»
Lord Byron, Il pellegrinaggio di Childe Harold
Ricapitolando: il regista ha fatto un film su una storia scritta da Mary Shelley, ma decide di chiudere il film stesso con una citazione di Lord Byron! WTF!
L’eredità di Mary Shelley
Mary Shelley non ha solo inventato un genere, ma ha scritto pagine di straordinaria potenza emotiva. Le sue parole bastavano. Capisco che sia una scelta artistica, certo. Proprio per questo pesa: ogni gesto deliberato dice qualcosa.
Mary Shelley celò inizialmente la sua identità di autrice di Frankenstein. L’opera fu pubblicata in forma anonima nel 1818. Di conseguenza, l’opinione pubblica attribuì il romanzo al marito di Mary, il poeta Percy Shelley, per via della sua fama. Per la sua epoca, una giovane donna non avrebbe potuto scrivere un’opera così radicale e complessa. Mary aspettò cinque anni prima di reclamare il suo nome. Pubblicò la seconda edizione a suo nome nel 1823. Un atto intenzionale: rivendicava così i suoi diritti d’autrice e combatteva la diffidenza verso la creatività femminile.
Il patriarcato in azione
Oggi, tu, regista, trai spunto da una donna che a 18 anni ha scritto un capolavoro che continua a ispirare lettori, scrittori, musicisti, registi… e cosa fai? Chiudi con una citazione di Lord Byron? Come se Mary Shelley non avesse scritto un’infinità di frasi che hanno lasciato il segno. Come se Mary Shelley avesse mai avuto bisogno di essere legittimata da un uomo. Ma davvero?
In altre parole, le donne al giorno d’oggi non devono più pubblicare i propri scritti in forma anonima, ma la legittimazione, eh, quella arriva sempre dall’uomo. Non mi capacito. Citare Byron in chiusura significa spostare il centro della riflessione da lei a lui. È un gesto simbolico, ma i simboli contano. Appropriazione maschile del genio femminile, per prassi? Involontaria? Le interpretazioni sono aperte.
Questo meccanismo non è nuovo e non è neanche passato. Se non è cultura patriarcale questa…
Mi viene da chiederti scusa, Mary Shelley.
Sincerely,
Rosita
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