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Vogue World Milano e lo spettacolo del “Made in Italy”

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Il significato perduto dell’eleganza e dell’artigianalità italiana


Vogue World Milano è ovunque sui social media, ma non per il motivo che ci si potrebbe immaginare. Anziché incarnare classe e sofisticatezza, ha generato una tale quantità di meme grotteschi destinati a durare anni. Alcuni spettatori lo hanno persino descritto come una “fiera di chirurgia plastica”. Persino Miuccia Prada sembrava avere qualcosa da dire senza dire una parola. Quindi sì, spettacolo, ma non esattamente in senso lusinghiero.

Eppure alcune persone hanno commentato: “Era così italiano”. Cosa che ci ha lasciato sbalordite. Cosa c’era di così italiano? Solo Milano e quelli seduti in prima fila. Certamente non ciò che Vogue sosteneva. In realtà, sembrava più vicino all’idea di spettacolo di moda del Met Gala che a una qualsiasi visione distintamente italiana.

Creato da Anna Wintour nel 2022 per scopi filantropici, Vogue World è un evento internazionale. Ma più che una sfilata di moda, è uno spettacolo iper-scenico che riunisce designer, modelle, celebrità, performer e tecnologia. Questa edizione milanese si è svolta nella Galleria Vittorio Emanuele II, mettendo insieme artigianalità italiana, moda, esibizioni e tecnologia.

Andato in scena il 22 settembre, l’evento è stato realizzato in collaborazione con il Comune di Milano, il Teatro alla Scala e la sua Accademia. Più di 500 ospiti erano seduti lungo i quattro bracci della Galleria. La prima fila era storica ed eccezionale: molti dei più grandi nomi del Made in Italy erano presenti — Miuccia Prada, Raf Simons, Donatella Versace, Pierpaolo Piccioli, Domenico Dolce, Stefano Gabbana e molti altri. L’evento ha raccolto 2,65 milioni di euro per la riqualificazione e l’ampliamento della Biblioteca di Quarto Oggiaro.

Secondo il programma ufficiale, Vogue sosteneva di attraversare “La Rivoluzione Artigianale”, “La Rivoluzione Industriale”, “Il Made in Italy”, “L’Era dell’Intelligenza” e “La Rivoluzione dell’Immaginazione”. Vogue ha dichiarato specificamente che l’evento intendeva affrontare il valore dell’artigianalità nell’era dell’IA.

Ma Vogue World Milano è stato davvero questo?

Eleganza, artigianalità, italianità — questi non sembravano essere i valori principali. L’eleganza, in particolare, è sembrata un concetto perduto.

C’è un’interessante contraddizione al cuore della serata. Vogue ha presentato esplicitamente l’evento come una celebrazione del “Made in Italy”, dell’artigianalità e del tocco umano nell’era dell’IA, ma tra gli sponsor c’erano OpenAI e Meta. Le stesse forze che lo spettacolo sosteneva di esaminare ne pagavano il conto.

In definitiva, Vogue World Milano sosteneva di celebrare il “Made in Italy” e l’artigianalità. Eppure lo spettacolo sembrava minare entrambi. Soprattutto, cosa significa celebrare il “Made in Italy” quando le persone e il sistema produttivo che lo rendono possibile sono sempre più sotto pressione?

Per un evento apparentemente celebrativo dell’artigianalità umana e del “tocco umano”, il momento distintivo di Vogue World Milano è stato rappresentato da quattro robot che salutavano la folla. Una confessione quanto mai calzante che la moda preferisce prendere in prestito l’hype della Silicon Valley piuttosto che fidarsi delle proprie mani.

L’ironia è profonda.

Vogue World è stato presentato come un omaggio alla tradizione artigianale italiana, ma il segmento di cui tutti parlano vedeva protagonisti robot umanoidi Unitree che non indossavano nulla. Facevano poco più che salutare e imitare un movimento del lazo.

Il Fatto Quotidiano ha definito la messa in scena “estremamente didattica”. Un modello in legno del Duomo, sarti in camice bianco, poi la Rivoluzione Industriale, poi l’irruzione della tecnologia. Il tutto condito con lusso ostentato e così tanto sfoggio da lasciare dubbi sul vero significato dell’evento: una mera e autoreferenziale celebrazione della moda come status quo.

Sul suo Instagram, Frida Giannini ha evidenziato la disconnessione tra la retorica dell’artigianalità italiana, dell’eleganza e del “Made in Italy”, e la stravaganza dell’evento stesso. Ha scritto:

“Di cattivo gusto e ridicolo… Senza senso. Senza umorismo. Senza eleganza. Solo un circo imbarazzante. Per Milano e l’Italia… Con Open AI e robot??? Per favore, un po’ di coerenza. E dignità. Che tristezza.”

Si divertiva, giurava — ma solo perché poteva vedere tutti i dettagli di quelle facce inquietanti che si stavano divertendo. Il punto resta: l’incoerenza tra la retorica e la realtà non era un dettaglio. Era tutto lo spettacolo.

Mentre l’artigianalità italiana veniva celebrata come slogan di marketing, a pochi chilometri di distanza la filiera del Made in Italy sta vivendo uno dei suoi momenti più drammatici. I dati diffusi dalla CGIL di Milano dipingono un quadro desolante: in soli tre anni, il sistema moda milanese ha perso un quarto delle sue esportazioni (−23,3%), scivolando da oltre 3 miliardi di euro a meno di 2,3 miliardi. Le imprese artigiane chiudono (−19,7% nell’abbigliamento, −17% nella pelletteria). E le ore di cassa integrazione sono schizzate nel secondo trimestre del 2026. (fonte: Il Fatto Quotidiano)

Le mani che effettivamente rendono possibile il Made in Italy non sono state menzionate.

È italiano questo? È questa l’eleganza italiana? O è semplicemente una rappresentazione spettacolare di ciò che la moda è diventata — un circo creato da sé stessa?

Trova la risposta negli occhi di Miuccia Prada.

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Femminismo oggi: Michele Mari, finalista al Premio Strega, e il suo insulto a Michela Murgia

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Scrittori, cultura contemporanea e l’occhio che giudica — ancora il patriarcato


Una recente polemica che ha coinvolto Michele Mari, scrittore e finalista al Premio Strega, ci ha fatto riflettere su una questione più ampia: cosa significa davvero il femminismo oggi? È vera liberazione, o solo un patriarcato rimodellato dalle donne — o addirittura completamente interiorizzato — dalle donne stesse?

Il dibattito è scoppiato dopo alcune dichiarazioni attribuite a Mari su Michela Murgia — acclamata scrittrice italiana, vincitrice del Premio Campiello, femminista senza scuse, icona queer e feroce critica del patriarcato.

A quanto riportato dai giornali, egli avrebbe detto:

“Era intransigente e violenta perché era brutta — era il suo modo di sfogare la rabbia.”
“Con il suo atteggiamento aggressivo, faceva pagare agli altri la sua bruttezza.”
“… così tutte le donne insoddisfatte e che non si piacciono.”

Mari ha in seguito smentito parti di quanto riportato, ma la polemica stessa rivela qualcosa che vale la pena esaminare. Con quanta rapidità usiamo ancora l’aspetto fisico di una donna per spiegare le sue idee, la sua rabbia o la sua presenza pubblica.

Fotografia in bianco e nero del libro di Michela Murgia "Stai zitta" su una scrivania, con occhiali, quaderni e una matita. L'immagine offre uno spunto di riflessione sul femminismo oggi.

Certo, è un commento che non ti aspetteresti da uno scrittore del suo calibro. E tantomeno da un candidato al prestigioso Premio Strega.
Ma se la cultura e il prestigio letterario non riescono a smantellare il pensiero patriarcale, allora cosa può farlo?

La nostra reazione istintiva è questa: se l’estetica dominante si rivolge all’occhio maschile quasi più che a quello femminile, non lo chiameremmo femminismo.

Può sembrare provocatorio, ma tocca una questione centrale nel pensiero femminista contemporaneo. Femminismo non significa conformarsi agli standard patriarcali per ottenere visibilità, approvazione o potere. Significa, anzitutto, mettere in discussione quegli standard.

Cosa significa il femminismo oggi?


Una delle domande fondamentali del femminismo contemporaneo è se le donne stiano diventando veramente più libere, o stiano semplicemente imparando a navigare con più successo nelle vecchie strutture di potere.

Quando discutiamo ancora del valore di una donna attraverso la lente dell’attrattività, della desiderabilità o della simpatia, la gerarchia sottostante non è scomparsa. Ha solo cambiato il suo linguaggio.

Smascherare la falsa emancipazione

Un’idea, un’estetica, o persino una forma di empowerment, non diventa sovversiva solo perché abbracciata dalle donne. Tanto più quando, curiosamente, resta più gradita allo sguardo maschile. Questa non è liberazione; è un riconfezionamento di una visione stantia.

C’è solo una rinegoziazione del patriarcato.

Alcuni studiosi descrivono questo fenomeno come “femminismo pop” o “post-femminismo” commerciale. Ossia una versione dell’empowerment che appare liberatoria ma lascia sostanzialmente intatte le strutture di potere esistenti.

Un femminismo che vende — e il suo successo commerciale viene spesso scambiato per progresso sociale. Dovremmo invece chiederci chi tira i fili di quel successo commerciale e delle richieste del mercato.

La teoria dello sguardo maschile

La polemica richiama anche il lavoro della teorica del cinema femminista Laura Mulvey.

Se il criterio ultimo di approvazione rimane lo sguardo maschile, allora gli uomini restano i soggetti della storia mentre le donne ne restano gli oggetti. Anche quando le donne credono di agire liberamente e in autonomia.

La questione non è se le donne facciano delle scelte. La questione è: chi ci ha insegnato ciò che è desiderabile, accettabile e degno di ammirazione?

Distinguere il femminismo dalla femminilità performata

Il femminismo autentico non chiede alle donne di essere gradevoli a nessuno se non a se stesse.

Né richiede loro di conformarsi a un ideale di bellezza prescritto per essere accettate in posizioni di influenza, autorità o legittimità culturale.

Una donna non dovrebbe aver bisogno di essere attraente per essere ascoltata. Così come non dovrebbe aver bisogno di essere accomodante per essere rispettata.

Riflessioni finali


Forse la distinzione più importante è questa: femminismo non significa dare alle donne gli stessi strumenti per competere nei giochi degli uomini. Significa cambiare del tutto le regole del gioco.

Ecco perché polemiche come questa sono importanti. Ci ricordano che, nonostante decenni di progressi, continuiamo a invocare l’aspetto fisico di una donna per spiegare il suo carattere, il suo successo, i suoi fallimenti o persino le sue convinzioni.

Quando ciò accade, siamo costretti a chiederci cosa significhi davvero il femminismo oggi.

Se le donne vengono ancora giudicate attraverso la lente dell’attrattività, della desiderabilità o della conformità a un’estetica dominante, allora le regole del gioco non sono cambiate quanto ci piace credere.

Lo sguardo dominante è semplicemente diventato più difficile da riconoscere.

E se il giudizio finale risiede ancora lì, allora non è liberazione.

È solo una gabbia dorata.

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Orrore e bellezza

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Sulla dignità, il vestire e ciò che ci dobbiamo gli uni agli altri


Orrore e bellezza.

Ogni volta che ci sediamo per parlare di abiti, guardiamo le notizie — persone bombardate, sfollate, che perdono la vita — e pensiamo: ha davvero senso tutto questo?

È da qui che partiamo. Da quella sensazione di futilità, di impotenza — chiedendoci come possa la moda avere rilevanza di fronte alla sofferenza umana.

Non ci fidiamo delle risposte facili. Il mondo è troppo frammentato, troppo doloroso, per permetterci certezze.

È irresponsabile parlare di moda in questo momento?

Gli abiti documentano la condizione umana.


Ciò che le persone indossano quando tutto crolla è una storia. Una storia che parla di dignità, resistenza e sopravvivenza. Riconosciamo certamente di parlare da una posizione di privilegio. Noi possiamo scegliere cosa indossare. Per molti, quella scelta non esiste più.

Nel corso della storia, l’abbigliamento non è mai stato solo una questione di scelta. È stato una forma di resistenza, un modo per preservare la propria identità, una protesta silenziosa. Nei momenti di sradicamento, un indumento può diventare l’ultimo pezzo di casa che una persona porta con sé.

Pensate agli abiti degli sfollati. Cosa indossa un rifugiato? I vestiti diventano strumenti: strati extra contro il freddo, tasche nascoste per i soldi, protezione dal sole o dalla sabbia. Ciò che resta sul corpo è ridotto all’essenziale. Eppure, anche in quello, ci sono gesti di autodeterminazione.

Una donna a Gaza evacua indossando i sandali presi in prestito dalla vicina, i suoi sono stati distrutti nel caos. Non li ha scelti; erano semplicemente ciò che c’era. Settimane dopo, in una tenda, lava a mano il suo unico vestito rimasto e lo stende ad asciugare su un filo. Questo gesto non parla di moda. Parla di dignità. Prendendosi cura di quel vestito, afferma: sono ancora qui.

Ci vestiamo ancora. Nelle città sotto assedio o dopo disastri naturali, le persone lavano una camicia, rammendano una cucitura, riparano una scarpa. Non per vanità, ma per aggrapparsi a qualcosa di umano.

Se l’abbigliamento può essere uno strumento di dignità, può anche far parte di sistemi che la sottraggono. Non solo nelle zone di guerra, ma nella violenza quotidiana con cui la moda viene prodotta. Il modo in cui produciamo e consumiamo moda non è neutrale. È legato al lavoro, alle risorse, alle vite. Scegliere diversamente, quando possiamo, è un piccolo modo per rifiutare quell’indifferenza.

Quindi, è irresponsabile parlare di moda in questo momento?


Potrebbe esserlo. Non ne siamo sicuri. E forse quell’incertezza è l’unico punto onesto da cui partire.
Quello che ora sappiamo è che diventa significativo se lo usiamo come una porta per parlare di crimini contro l’umanità e contro il pianeta — incluso chi sta bombardando e cosa possiamo fare. E questo comprende nominare direttamente il potere.

Abbiamo aperto quella porta.

Scrivere, o fare il nostro lavoro nella moda, non significa voltare le spalle alla sofferenza. Significa restare nel disagio. E riconoscere che anche nei momenti più bui, le persone si aggrappano a piccole, fragili espressioni di sé.

Senza eccessi, teniamo spazio per l’orrore e per la bellezza. Non perché abbiamo una risposta, ma perché lasciar andare l’uno o l’altra significherebbe perdere ciò che ci rende ciò che siamo. Ben consapevoli che per molti, quell’orrore non si ferma. Perciò usiamo la nostra piattaforma per amplificare queste voci, per parlare contro il governo di Netanyahu e il regime di Trump che stanno devastando l’umanità.

Come ha scritto lo storico Timothy Snyder sul suo Substack, Thinking About:

“Se non diciamo noi stessi qualcosa su questo orrore, permettiamo di essere cambiati.”

Non parliamo per la donna di Gaza. Non possiamo sapere cosa significhi per lei il suo vestito. Quello che possiamo fare è ascoltare. E, dove possibile, agire. E dire chiaramente da che parte stiamo, perché non vogliamo normalizzare tutto questo.

Orrore e bellezza. Li teniamo entrambi.

Tu cosa farai con ciò che hai appena letto?

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Milano Cortina: la neve ha bisogno di freddo, non di petrolio

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La scomoda verità dietro le Olimpiadi Invernali “sostenibili” e “neutrali”


C’è molto fermento nell’aria per le Olimpiadi di Milano Cortina. In effetti, i Giochi sono pensati per celebrare lo sport, il paesaggio e la cooperazione internazionale. Ci viene detto di celebrare la moda, il cibo, la cultura e le persone.

In realtà, questo evento rischia di diventare un altro lucido esercizio di greenwashing. E non solo. I Giochi rivelano anche una contraddizione più profonda e preoccupante: etica selettiva, esclusioni selettive, silenzio selettivo.

Gli sport invernali hanno bisogno di neve, non di combustibili fossili


Gli sport invernali dipendono dalla neve, dal ghiaccio e da temperature stabili. Eppure le Olimpiadi Invernali di Milano Cortina sono sponsorizzate da Eni, una delle più grandi compagnie di petrolio e gas d’Italia – un settore che alimenta direttamente la crisi climatica che minaccia l’esistenza stessa dell’inverno.

Questa contraddizione non è accidentale. È strategica.

Come ha dichiarato di recente Greenpeace Italia:

“Gli sport invernali hanno bisogno di neve, non di aziende inquinanti.”

Milano Cortina: quando lo sponsor diventa lavaggio di immagine


Sponsorizzazioni come queste non sono atti neutrali di sostegno. Sono strumenti per ripulirsi la reputazione, progettati per associare le corporation dei combustibili fossili a valori come resilienza, eccellenza e sostenibilità, distraendo l’attenzione dai danni ambientali causati dal loro core business.

La presenza di Eni alle Olimpiadi non riduce le emissioni.
Non protegge i ghiacciai.
Non salvaguarda gli ecosistemi montani.

Quello che fa è offrire un palcoscenico potente per riscrivere una narrazione.

La crisi climatica non è uno sfondo astratto


L’emergenza climatica sta già rimodellando gli sport invernali:

  • neve artificiale che sostituisce le nevicate naturali
  • stagioni accorciate e ghiacciai che si ritirano
  • pressione ambientale crescente su territori alpini fragili

Consentire alle aziende che contribuiscono attivamente al riscaldamento globale di sponsorizzare le Olimpiadi Invernali significa ignorare questa realtà – o peggio, normalizzarla.

Come afferma Greenpeace:

“Chi alimenta la crisi climatica, minacciando la sopravvivenza di ghiaccio e neve da cui i Giochi Invernali dipendono, non può essere sponsor dei Giochi.”

Questo non è estremismo. È coerenza.

La responsabilità del CIO


Il Comitato Olimpico Internazionale parla spesso la lingua della sostenibilità. Ma un linguaggio senza azione rimane solo branding.

Se il movimento olimpico vuole davvero proteggere il futuro degli sport invernali, deve prendere una posizione chiara e porre fine alle sponsorizzazioni da parte delle compagnie di petrolio e gas – proprio come un tempo furono vietate le sponsorizzazioni del tabacco dallo sport per ragioni etiche.

Alcune industrie sono semplicemente incompatibili con certi valori.
I combustibili fossili e le Olimpiadi Invernali sono uno di questi casi.

Un doppio standard vestito da neutralità


La Russia è fuori. Israele è dentro.

La giustificazione ufficiale per escludere la Russia dai Giochi Olimpici è stata la violazione del diritto internazionale e l’incompatibilità della guerra con i valori olimpici. Eppure, gli stessi principi sembrano dissolversi quando si tratta di Israele, nonostante le dimensioni di distruzione e le morti civili in Palestina superino di gran lunga molti conflitti passati che hanno portato a sanzioni.

Questa morale selettiva mina qualsiasi pretesa di neutralità. Quando lo sport sceglie il silenzio di fronte ad alcune atrocità e l’indignazione di fronte ad altre, smette di essere uno spazio di pace e diventa uno specchio dell’ipocrisia geopolitica.

Il disagio era impossibile da contenerlo del tutto. Infatti, durante la cerimonia di apertura, J.D. Vance è stato accolto da forti fischi dal pubblico – una rottura non pianificata nella recita della neutralità. Anche se le telecamere hanno cercato di gestire la narrazione, la reazione ha rivelato un divario crescente tra silenzio istituzionale e coscienza pubblica.

La parata di Israele è stata imbarazzante.
Altrettanto imbarazzante è stato il tentativo di cancellare Ghali attraverso inquadrature selettive delle telecamere – uno sforzo evidente per censurare preventivamente le sue parole e mettere a tacere la sua posizione filo-palestinese.

Ma non è davvero ancora chiaro che Israele stia commettendo un genocidio, come ampiamente documentato dagli osservatori per i diritti umani?

Ghali, Rodari e le parole che non dovrebbero mai essere censurate


Ghali ha recitato Promemoria, una poesia di Gianni Rodari:

“Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare,
preparare la tavola a mezzogiorno.

Ci sono cose da fare di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per sentire.

Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte,
né per mare né per terra:
per esempio, la GUERRA.”

Parole abbastanza semplici per un bambino. A quanto pare troppo pericolose per un palcoscenico.

Che futuro stiamo celebrando?


I principi olimpici sono eccellenza, rispetto e amicizia. Mirano a unire le persone attraverso lo sport, promuovendo pace, solidarietà e inclusione.

Eppure, questo è ciò che Ghali ha scritto più tardi su Instagram:

“Pace? Armonia? Umanità?
Non ho sentito nulla di tutto questo ieri sera, ma l’ho sentito attraverso i vostri messaggi.
Le persone sono ciò che conta veramente e in un tempo di tanto odio, vi prego di non giocare il loro gioco e di rispondete sempre come vorremmo il mondo fosse.
‘Ci sono cose che non si devono fare mai’.“
Ghali

Oltre la bella facciata


In conclusione, possiamo celebrare l’italianità a Milano Cortina. Possiamo essere orgogliosi del nostro territorio, della cultura, della moda, del cibo, degli atleti e di tutto il resto. Ma questa potrebbe anche essere un’occasione per ripensare a come i grandi eventi si relazionano al territorio, al clima e alla responsabilità.

Invece, rischia di diventare un altro caso di studio su come la sostenibilità venga usata come parola decorativa – applicata dopo che il danno è stato fatto. Uno studio su belle facciate.

La neve non è una metafora.
Il ghiaccio non è un logo.
La crisi climatica non può essere risolta con una sponsorizzazione.

E l’umanità non è divisa in Serie A e Serie B.

Se ti hanno venduto le Olimpiadi Invernali come etiche e sostenibili, questo è greenwashing.

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Ritratto della follia contemporanea

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Ti senti sopraffatto? Forse lo siamo tutti


Ritratto della follia contemporanea.
Milan Men’s Fashion Week.
Il discorso di Prada sulla sostenibilità.
Fare il nostro lavoro “al meglio” non cambia la realtà.
Non risolve nulla.
Un bambino di cinque anni arrestato negli Stati Uniti.
Cos’è l’innocenza nell’epoca della sorveglianza?
Ombre di gas lacrimogeni sui parchi giochi.
Dodicimila persone uccise in Iran —
il lutto misurato in hashtag, il silenzio nelle stanze della politica.
Il mondo scorre.
Paris Men’s Fashion Week.
Dior: qual è il senso?
Identità sconvolta, un tocco punk forse pensato per i clienti di altri brand.

Un ciclone, Harry, devasta la Sicilia —
il clima fuori controllo non fa più notizia.

Le passerelle brillano mentre le vite reali sanguinano fuori dal vetro.

A Minneapolis, il 24 gennaio, Alex Pretti, infermiere di terapia intensiva di 37 anni e cittadino statunitense, è stato ucciso da agenti federali dell’immigrazione durante le proteste in crescita contro un’operazione ICE — il secondo omicidio da parte di agenti federali in città in questo mese. Video e testimonianze mostrano che stava filmando e cercando di aiutare altri quando la situazione è degenerata, scatenando rabbia pubblica e avviando indagini e cause legali per il rifiuto di accesso alle prove e l’uso della forza.

La narrativa ufficiale e le prove si scontrano.
Le strade esplodono di indignazione.
I manifestanti reagiscono mentre le città tremano.

Le passerelle continuano:

modelli sotto i riflettori, silhouette ideali, tendenze future.
Nelle strade:
folla che marcia tra città ghiacciate, urlando,
“Vogliamo giustizia.”
“Vogliamo dignità.”

Un mondo gira nella couture,
l’altro sanguina sull’asfalto.

Israele conferma almeno 70.000 morti a Gaza —
numeri diventati titoli, poi scroll.

Ma cos’è la vita senza empatia?
Cos’è la moda senza empatia?
Cos’è lo stile quando i corpi sono collateralità?
Quando i governi sparano ai propri cittadini?
Quando i bambini vengono detenuti?
O quando le guerre lontane contano i loro morti a migliaia?

E quando gli orrori diventano normalità e una guerra globale sembra più vicina?

Non è fantascienza futura.
È adesso.

Un ritratto della follia contemporanea.

Eppure — l’industria della moda parla dei must-have della prossima stagione.
Ti senti sopraffatto? Forse lo siamo tutti.

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