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Designer o creatori di immagine: chi fa davvero la moda oggi?

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Il settore ha sostituito i designer con il puro spettacolo. Il mercato se n’è accorto.


Designer o creatori di immagine: la moda ha passato un decennio fingendo che fosse una falsa scelta. Il mercato l’ha resa reale: la crescita è rallentata in Europa; le vendite del lusso in Cina restano profondamente depresse.

In questi giorni, guardando le sfilate da New York a Milano a Parigi, non possiamo fare a meno di chiederci: la moda è diventata puro intrattenimento? E se è così, il settore ha ancora bisogno di designer, o solo di creatori di immagine?

Il settore della moda è sempre stato in parte intrattenimento. Ma ora non è quasi altro che spettacolo. Sfilate impressionanti, campagne e momenti virali contano ormai più dei vestiti stessi. L’industria non vuole più designer per le loro capacità di design. Vuole persone capaci di creare un’immagine attorno alla moda.

Designer o creatori di immagine. La distinzione conta.

Il lavoro di un designer è disegnare vestiti: comprendere proporzioni, costruzione, tessuto, silhouette, tecnica e come tutte queste cose si combinano su un corpo. Il lavoro dei creatori di immagine è diverso. È creare desiderio, attenzione e un mondo che la gente voglia guardare — e, idealmente, a cui appartenere.

Il settore della moda ha premiato sempre di più il secondo.

Vuole direttori creativi capaci di generare immagini, fermento e momenti virali. Ai direttori creativi si chiede di costruire mondi. Le celebrità portano con sé il loro pubblico. Gli influencer diventano la campagna. I vestiti sono quasi secondari rispetto all’universo costruito attorno a loro.

L’attenzione è la risorsa più scarsa, e i creatori di immagine sono molto bravi ad attirarla.

Per un po’, ha funzionato.

Ma dove finisce lo spettacolo e dove iniziano a parlare i vestiti?

Perché quando lo show finisce, è questo che ci interessa: i vestiti. Non la loro rappresentazione sui social. Non la celebrità che li indossa. E non la campagna. I capi stessi — le cose che possiamo davvero indossare, e che vogliamo indossare.

E forse è qui che la moda ha perso qualcosa di importante: la capacità di riconoscere il valore nel design.

Un capo ben progettato non produce necessariamente un momento virale. Il suo valore può essere silenzioso. Può vivere nel taglio, nel tessuto, nella costruzione, nelle proporzioni, nel modo in cui si muove sul corpo. Richiede di guardare. A volte richiede conoscenza.

Lo spettacolo non richiede nulla di tutto questo.

Ci dice cosa guardare.

E quando un settore diventa sempre più dipendente dall’attenzione, ciò che si vede facilmente inizia a contare più di ciò che richiede comprensione.

Questa domanda un tempo era filosofica. Ora è economica.

I brand del lusso hanno passato anni ad alzare i prezzi in nome dell’esclusività, con sfilate sempre più imponenti. Eppure la domanda si è raffreddata. Forse i consumatori non hanno smesso di volere il lusso. Forse stanno diventando più selettivi su dove il lusso sembra reale. Sono diventati meno disposti a pagare prezzi da lusso per prodotti di cui non riconoscono più il valore.

Perché il lusso non è scomparso.

La gente continua a spendere per esperienze eccezionali, artigianato, gioielli, ospitalità, viaggi e oggetti che appaiono realmente preziosi.

I clienti non hanno abbandonato il lusso. Hanno abbandonato la versione che ne dà la moda.

E questo dovrebbe preoccupare l’industria della moda. Cosa dice lo spettacolo quando il desiderio dei consumatori cala? Cosa succede quando la macchina dell’attenzione continua a crescere, ma le persone sono meno disposte a comprare ciò che vedono? In definitiva, qual è il senso di queste enormi sfilate, e per chi sono?

Perché un’immagine può creare desiderio. Può creare eccitazione, status e conversazione. Nel breve periodo. Ma un’immagine non può sostituire la cosa stessa. Ed è qui che lo spettacolo della moda si scontra con il mercato: i consumatori vogliono sempre meno di ciò che viene venduto. La qualità è crollata; esclusività e scarsità, un tempo argomenti di vendita del settore, ora appaiono artificiali.

La moda non ha bisogno di meno designer. Ha bisogno di ricordare perché ne aveva bisogno in primo luogo.

I creatori di immagini possono creare attenzione.
I designer creano la ragione per guardare.

La moda ha bisogno dell’immagine. Ma non può sopravvivere solo di immagine.

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La moda non è più un lavoro per stilisti

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La nomina di Jaden Smith da Louboutin segnala una nuova priorità: il potere delle celebrità batte la preparazione tecnica


Appare sempre più chiaro che la moda non è più un lavoro per stilisti. Le nuove modalità di assunzione dell’industria ne sono la prova più lampante. La nomina di Jaden Smith — attore, rapper e nepo baby — a capo della divisione uomo di Louboutin non è un’anomalia; è un modello ricorrente. Segue lo stesso copione che ha portato Pharrell Williams da Louis Vuitton. Queste mosse non hanno nulla a che vedere con la competenza nel design; sono una risposta calcolata a una crisi più profonda. Ma abbiamo davvero bisogno di stilisti-celebrità?

Inseguendo l’hype al posto dell’eredità, l’industria affronta una crisi esistenziale


L’industria della moda di lusso è cambiata radicalmente. Un tempo dominio di stilisti visionari e maison a conduzione familiare, è stata rimodellata dalle forze del capitalismo moderno: marketing, algoritmi, l’infulenza del ritmo incessante del fast fashion e l’insaziabile domanda di crescita. In questo nuovo paradigma, il ruolo dello stilista si è ridotto, il suo mestiere relegato a un piano secondario rispetto a un nuovo obiettivo: il profitto. Il risultato è un’implosione: perdita di anima, significato e del DNA distintivo che un tempo differenziava un marchio dall’altro. Così il marketing ha ucciso la moda, eppure vanno avanti imperterriti.

Il capitalismo moderno ha eroso la percezione stessa del lusso. Quando i brand sono cresciuti fino a trasformarsi in monumentali “cattedrali”, con vasti network retail ed ego giganteschi da abbinare, hanno sacrificato il loro valore intrinseco per un’esclusività vuota. E una falsa scarsità. Questa crisi d’identità, unita all’instabilità economica globale, ha portato a un diffuso calo del lusso. Di conseguenza, i vestiti non si vendono più da soli.

Allora, qual è la soluzione per un profitto facile? Il potere delle star. Le celebrità sono la risposta pompata all’eccesso a un problema creato dall’industria stessa. Generano buzz immediato, attirano legioni di fan e creano momenti virali — una boccata d’ossigeno a breve termine per brand che faticano a ricordare la propria identità. O che semplicemente cercano di coprire i costi.

Stilisti: il paradosso della formazione nella moda


Tuttavia, questo cambiamento rende l’esistenza di prestigiose e carissime scuole di moda un paradosso profondo. Per esempio, una laurea in Fashion Design all’Istituto Marangoni di Milano costa circa da €21.550 a €25.900 l’anno per l’anno accademico 2026/2027, inclusa una quota annuale d’iscrizione di €4.000 e una tassa internazionale di €25.900 per studenti non UE. Per gli studenti europei, la retta annuale è intorno a €21.550.

Questo cambiamento crea un paradosso devastante: perché uno studente dovrebbe investire tali cifre per padroneggiare un mestiere che l’industria non valorizza più? Perché specializzarsi in un campo dove i posti migliori non vanno ai più competenti, ma ai più famosi?

L’artigianalità dietro l’hype: perché il design delle scarpe non è per dilettanti


Senza contare che, da un punto di vista tecnico, il design delle scarpe è molto più complicato di quello dell’abbigliamento. Le scarpe devono combinare estetica, ergonomia e durata. Richiedono conoscenza di forme, pelli, suole, cuciture e metodi di costruzione — cucitura incollata, Blake, Goodyear e altri ancora. Comfort, distribuzione del peso e movimento sono aspetti fondamentali, per cui il design si intreccia con ingegneria e biomeccanica. Inoltre, la produzione è più lenta e costosa da modificare.

Il design dell’abbigliamento è più ampio e guidato dalle tendenze, con complessità legate alla varietà e alla vestibilità. Il design delle scarpe, al contrario, è più circoscritto ma tecnicamente più intricato. Ogni millimetro conta per comfort e indossabilità. Le scarpe richiedono precisione, non popolarità. Ma la conoscenza non è un problema, a meno che tu non sia nessuno.

Considerazioni finali


In conclusione, la scelta è strategica. I brand privilegiano espansione e crescita rapida rispetto a eredità e artigianato. Non hanno bisogno di uno stilista; hanno bisogno di un titolo sui giornali. Questo spiega perché Louboutin ha scelto Jaden Smith. Per la sua vasta influenza, non certo per la sua conoscenza di forme e pellami.

È ormai chiaro che la moda non è più un lavoro per stilisti. La domanda urgente non è se questo sia vero, ma cosa significhi per il futuro della creatività stessa questa corsa senza anima all’inseguimento delle celebrità.


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