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Valentino, l’imperatore della moda

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Più di uno stilista, un custode della bellezza — un impero costruito sulla devozione, non sulla rottura


Valentino Garavani, l’imperatore della moda, è scomparso il 19 gennaio, all’età di 93 anni, a Roma — la città che amava e non ha mai veramente lasciato. In un’epoca definita da rumore costante, velocità e reinvenzione implacabile, la sua eredità si distingue. Non perché inseguiva le tendenze, ma perché coltivava un mondo di eleganza senza tempo, pazienza e bellezza duratura.

Questo non è un tentativo di ripercorrere una carriera — ce n’è già più che abbastanza. Piuttosto, è un tentativo di capire cosa Valentino possa ancora insegnarci. Cosa rimane rilevante. Cosa l’industria della moda — e forse il lavoro creativo nel suo insieme — rischia di dimenticare.

Un percorso dedicato alla bellezza


Nato a Voghera nel 1932, il risveglio estetico di Valentino arrivò presto. Ricordava spesso un momento formativo all’opera di Barcellona, dove vide donne avvolte di rosso. Quella visione — colore, dramma, cerimonia — accese una devozione per tutta la vita verso l’abito come celebrazione. Da quel momento, per lui la moda non fu mai semplicemente funzionale; era culturale, emotiva e profondamente rispettosa della bellezza.

Studiò a Milano e si trasferì poi a Parigi, dove lavorò per Jean Dessès e Guy Laroche, assorbendo la disciplina dell’alta moda e il rigore del mestiere. Nel 1960 tornò a Roma, dove incontrò Giancarlo Giammetti — suo socio in affari e compagno di vita. Insieme costruirono qualcosa di raro: una maison fondata sulla fiducia reciproca, sulla chiarezza dei ruoli e su una visione condivisa. Valentino creava; Giammetti proteggeva le condizioni che permettevano alla creazione di fiorire.

Foto d'archivio in bianco e nero di Valentino Garavani nel suo atelier. L'imperatore della moda tiene con cura un abito bianco ricamato, nell'atto di mostrare la sua creazione.

Da un piccolo atelier seguì il riconoscimento internazionale. Capi di stato, attrici e icone culturali indossavano le sue creazioni non per farsi notare, ma per sentirsi complete. Il suo lavoro divenne un pilastro della storia della moda italiana, eppure il suo fascino fu sempre globale — radicato in ideali classici, ma mai provinciale.

Quando prima dei fatturati c’erano creatività e maestria


In un sistema moda che oggi premia la rottura sopra ogni cosa — persino all’interno del suo stesso marchio — il percorso di Valentino ci ricorda ciò che si sta perdendo: il potere di una visione singolare costruita con pazienza nel corso di una vita. Ha forgiato la sua strada attraverso il miglioramento di sé, la perseveranza, la disciplina e la devozione. Non c’era fretta, nessun bisogno di urlare. Solo la quieta sicurezza della maestria impeccabile della couture.

Questa era la moda come eccellenza artigianale — un’espressione di creatività ancorata all’abilità e all’intelligenza culturale. Valentino iniziò in un atelier di quattro persone, dove ogni punto serviva una visione, non una previsione di mercato o una riunione di azionisti. Oggi, i direttori creativi si piegano a strategie aziendali; la sua generazione costruì case di moda in cui la creatività guidava e il business seguiva.

Annunciò il suo ritiro nel 2007, all’età di 75 anni, con una iconica sfilata finale, tutta in rosso, a Parigi nel 2008. Sfilata che sembrò meno un addio e più una celebrazione di coerenza. Il regista Matt Tyrnauer ha poi immortalato la sua eredità nel documentario del 2008 Valentino: The Last Emperor — un ritratto rivelatore di disciplina, ossessione e standard incrollabili.

L’imperatore della moda — nelle sue parole


Valentino non fu mai vago riguardo a ciò in cui credeva.

“L’eleganza è fatta di intelligenza, e soprattutto di non mostrare l’etichetta.”

Questa frase da sola spiega molto di ciò che oggi sembra assente. La sua couture apparteneva a un mondo in cui creatività e qualità parlavano più forte del branding. Dove l’abito rivelava gusto piuttosto che ricchezza. Oggi, l’equilibrio si è invertito: i loghi hanno sostituito il linguaggio, intervenendo dove la qualità non parla più da sé.

Oggi, chi ha i soldi non sempre ha classe o memoria.”

La memoria qui è chiave — memoria culturale, memoria estetica, consapevolezza storica. Senza di essa, la moda diventa rumore.

Parlò apertamente del gusto contemporaneo:

“Oggi, con gli influencer, il cattivo gusto è ovunque.”

E nel suo addio a Pierpaolo Piccioli, offrì quella che forse è la sua affermazione più rivelatrice sulla moda moderna:

“Grazie… per la tua amicizia, rispetto e supporto. Sei l’unico designer che conosco che non ha cercato di distorcere i codici di un grande marchio imponendone di nuovi e la megalomania di un ego ridicolo.”

In queste parole risiede il suo intero credo: rispetto per l’eredità, umiltà di fronte alla bellezza e un netto rifiuto della rottura guidata dall’ego.

Riflessioni finali


Cosa possiamo dunque imparare da Valentino — l’imperatore della moda? Da qualcuno che ha fatto della creatività, della couture e della bellezza vera il lavoro di una vita?

Che l’eredità non si costruisce inseguendo ciò che è nuovo, ma approfondendo ciò che è bello. Che il vero lusso non è solo ciò che crei, ma ciò con cui rifiuti di scendere a compromessi. E che l’eleganza — la vera eleganza — richiede tempo, memoria, intelligenza e misura.

Nell’odierna macchina della moda, dove la velocità è premiata e il rumore è continuo, la vita di Valentino pone una domanda più silenziosa ed esigente:

Cosa abbiamo tanta fretta di creare, se non qualcosa destinato a durare?

Non era solo uno stilista. Era un imperatore — di un regno più lento, più deliberato. Che, nel suo silenzio, parla ancora più forte che mai.

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Valentino Bags Lab indagata dal Tribunale di Milano

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Subappalti: un sistema di filiera costruito sulla negazione


Valentino è l’ultimo marchio finito sotto la lente del Tribunale di Milano.
Precisamente, Valentino Bags Lab Srl – una controllata della maison romana che produce borse e articoli da viaggio – è indagata per aver subappaltato la produzione a laboratori cinesi che avrebbero sfruttato i lavoratori.

Secondo un decreto di 30 pagine riportato da Reuters, i giudici delle misure preventive hanno nominato un amministratore giudiziario per un anno alla società d’investimento di Mayhoola (la holding del Qatar che controlla Valentino), per non aver garantito “adeguati controlli sulle condizioni di lavoro o sulle capacità tecniche dei fornitori”.

Il Nucleo Carabinieri Ispettorato del Lavoro di Milano ha ispezionato sette fabbriche subappaltatrici di proprietà cinese alla periferia della città, impegnate nella produzione di borse Valentino. Sono stati individuati 67 lavoratori, di cui sette non dichiarati e tre privi di documenti. Il rapporto dei Carabinieri descrive condizioni di sfruttamento: salari inferiori al minimo, orari di lavoro eccessivi, ambienti non sicuri e dormitori illegali con gravi carenze igieniche.

Questa è la quarta indagine che scuote l’industria del lusso, dopo i casi di Alviero Martini SpA, Giorgio Armani Operations e Manufactures Dior – tutti successivamente revocati.

Subappalti: un sistema di filiera costruito sulla negazione


Il sistema dei subappalti a basso costo non è guidato solo dai grandi marchi che puntano a massimizzare i margini di profitto, anche i produttori operano secondo la stessa logica. È una pratica nota e diffusa nell’intero settore: tutti la conoscono, ma fingono che non esista. Tutti scaricano le responsabilità. Nessuno sembra mai sapere nulla.

Per aumentare i profitti, i brand impongono costi di produzione sempre più bassi. A loro volta, i produttori devono preservare i propri margini, e quindi esternalizzano a terze parti. Ne derivano catene di subappalti sempre più estese e opache, spesso senza alcun controllo. La produzione viene esternalizzata e i marchi rinunciano al controllo delle proprie filiere – volontariamente o per “costruzione”.

Oltre la moda: un sintomo del capitalismo


Il sistema dei subappalti – soprattutto quelli a basso costo e opachi – non è esclusivo dell’industria della moda. È il sintomo di una dinamica capitalista più ampia, fondata su estrazione, sfruttamento e opacità sistemica. In particolare:

1. Una pratica tipica del capitalismo estrattivo
Si basa su un modello in cui la massimizzazione del profitto supera ogni altra priorità: trasparenza, diritti dei lavoratori, responsabilità ambientale. Il subappalto consente alle aziende di:

  • Ridurre la responsabilità diretta
  • Tagliare i costi
  • Evitare regolamentazioni o sindacati
  • Rivendicare l’ignoranza in caso di abusi esposti (la cosiddetta “plausible deniability”)

Questa logica è diffusa in settori come edilizia, elettronica, agricoltura, logistica e ovviamente moda. Ovunque il lavoro possa essere spostato dove costa meno ed è meno tutelato.

2. Un fenomeno amplificato nella moda
La moda incarna perfettamente questo sistema per vari motivi:

  • I cicli stagionali rapidi e la domanda costante di novità impongono produzioni sempre più veloci ed economiche.
  • Le filiere globali, frammentate e complesse rendono difficile la tracciabilità.
  • I modelli di business basati sul brand fanno sì che i marchi spesso non possiedano le fabbriche da cui dipendono, distanziandosi così dalle condizioni di lavoro.
  • Il marketing prevale sulla manifattura: i marchi investono più in immagine e narrazione che nel garantire dove e come vengono prodotti i loro articoli.

Dunque, anche se la moda non ha inventato questo sistema, lo amplifica – diventando una delle espressioni più evidenti della coscienza esternalizzata del capitalismo.

Considerazioni finali


Valentino è solo l’ultimo di una lunga lista di grandi marchi coinvolti in una rete di sfruttamento. Ma il problema non è un singolo brand: è il sistema stesso.

Lo scandalo in corso mina la narrazione accuratamente costruita dell’industria del lusso. I prezzi elevati sono in parte giustificati dalla promessa del Made in Italy: artigianalità, qualità, produzione etica. Ora, questa promessa risuona vuota. La crescente popolarità su TikTok di video-denuncia sulle borse di lusso “Made in China” riflette una disillusione più ampia.
La gente si sta svegliando di fronte al divario tra racconto e realtà.

Non si tratta di poche mele marce. Si tratta di un albero malato.

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Giancarlo Giammetti: il verdetto definitivo sui direttori creativi

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Il co-fondatore di Valentino dichiara: “Lo stile va difeso come la libertà”


Al festival Forme di Roma – una celebrazione delle accademie di moda – Giancarlo Giammetti ha pronunciato quelle che potrebbero essere considerate le sue parole definitive sui direttori creativi. Tra ricordi dell’epoca d’oro di Valentino e moniti sull’industria odierna, una dichiarazione è risuonata come un grido di battaglia:

“Lo stile va difeso come la libertà.”


Il co-fondatore di Valentino è stato l’ospite d’onore del terzo incontro di Forme – Prospettive su Moda, Arte e Creatività, tenutosi il 21 e 22 marzo nell’iconico complesso Nuvola di Massimiliano Fuksas. In dialogo con Barbara Modesti, caporedattrice moda di Tg1, davanti a una platea di studenti, Giammetti ha intrecciato la sua storia personale in una lezione magistrale sui valori mutevoli della moda.

La bellezza come forma di resistenza radicale


“La vera bellezza va oltre l’estetica”, ha affermato Giammetti. “Per me e Valentino, oggi rappresenta pace e serenità.” Questa filosofia guida la loro Fondazione PM23 a Roma, in Piazza Mignanelli 23, dove moda e arte si incontrano con un preciso scopo: “Rendiamo omaggio a ciò che è sempre stato: creare bellezza attraverso l’arte e la moda.”

L’arte perduta della libertà creativa


Il suo consiglio ai giovani designer è stato netto: “Create ciò che amate. Credete in ciò che fate, nel vostro stile, e cercate di affermarlo – anche se i tempi sono cambiati.” Il confronto con le difficoltà iniziali sue e di Valentino era inevitabile: “Valentino ed io eravamo due ventenni che si sono uniti, affrontando mille ostacoli. Oggi, i tempi impongono logiche commerciali, e i designer non sono più liberi di creare. Il sistema esige valori economici. Ma i veri valori sono quelli legati alla solitudine, alla libertà e alla bellezza.”

Inoltre, ha ricordato l’illuminazione di Valentino a Barcellona: “Donne spagnole in rosso all’opera, fiori cremisi ovunque – quello divenne il suo rosso. Non un Pantone, ma sangue e passione resi visibili.”

Creatività, non algoritmi


Giammetti è stato pungente nel descrivere il declino digitale della moda: “Cenavamo con Warhol; Valentino dedicava collezioni a Basquiat. L’arte è sempre stata fondamentale per lui.”
E oggi? I designer creano per la fame di Instagram, non per la vita delle donne. “Non avevamo bisogno di fare scalpore in passerella o di mandare messaggi. Oggi, con i social, sembra che i designer facciano abiti più per le foto online che per le donne.

Pur lodando il talento in sala, ha lanciato un avvertimento: “Difendete il vostro stile. Oggi i direttori creativi si piegano alle volontà aziendali – l’epoca di Valentino, quella con atelier di quattro persone, è finita.”

Eredità vs. hype: Giancarlo Giammetti – il verdetto definitivo sui direttori creativi


Poi è arrivata la sua critica più tagliente, pronunciando il verdetto definitivo sui direttori creativi:

“Il rapporto tra heritage di un brand e il strategia aziendale deve essere rispettato dai creativi. Non si tratta di copiare l’archivio, ma neanche di trasformarlo in una buffonata.”


Un chiaro riferimento, non detto ma palpabile, al passato di Alessandro Michele a Valentino.

Giancarlo Giammetti: sostegno ai giovani creativi


Quando gli è stato chiesto un aneddoto preferito, Giammetti ha risposto: “Eravamo in visita dalla Regina Elisabetta, e Valentino disse: ‘Vostra Maestà, posso presentarle il mio assistente?’ Stavo morendo.”
La platea è scoppiata a ridere – e poi in un applauso scrosciante – quando ha confermato la missione della Fondazione Garavani: “Sostenere i giovani creativi.”

Considerazioni finali


A Forme – Prospettive su Moda, Arte e Creatività, Giancarlo Giammetti ha offerto una guida chiara e appassionata. Le sue riflessioni hanno racchiuso un capitolo irripetibile della storia della moda – una vera lezione per le nuove generazioni, ma anche un monito per chi ha già vissuto la giovinezza.

Il suo sostegno ai giovani è stato evidente, ma ciò che ha risuonato di più è stato il suo verdetto definitivo sui direttori creativi: rispettare l’eredità, non limitarsi a copiare l’archivio e mai trasformarlo in un circo – una saggezza di cui l’industria della moda, oggi in crisi, ha disperatamente bisogno.

In sintesi, Giammetti ha distillato sessant’anni di moda in pura dottrina:

  • Lo stile è sovranità – difendilo o lo perderai.
  • La bellezza è responsabilità – non una valuta per Instagram.
  • L’eredità non è Lego – non smontare ciò che dovresti elevare.

In un’industria che soffoca tra cambiamenti frenetici e instabilità, le sue parole hanno tracciato una rotta da seguire.

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