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Azione climatica e la nuova materialità: quando il rischio climatico diventa una crisi del profitto

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Perché il rischio climatico non è più una questione di sostenibilità, ma una questione finanziaria


Cosa rende le aziende veramente sensibili all’azione climatica?

Il profitto.

Non la pressione morale.
Non le campagne di sensibilizzazione.
Nemmeno l’indignazione pubblica.

Il profitto.

Ed è proprio per questo che il nuovo report, The Cost of Inaction (Il costo dell’inazione), dell’Apparel Impact Institute (AII), ha un sapore diverso. Non fa appello alla coscienza. Parla l’unica lingua che i consigli di amministrazione comprendono sempre: la sopravvivenza finanziaria.

La nuova materialità: dalla responsabilità alla necessità finanziaria


Per anni, l’industria della moda ha discusso di target climatici, di percorsi verso le emissioni zero (net-zero) e per la decarbonizzazione. Il vocabolario è stato raffinato. Gli impegni si sono moltiplicati – e con loro, anche il greenwashing.

Ma la consapevolezza senza azioni strutturali cambia ben poco. (Avevamo parlato del divario tra conoscenza e azione qui).

Questo report sposta la narrazione. Il rischio climatico viene tradotto in numeri. E i numeri non sono simbolici.

  • I margini operativi potrebbero ridursi fino al 34% entro il 2030
  • Le perdite potrebbero raggiungere il 67% entro il 2040
  • In uno scenario di transizione verso le emissioni zero, l’industria della moda, che vale 1.770 miliardi di dollari, potrebbe perdere fino al 70% del suo valore entro il 2040

Non si tratta più di “fare meglio”.
Si tratta di rimanere economicamente vitali.

Le tre pressioni che ridefiniranno la moda


Il report identifica tre principali rischi finanziari:

  1. L’aumento del prezzo del carbonio
  2. L’incremento dei costi delle materie prime
  3. L’aumento e la maggiore volatilità dei prezzi energetici

Il messaggio è chiaro: ritardare la transizione energetica aumenta l’esposizione al rischio. Gli operatori tradizionali, fortemente dipendenti dai combustibili fossili e dal carbone, dovranno far fronte a costi moltiplicati.

La volatilità climatica non è uno scenario futuro.
È un fattore di costo già integrato nelle catene di fornitura.

La parte più interessante: agire conviene


Il report non è apocalittico. È pragmatico.

Dimostra che gli investimenti tempestivi – in particolare nella decarbonizzazione dei fornitori – creano resilienza e proteggono i margini.

Miglioramenti incrementali come:

  • Efficienza energetica
  • Sistemi di recupero del calore
  • Elettrificazione
  • Adozione di energie rinnovabili

possono portare a significativi benefici a breve termine, costruendo al contempo competitività a lungo termine. Il report consiglia ai CFO di considerare questi interventi non come costi, ma come allocazioni di capitale che stabilizzano il Costo del Venduto (COGS) e proteggono l’EBIT – una prospettiva che trasforma una spesa per la sostenibilità in una strategia di difesa dei margini.

Le aziende che metteranno in sicurezza le loro catene di fornitura e disaccoppieranno la redditività dagli input sensibili al clima potrebbero trovarsi ad affrontare un’esposizione da quattro a cinque volte inferiore entro il 2040.

Questo non è attivismo.
È strategia finanziaria.

I CFO al centro


Uno degli aspetti più rivelatori del report sono i destinatari: i direttori finanziari (CFO) e i team finanziari.

La strategia climatica non è più confinata ai dipartimenti di sostenibilità. Ora appartiene alle decisioni di allocazione del capitale, alla modulazione del rischio e alle discussioni di governance.

Kristina Elinder Liljas di AII descrive il report come un modo per mettere un “cartellino del prezzo” sulla transizione ritardata verso le emissioni zero. E questa espressione è importante. Perché una volta che un rischio ha un prezzo, non può più essere ignorato.

Persino i leader del settore – come il Gruppo H&M – riconoscono che la consapevolezza senza azioni decisive non permetterà di raggiungere gli obiettivi basati sulla scienza – un’ammissione notevole da parte di un’azienda che rappresenta il modello di business del fast fashion.

Infatti, quando si parla di sostenibilità e cambiamento climatico, il fast fashion rivela un paradosso sorprendente. Il modello di sovrapproduzione rimane intatto – come se fosse neutrale, inevitabile. Eppure, scegliere di non cambiare è di per sé un forte atto di scelta. La prospettiva del fast fashion non è solo limitata; è intrinsecamente viziata. Il punto centrale è che mantenere inalterato un modello di business basato sulla sovrapproduzione non è un’opzione praticabile; è la barriera stessa che impedisce un vero progresso.

Azione climatica: la collaborazione non è un’opzione


Il report sottolinea l’importanza del co-finanziamento e dell’investimento collettivo. Le catene di fornitura sono ecosistemi interconnessi. Un singolo attore da solo non può stabilizzare il sistema.

Lewis Perkins, CEO di AII, sottolinea che mantenere la stabilità del business in un mondo sconvolto dal clima richiede una cooperazione a livello industriale, incanalata attraverso iniziative come il Fashion Climate Fund di AII, che mette in comune il capitale dei brand per ridurre il rischio e accelerare gli investimenti a livello di fornitori.

Questa è forse la verità scomoda: la resilienza è uno sforzo collettivo.

Oltre la moda


Sebbene incentrato sull’abbigliamento, il messaggio sull’azione climatica si estende ben oltre il mondo della moda.

Qualsiasi industria che rimanda la mitigazione climatica non sta proteggendo i propri profitti. Sta accumulando rischio.

Il costo dell’inazione non è astratto.
È misurabile.
E si accumula.

Una riflessione finale


Per anni abbiamo inquadrato la sostenibilità come un’evoluzione etica. Forse parlavamo la lingua sbagliata. L’etica, a quanto pare, è passata di moda.

Se il profitto è ciò che effettivamente muove le aziende, allora forse questo è il vero punto di svolta: l’azione climatica non riguarda più la virtù.

Riguarda la sopravvivenza.

E quando la sopravvivenza diventa la questione centrale, l’esitazione diventa la scelta più costosa di tutte.

Ma rimane un’ulitma nota ironica: le stesse aziende il cui business dipende dalla sovrapproduzione incessante sono ora presentate come gli artefici della soluzione. Chi ha costruito il problema potrà davvero offrire la cura — o saranno sempre il profitto e l’abitudine a prevalere?

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Distruzione dei prodotti tessili invenduti: un divieto storico… con molte scappatoie

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Una svolta contro lo spreco: regole, deroghe e le sfide per una moda veramente circolare


L’Unione Europea ha messo fine a una delle pratiche più controverse nel mondo della moda: la distruzione sistematica dei prodotti tessili invenduti. A partire dal 19 luglio 2026, scatterà infatti il divieto per le grandi imprese di distruggere capi di abbigliamento, accessori e calzature invenduti. Un provvedimento che verrà esteso alle medie imprese a partire dal 2030.

La decisione, attuata attraverso il regolamento sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili (ESPR), mira a spezzare un paradosso insostenibile. In Europa, ogni anno, vengono distrutti dal 4% al 9% dei prodotti tessili, prima ancora di essere indossati. Questo genera 5,6 milioni di tonnellate di CO₂ – un impatto pari a quello dell’intera Svezia.

È in questo contesto che il provvedimento assume un valore centrale, inserendosi nella strategia UE per contrastare lo spreco di risorse, ridurre l’inquinamento e accelerare la transizione verso un’economia pienamente circolare. L’intento è chiaro: riconvertire gli invenduti verso circuiti virtuosi alternativi, come la rivendita scontata, le donazioni, la rigenerazione dei materiali o il riutilizzo creativo.

Deroghe: le scappatoie da vigilare


La Commissione ha previsto eccezioni al divieto, necessarie ma potenzialmente ambigue. Sarà possibile distruggere invenduti per:

  • Motivi di sicurezza, igiene o salute.
  • Danneggiamento irreparabile del prodotto.
  • Inadeguatezza tecnica al riciclo o riutilizzo.
  • Violazione di diritti di proprietà intellettuale.
  • Situazioni in cui la distruzione risulti l’opzione a minore impatto ambientale.

Parallelamente, da febbraio 2027, scatterà l’obbligo di dichiarare gli invenduti smaltiti tramite un formato di comunicazione standardizzato, per garantire trasparenza.

Proprio qui, però, si annidano i rischi maggiori. Definizioni come “inadeguatezza tecnica” o “minore impatto ambientale” sono elastiche e soggette a interpretazione. Senza linee guida chiarissime e un sistema di controllo rigoroso, potrebbero diventare scappatoie per aggirare lo spirito della legge. Il pericolo è che il problema economico e sociale venga semplicemente esportato, con capi di abbigliamento spediti fuori UE per essere smaltiti dove le regole sono meno severe, alimentando così il fenomeno del waste colonialism.

Tessile: un settore davvero “all’avanguardia”?


La commissaria per l’Ambiente, Jessika Roswall, ha definito il tessile “all’avanguardia nella transizione verso la sostenibilità”, pur riconoscendo che i dati “dimostrano la necessità di agire”.
Questa affermazione appare in forte tensione con la realtà:

  1. numeri dello spreco citati dalla stessa Commissione dipingono un settore arretrato, simbolo del modello “produci-usa-getta”.
  2. La necessità di una legge è la prova del fallimento dell’autoregolamentazione. Un settore davvero all’avanguardia non avrebbe bisogno di un divieto per fermare una pratica così dispendiosa.
  3. Le vere avanguardie (brand circolari, modelli di riuso) rimangono una nicchia rispetto al dominio del fast fashion e “lusso” di massa.

La dichiarazione è più un atto politico – per coinvolgere l’industria anziché criminalizzarla – che una descrizione fattuale.

La partita vera inizia ora


Questo divieto è un passo fondamentale, ma la sua efficacia non è scontata. Dipenderà da tre fattori cruciali:

  1. Linee guida stringenti che riducano al minimo l’ambiguità delle deroghe.
  2. Un sistema di controlli e sanzioni robusto e uniforme in tutta Europa.
  3. Una definizione di “distruzione” così ampia da coprire anche lo smaltimento camuffato da riciclo di bassissima qualità.

Riflessioni finali


In conclusione, il regolamento sulla distruzione dei prodotti tessili invenduti è un passo avanti fondamentale che cambia il paradigma normativo. 

L’UE ha tracciato la rotta verso un’industria della moda più circolare e responsabile. Ma la battaglia contro lo spreco si vincerà (o si perderà) nei dettagli dell’implementazione, nella vigilanza delle autorità e nella capacità di chiudere ogni possibile scappatoia. 

Le aziende sono ora chiamate a reinventare davvero il loro modo di gestire il valore dei prodotti e dei materiali, non solo a trovare nuovi modi per aggirare il problema dello smaltimento.

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Milano Cortina: la neve ha bisogno di freddo, non di petrolio

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La scomoda verità dietro le Olimpiadi Invernali “sostenibili” e “neutrali”


C’è molto fermento nell’aria per le Olimpiadi di Milano Cortina. In effetti, i Giochi sono pensati per celebrare lo sport, il paesaggio e la cooperazione internazionale. Ci viene detto di celebrare la moda, il cibo, la cultura e le persone.

In realtà, questo evento rischia di diventare un altro lucido esercizio di greenwashing. E non solo. I Giochi rivelano anche una contraddizione più profonda e preoccupante: etica selettiva, esclusioni selettive, silenzio selettivo.

Gli sport invernali hanno bisogno di neve, non di combustibili fossili


Gli sport invernali dipendono dalla neve, dal ghiaccio e da temperature stabili. Eppure le Olimpiadi Invernali di Milano Cortina sono sponsorizzate da Eni, una delle più grandi compagnie di petrolio e gas d’Italia – un settore che alimenta direttamente la crisi climatica che minaccia l’esistenza stessa dell’inverno.

Questa contraddizione non è accidentale. È strategica.

Come ha dichiarato di recente Greenpeace Italia:

“Gli sport invernali hanno bisogno di neve, non di aziende inquinanti.”

Milano Cortina: quando lo sponsor diventa lavaggio di immagine


Sponsorizzazioni come queste non sono atti neutrali di sostegno. Sono strumenti per ripulirsi la reputazione, progettati per associare le corporation dei combustibili fossili a valori come resilienza, eccellenza e sostenibilità, distraendo l’attenzione dai danni ambientali causati dal loro core business.

La presenza di Eni alle Olimpiadi non riduce le emissioni.
Non protegge i ghiacciai.
Non salvaguarda gli ecosistemi montani.

Quello che fa è offrire un palcoscenico potente per riscrivere una narrazione.

La crisi climatica non è uno sfondo astratto


L’emergenza climatica sta già rimodellando gli sport invernali:

  • neve artificiale che sostituisce le nevicate naturali
  • stagioni accorciate e ghiacciai che si ritirano
  • pressione ambientale crescente su territori alpini fragili

Consentire alle aziende che contribuiscono attivamente al riscaldamento globale di sponsorizzare le Olimpiadi Invernali significa ignorare questa realtà – o peggio, normalizzarla.

Come afferma Greenpeace:

“Chi alimenta la crisi climatica, minacciando la sopravvivenza di ghiaccio e neve da cui i Giochi Invernali dipendono, non può essere sponsor dei Giochi.”

Questo non è estremismo. È coerenza.

La responsabilità del CIO


Il Comitato Olimpico Internazionale parla spesso la lingua della sostenibilità. Ma un linguaggio senza azione rimane solo branding.

Se il movimento olimpico vuole davvero proteggere il futuro degli sport invernali, deve prendere una posizione chiara e porre fine alle sponsorizzazioni da parte delle compagnie di petrolio e gas – proprio come un tempo furono vietate le sponsorizzazioni del tabacco dallo sport per ragioni etiche.

Alcune industrie sono semplicemente incompatibili con certi valori.
I combustibili fossili e le Olimpiadi Invernali sono uno di questi casi.

Un doppio standard vestito da neutralità


La Russia è fuori. Israele è dentro.

La giustificazione ufficiale per escludere la Russia dai Giochi Olimpici è stata la violazione del diritto internazionale e l’incompatibilità della guerra con i valori olimpici. Eppure, gli stessi principi sembrano dissolversi quando si tratta di Israele, nonostante le dimensioni di distruzione e le morti civili in Palestina superino di gran lunga molti conflitti passati che hanno portato a sanzioni.

Questa morale selettiva mina qualsiasi pretesa di neutralità. Quando lo sport sceglie il silenzio di fronte ad alcune atrocità e l’indignazione di fronte ad altre, smette di essere uno spazio di pace e diventa uno specchio dell’ipocrisia geopolitica.

Il disagio era impossibile da contenerlo del tutto. Infatti, durante la cerimonia di apertura, J.D. Vance è stato accolto da forti fischi dal pubblico – una rottura non pianificata nella recita della neutralità. Anche se le telecamere hanno cercato di gestire la narrazione, la reazione ha rivelato un divario crescente tra silenzio istituzionale e coscienza pubblica.

La parata di Israele è stata imbarazzante.
Altrettanto imbarazzante è stato il tentativo di cancellare Ghali attraverso inquadrature selettive delle telecamere – uno sforzo evidente per censurare preventivamente le sue parole e mettere a tacere la sua posizione filo-palestinese.

Ma non è davvero ancora chiaro che Israele stia commettendo un genocidio, come ampiamente documentato dagli osservatori per i diritti umani?

Ghali, Rodari e le parole che non dovrebbero mai essere censurate


Ghali ha recitato Promemoria, una poesia di Gianni Rodari:

“Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare,
preparare la tavola a mezzogiorno.

Ci sono cose da fare di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per sentire.

Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte,
né per mare né per terra:
per esempio, la GUERRA.”

Parole abbastanza semplici per un bambino. A quanto pare troppo pericolose per un palcoscenico.

Che futuro stiamo celebrando?


I principi olimpici sono eccellenza, rispetto e amicizia. Mirano a unire le persone attraverso lo sport, promuovendo pace, solidarietà e inclusione.

Eppure, questo è ciò che Ghali ha scritto più tardi su Instagram:

“Pace? Armonia? Umanità?
Non ho sentito nulla di tutto questo ieri sera, ma l’ho sentito attraverso i vostri messaggi.
Le persone sono ciò che conta veramente e in un tempo di tanto odio, vi prego di non giocare il loro gioco e di rispondete sempre come vorremmo il mondo fosse.
‘Ci sono cose che non si devono fare mai’.
Ghali

Oltre la bella facciata


In conclusione, possiamo celebrare l’italianità a Milano Cortina. Possiamo essere orgogliosi del nostro territorio, della cultura, della moda, del cibo, degli atleti e di tutto il resto. Ma questa potrebbe anche essere un’occasione per ripensare a come i grandi eventi si relazionano al territorio, al clima e alla responsabilità.

Invece, rischia di diventare un altro caso di studio su come la sostenibilità venga usata come parola decorativa – applicata dopo che il danno è stato fatto. Uno studio su belle facciate.

La neve non è una metafora.
Il ghiaccio non è un logo.
La crisi climatica non può essere risolta con una sponsorizzazione.

E l’umanità non è divisa in Serie A e Serie B.

Se ti hanno venduto le Olimpiadi Invernali come etiche e sostenibili, questo è greenwashing.

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Scudo legale per il lusso: è questa la soluzione per porre fine allo sfruttamento dei lavoratori da parte dei grandi brand?

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Report Rai3: i laboratori della moda e il legame indissolubile tra lusso e abusi sul lavoro


Proprio mentre l’Italia era nel pieno della Milano Fashion Week Uomo, Report su Rai3 ha mandato in onda un’inchiesta durissima sullo sfruttamento del lavoro dietro i grandi brand che ora chiedono uno scudo legale per il lusso. Il tema di per sé non era nuovo: di recente, diversi media avevano già raccontato dei laboratori nascosti dietro la facciata del Made in Italy. Ciò che Report ha fatto di diverso è stato spingersi più in là, tentando di parlare direttamente con produttori, lavoratori e proprietari dei brand.

Tra le grandi figure interpellate, solo Diego Della Valle – presidente del Gruppo Tod’s (Tod’s, Hogan, Fay e Roger Vivier) – ha accettato di comparire in video. La sua apparizione, tuttavia, ha sollevato più interrogativi di quanti ne abbia sciolti. L’inchiesta ha rivelato che audit erano stati condotti nella filiera, ma Tod’s ne ha ignorato i risultati.

Alcuni commentatori hanno accusato Report di osare criticare un settore che rappresenta una fetta significativa del PIL italiano. Siamo fortemente in disaccordo. Quando un’industria opera, direttamente o indirettamente, in condizioni da sweatshop, esporla non è solo legittimo, è necessario.

Amministrazione giudiziaria e abusi sul lavoro


Diversi brand del lusso sono stati posti sotto amministrazione giudiziaria per non aver vigilato sullo sfruttamento del lavoro nelle proprie catene di fornitura.

Tra questi, Valentino Bags – società controllata da Valentino e responsabile della produzione delle borse del marchio – insieme a Loro Piana, Armani e Dior. In uno dei laboratori cinesi che producevano borse Valentino, i Carabinieri hanno trovato un bambino che giocava tra tessuti e macchinari industriali.

Nel luglio 2025, il tribunale di Milano ha disposto l’amministrazione giudiziaria per Loro Piana, il brand di abbigliamento italiano di fascia alta controllato da LVMH. Gli investigatori hanno scoperto che la produzione era stata affidata ad aziende che avevano subappaltato il lavoro a laboratori cinesi dove i lavoratori erano sfruttati.

Borse in pelle non finite in un laboratorio spoglio, rappresentano la produzione nascosta dietro i marchi del lusso in cerca di uno scudo legale.

Della Valle: “I laboratori cinesi non sono un nostro problema”


A ottobre, la Procura di Milano ha richiesto l’amministrazione giudiziaria preventiva per Tod’s SpA. L’indagine ha portato alla luce gravi violazioni dei diritti dei lavoratori lungo la catena di subfornitura responsabile della produzione delle merci del marchio. I pubblici ministeri hanno dichiarato che l’azienda era a conoscenza di queste pratiche. Ciò di conseguenza ha portato a un’indagine per caporalato.

In seguito a provvedimenti simili contro numerosi marchi della moda, il procuratore di Milano Paolo Storari ha anche chiesto per Tod’s una sospensione della pubblicità di sei mesi. Attraverso un’intervista esclusiva con Diego Della Valle, Report ha ricostruito la filiera del lusso. Come funziona? La produzione viene esternalizzata a ditte italiane prive di stabilimenti produttivi, che poi subappaltano a laboratori cinesi.

Della Valle ha sostenuto che la responsabilità non dovrebbe estendersi oltre il primo livello della filiera. Questa posizione è profondamente problematica. Se un brand affida la produzione a intermediari che a loro volta non producono nulla, cosa ci si aspetta che accada? E perché, in primo luogo, i brand scelgono questo modello?

Nel caso Tod’s, una delle questioni più gravi emerse è stata il mancato intervento su chiari risultati degli audit. I problemi erano stati identificati, ma volutamente ignorati.

Il tentativo di scudo legale per i brand del lusso


In questo contesto, l’articolo 30 del Disegno di Legge sulle Piccole e Medie Imprese – approvato dal Senato e in discussione alla Camera – ha tentato di esentare i grandi marchi della moda dalla responsabilità per i reati commessi lungo le loro catene produttive.

Definito ampiamente come uno scudo legale per il lusso, l’emendamento è stato infine ritirato a seguito delle proteste di sindacati, lavoratori e della Clean Clothes Campaign. Tornerà ora in Senato.

Durante la sua intervista a Report, il Ministro Adolfo Urso ha dichiarato che il caporalato in Italia è stato “portato dai cinesi”. Un’affermazione sconcertante, che sposta la colpa lontano dalle cause strutturali.

Addossare la colpa agli anelli più bassi – e più deboli – della catena ignora convenientemente chi fissa i prezzi, chi progetta le filiere e chi, in ultima analisi, beneficia dei costi di produzione più bassi.

Made in Chitaly: la testimonianza che spiega tutto


Uno dei momenti più potenti di Report è stata la testimonianza di Andrea Parisi, titolare di Spectre Srl, azienda specializzata nella rifinitura dei tacchi per calzature di lusso.

Fino a poco tempo fa, Spectre dava lavoro a 34-35 persone e lavorava per tutti i grandi brand del lusso. Oggi sono rimasti solo tre dipendenti.

Parisi ha spiegato come i brand appaltino il lavoro ad aziende che non possiedono macchinari, le quali a loro volta subappaltano – in nero – a laboratori cinesi in grado di produrre decine di migliaia di pezzi a prezzi economicamente impossibili in condizioni legali.

Un tacco pagato 0,80€ al pezzo (1,60€ a paio), ha spiegato, dovrebbe costare almeno il doppio. Questo meccanismo di prezzi spinge fuori dal mercato i produttori italiani in regola, privandoli di commesse, fatturato e manodopera qualificata.

“La perdita più grave”, ha detto Parisi, “è la nostra forza lavoro”. Fare concorrenza, ha spiegato, è impossibile a meno di non essere disposti a infrangere la legge.

Le parole più toccanti di Andrea Parisi:

“Il settore della moda in Italia non esiste più. Ma noi in questo momento non abbiamo neanche più le armi per lottare, come facciamo ad andare avanti? I nostri lavoratori devono mettersi in condizioni ‘modello Vietnam’? Ma dove siamo arrivati? Dietro al subappalto si nasconde il lavoro nero, si nasconde il precariato, lo sfruttamento. Va abolito, punto, ma va fatto domani mattina. È Made in Italy se si rispetta l’etica dei lavoratori. Oppure scrivete nei prodotti ‘Made in Italy 50%’, almeno raccontate la verità.”

Un sistema strutturale, non un’anomalia


L’idea di servire prodotti di lusso a tutti ha generato questo sistema. Il cosiddetto lusso democratico.

Come ha detto Della Valle: Noi viviamo perché la gente ci riconosce una qualità assoluta. Quanta gente si compra una mia borsa, un paio di scarpe? Molti hanno il denaro per farlo, poi c’è qualcuno che gli piace, non avrebbe il denaro, fa un sacrificio e a questa gente qui non gli puoi dire: “tu che ti fai un mazzo così per poterti comprare ‘sta robetta, questi qui sono dei paraculi”.

Quindi i brand offrono prodotti entry-price mentre, allo stesso tempo, tagliano i costi il più possibile per massimizzare i profitti. Diciamolo chiaramente: l’idea del lusso democratico è contraddittoria quanto la democrazia illiberale: non esiste. O è una cosa o è l’altra.

Come ha detto Luca Bertazzoni di Report:

“Il punto è che quelle ditte cinesi che la presidente Meloni dice di combattere sono ormai parte integrante del sistema e continuano ad essere richieste dai grandi marchi della moda per massimizzare i profitti. È il caso del signor Yang che avevamo incontrato un anno fa dopo che i carabinieri avevano trovato delle borse di Dior dentro il suo opificio di Opera dove venivano sfruttati i lavoratori”.

Gian Gaetano Bellavia – esperto di diritto penale dell’economia, ha spiegato ulteriormente: “L’italiano che prende l’appalto si tiene sempre il suo margine, è il cinese che deve contrarre il margine. Allora il cinese magari va dal pakistano, no? Che è più disgraziato del cinese.”

Questo sistema non si limita a borse o calzature, né è un’eccezione. Inoltre, non è solo una questione italiana – Dior è forse un marchio italiano? E non è LVMH propietaria di Loro Piana? Il problema è strutturale e globale. Per essere chiari, esiste anche al di fuori della moda. In ogni caso, questa estensione non è un fattore attenuante, ma aggravante.

Come ha notato Bellavia, è una “guerra tra poveri per servire i ricchi”. Chi sta in alto rimane in silenzio, protetto dalla distanza, dalla complessità e dall’ambiguità legale.

Riflessioni finali


In conclusione, questo sistema operativo non è nuovo. Come giovani donne che lavoravano nella moda alla fine degli anni ’90, ne abbiamo visto il consolidamento graduale. Per oltre vent’anni ha prevalso l’opacità. Se l’abbiamo visto noi, come è possibile che mai nessuno si è interrogato su cosa stesse accadendo?

Oggi, invece di smantellare il sistema, il governo italiano propone uno scudo legale per il lusso.

Ma quando i prodotti di lusso sono realizzati attraverso lo sfruttamento, chi è responsabile? L’ultimo anello della catena? Davvero? Oppure chi decide di massimizzare i profitti comprimendo i costi di produzione dall’alto verso il basso?

Se la manifattura italiana è stata decimata, la responsabilità è sia delle scelte politiche che delle strategie dei brand. Addossare la colpa dello sfruttamento del lavoro ai soli anelli più deboli della catena non è solo disonesto, è vergognoso.

Uno scudo legale non è la soluzione. Queste aziende hanno denaro, potere e struttura. Devono essere responsabili delle condizioni dei lavoratori e della realtà dietro i loro prodotti. Scegliere di ignorare significa rinunciare alla responsabilità.

Luca Bertazzoni ha indicato una direzione definitiva:

“Se l’alta moda rinunciasse alla catena di subappalti che le consente di fare profitti producendo a prezzi stracciati, potrebbero tornare a lavorare gli artigiani italiani nel rispetto dei diritti degli operai.”

Quindi, dimenticatevi lo scudo legale per il lusso. La vera soluzione è chiara: smantellare le catene di subappalto che permettono ai brand del lusso di trarre profitto dal lavoro a bassissimo costo. Solo allora gli artigiani italiani potranno tornare a lavorare in condizioni che rispettino la dignità e i diritti.

Etica. Equità. Pari opportunità.

E che i brand siano finalmente chiamati a rispondere.

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Enlightenment di Lidewij Edelkoort: moda come specchio della cultura

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Previsione delle tendenze oltre lo stile: società, spirito, e la ricerca di conforto in un mondo frammentato


Enlightenment è il recente webinar di Lidewij Edelkoort, la rinomata trend forecaster — un dono spirituale, come lei stessa l’ha descritto. E, a giudicare dal vasto pubblico globale che ha attirato, un dono di cui si sentiva davvero bisogno. Molti partecipanti l’hanno ringraziata alla fine; tanto che la stessa Edelkoort è apparsa profondamente commossa.

Spesso ci piace dire che la moda è cultura — più precisamente, che la moda è una lente attraverso cui possiamo analizzare la società. Questo webinar ne è stata una chiara dimostrazione pratica.

L’approccio di Edelkoort al trdn forecasting, cioè alla previsione delle tendenze va ben oltre l’abbigliamento. Esplora in profondità abitudini, costumi, valori e stili di vita. Non si tratta più di quale colore o silhouette sarà di moda, ma del perché un colore, una forma o un tessuto risuonino in un particolare momento storico. Nel suo nucleo, il suo metodo è sociologico — ma anche profondamente psicologico e filosofico.

La presentazione si è aperta con una previsione scritta quasi un decennio fa, che suona ancora tristemente attuale:

Mai prima d’ora le persone si sono sentite così maltrattate e abbandonate. La società è in perdita, con tensioni sempre più forti tra ricchi e poveri, uomini e donne, giovani e anziani, intellettuali e operai, bianchi e neri. Sentiamo dolore per il nostro pianeta e rabbia per le generazioni future. Ci sentiamo impotenti di fronte a molteplici dittatori che governano i loro paesi come repubbliche delle banane. Proviamo indignazione per il sacrificio della vita dei neri, la sparatoria dei nostri figli o l’uccisione di persone innocenti. Il nostro vicino è il nostro nemico, il nostro insegnante è la nostra nemesi, il nostro paese è la nostra maledizione — e come eviteremo la guerra civile?

In un mondo dove le persone si sentono ferite, insicure e abbandonate, la ricerca di conforto, sollievo ed equilibrio interiore è diventata presante. L’obiettivo, suggerisce Edelkoort, è guarire la società — e, nel farlo, favorire un altro tipo di moda.

Le attuali tensioni sociali — solitudine, frustrazione, instabilità politica — stanno spingendo a un ritorno alla spiritualità. Una affermazione ci ha colpito in particolare: “L’empatia è una questione politica.” Sembra lo slogan emblematico del nostro tempo.

Enlightenment di Lidewij Edelkoort: ispirazione per il conforto


È cruciale notare che questi temi furono presentati per la prima volta oltre dieci anni fa e originariamente previsti per l’Autunno/Inverno 2019–2020. Questo rivela quanto tempo impieghino le macro-tendenze a materializzarsi — come semi che hanno bisogno di anni per crescere. Oggi, sembrano incredibilmente più attuali.

Edelkoort ha inquadrato sedici temi interconnessi come lenti attraverso cui interpretare la società contemporanea: ascetismo, monasticismo, shakerismo, meditativismo, taoismo, shintoismo, krishnaismo, druidismo, animismo, voodoo, misticismo, occultismo, romanticismo, kama sutra, universalismo e papismo.

Ognuno rappresenta un modo diverso in cui gli esseri umani cercano significato, connessione e conforto in un mondo instabile. Ognuno porta anche il proprio linguaggio visivo e tattile — artigianato, forme, colori, materiali — che gradualmente filtra nel modo in cui ci vestiamo e viviamo.

A prima vista, questi temi possono apparire distanti dalla moda. Eppure influenzano profondamente come le persone consumano, si comportano ed esprimono se stesse.

Il trend report Enlightenment di Lidewij Edelkoort ha ispirato questa immagine contemplativa. Una donna è assorta in quieta introspezione, la sua forma è morbidamente avvolta e oscurata da veli sovrapposti e tessuti naturali e materici, come lino e lana grezza. L'immagine evoca temi di consolazione, ricerca interiore e semplicità monastica in un mondo frammentato.

Di seguito, alcuni appunti su come si traducono nell’abbigliamento e nella cultura:

  • Ascetismo: consumo ridotto e consapevole; stratificazioni; abiti semplici; colori caldi e sofisticati. Intarsi, sovrapposizioni di lana e lino, o lana e cotone. Dettagli minimali.
  • Monasticismo: la ricerca della pace interiore e della concentrazione. Spiritualità. Abbigliamento minimale, lana e lino morbidi. Cappucci, orli irregolari, calzini, maniche lunghissime. Giallo sporco.
  • Shakerismo: costruzione di una comunità, compiti condivisi, semplicità. Gonne belle, cuffiette. Bianco e nero. Pizzi e minuscoli dettagli.
  • Meditativismo: concentrazione interiore; riequilibrare l’aggressività della vita quotidiana. Benessere elevato. Rosso scuro, abiti che avvolgono il corpo.
  • Taoismo: comprendere la vita e discernere il futuro. Yin e yang. Ripetizione. Semplicità.
  • Shintoismo: influenza giapponese. Contrasto bianco e nero. Abiti rituali. Moda grafica e sobria. Kimono contemporanei.
  • Krishnaismo: arancione, layering e drappeggi. Tunica, pantaloni fluidi, ricami.
  • Druidismo: rituali celtici. Irlanda e Scozia. Eco-guerrieri che proteggono il mondo naturale. Country punk. Soli con la natura. Tessuti a quadri, coperte, patchwork, pellicce sintetiche.
  • Animismo: il pianeta come entità olistica. Riferimenti ancestrali. Pelli, piume, feltro.
  • Voodoo: silhouette e simbolismo ispirati ai rituali. Design elaborato. Mix audaci di colori e pattern.
  • Misticismo: un percorso verso l’illuminazione. Tessiture ricche, strati fluidi, colori profondi. Forme trascendenti, tessuti allegorici.
  • Occultismo: mistero, alchimia. Motivi come occhi e stelle. Abiti intrisi di significati nascosti.
  • Romanticismo: morbidezza, fluidità, tessuti fluenti. Pizzo, balze, fiocchi. Silhouette femminili.
  • Kama Sutra: sensualità; celebrazione del piacere e della bellezza. Indumenti appena accennati. Beige carne.
  • Universalismo: unità tra culture, generi e religioni. La diversità celebrata. Un arcobaleno di influenze, texture, colori e stampe.
    Da questa sezione proviene la slide: “L’empatia è una questione politica.”
  • Papismo: la figura paterna spirituale. La ricerca umana di significato, guida e comunità. Abiti papali, rosso cardinale. Tuniche fluenti, mantelli, spalline, ricami.

In breve

Attraverso questa lente, la moda diventa uno specchio di correnti sociali più profonde. Le persone sono attratte da abiti che offrono comfort, autenticità e risonanza emotiva. La previsione delle tendenze, quindi, diventa meno una questione di stile superficiale e più una comprensione dei bisogni, delle paure e delle aspirazioni umane.

Riflessioni finali


Sullo sfondo di questa frattura e inquietudine, Enlightenment emerge non come un tradizionale rapporto sulle tendenze, ma come una risposta — una ricerca di risposte su chi siamo e dove stiamo andando. In un’era segnata dalla perdita della religione, della tradizione e degli spazi comunitari, le persone sono lasciate senza luoghi dove riunirsi, celebrare o trovare conforto. Questi temi rispondono direttamente a quell’assenza.

Rappresentano una svolta collettiva sia verso l’interno che verso l’esterno: verso la spiritualità, il rituale, la comunità e il significato.

Enlightenment di Lidewij Edelkoort mostra che la moda è più di un riflesso del gusto. È uno specchio della società, della psiche e dello spirito. In un mondo frammentato — dove i vicini sembrano nemici e il futuro sembra minacciato — queste tendenze segnalano una profonda ricerca umana: di conforto, di connessione, di significato oltre il materiale.

Il webinar era, in essenza, un appello per una moda migliore — e quindi, un mondo migliore. Una moda intrisa di significato. Moda come una forma di terapia culturale: un modo per vestire non solo il corpo, ma l’anima di un’epoca.

Comprendere queste correnti può essere l’unico modo per realizzare un cambiamento significativo nella moda, nella cultura e nel comportamento umano.

E forse, per cominciare a guarirli.

Enlightenment di Lidewij Edelkoort: moda come specchio della cultura Leggi tutto »