contemporary culture

Donne nell’industria della moda: calo dell’1,2% nei ruoli dirigenziali prova l’esclusione sistemica

Reading Time: 4 minutes

La moda non è un lavoro per donne: l’Italia sta perdendo leader femminili nel settore


La narrazione sulle donne nell’industria della moda è sempre stata un paradosso: un settore trainato dalle donne, ma guidato dagli uomini. I nuovi dati rivelano un calo dell’1,2% nella rappresentanza femminile nei ruoli dirigenziali del settore moda in Italia. Non è solo una statistica: è la prova che la moda non è un lavoro per donne nei ruoli decisionali.

Le donne restano emarginate non solo nei ruoli di direttore creativo – dove sono ancora una netta minoranza – ma in tutte le posizioni di comando. La disuguaglianza di genere è innegabile.

Il quadro generale: la leadership femminile si riduce


Nonostante cinque anni di progressi, la rappresentanza femminile nei ruoli apicali aziendali è diminuita. Il report Women and Fashion: The 2024 Barometer (un osservatorio promosso da PwC Italia in collaborazione con Il Foglio della Moda) mostra che meno di una posizione dirigenziale su tre nel fashion italiano è occupata da donne. (Pambianco).

La quinta edizione dello studio ha esaminato la presenza femminile lungo l’intera filiera moda, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo, su un campione di 106 aziende associate alla Camera Nazionale della Moda Italiana (CNMI). Nel 2024, le donne ricoprivano il 30,6% dei ruoli di governo, in calo rispetto al 30,9% del 2023.

Il paradosso della forza lavoro: donne in basso, uomini in alto


I numeri diventano ancora più preoccupanti a livello di consiglio di amministrazione, dove la percentuale scende ulteriormente: solo il 25,8% di rappresentanza femminile nel 2024, contro il 27% dell’anno precedente – un calo di 1,2 punti percentuali. Guardando al passaggio dal 2023 al 2024, i dati evidenziano una tendenza allarmante.

Ma scendendo lungo la piramide del settore verso la forza lavoro più ampia, la rappresentanza femminile è ben più evidente. Nel 2023, le donne costituivano il 59,3% dell’occupazione totale nei settori tessile e abbigliamento. Per quanto riguarda i ruoli, la concentrazione più alta di donne si trova tra gli impiegati amministrativi, dove rappresentano il 59,1%. Nel solo settore dell’abbigliamento, la percentuale sale al 73,8%. Le donne rappresentano inoltre il 45,7% dei lavoratori nel tessile e il 64,3% nell’abbigliamento.

Tuttavia, la loro presenza cala drasticamente nei ruoli esecutivi e manageriali.

Nel settore delle concerie e degli accessori, le donne costituiscono il 49,6% degli occupati. Di queste, il 70,5% svolge ruoli operativi, il 27,5% ruoli amministrativi, e solo il 2% ruoli dirigenziali.

L’eccezione (PMI) contro la regola (grandi marchi)


Ci sono però segnali incoraggianti dal mondo delle PMI. Nelle piccole e medie imprese – spesso a conduzione familiare – quasi tre CEO su quattro sono donne. Le aziende a gestione familiare sfuggono alla regola, ma nei grandi brand della moda, la leadership maschile rimane la norma.

Quanto ai settori in cui le donne occupano ruoli manageriali, si concentrano soprattutto in produzione (19%), amministrazione e contabilità (16%), design (12%) e vendite (10%).

Donne nell’industria della moda: il divario nei ruoli creativi


Anche nei ruoli creativi—dove si presume che l’influenza femminile sia forte – gli uomini dominano la scena. Uno studio condotto dal British Fashion Council (BFC) ha rilevato che solo il 14% dei direttori creativi nei brand di lusso in Europa e Nord America sono donne, con una rappresentanza ancora più bassa per le minoranze.
Solo l’1% di questi ruoli è ricoperto da persone provenienti da gruppi minoritari. In particolare, le donne nere sono quasi assenti, evidenziando la necessità di una maggiore diversificazione.

Questo significa che, nonostante le donne siano grandi consumatrici di moda di lusso, le loro voci restano sottorappresentate ai vertici creativi.

Considerazioni finali: la moda non è un lavoro per donne


I numeri non mentono: la moda non è un lavoro per donne. Almeno, non ai vertici.

Il fashion gender gap italiano non solo persiste – si sta ampliando. Un calo dell’1,2% nella rappresentanza femminile nei ruoli dirigenziali può sembrare minimo, ma è il sintomo di un problema ben più profondo: un’industria costruita sul lavoro delle donne che continua a negare loro il potere.

Perché?

  • Alla base, le donne dominano la forza lavoro (59,3%).
  • Nei board, sono una minoranza sempre più ristretta (25,8%).


Il risultato? La leadership nella moda resta un mondo maschile – anche se dietro ogni singola cucitura ci sono le mani delle donne.

Si dovrebbero imporre quote di genere? E perché tanti brand continuano a equiparare il genio creativo o la capacità gestionale alla mascolinità? Il settore ha un problema culturale di base?

Questi numeri non chiedono solo discussione, chiedono responsabilità.
Il settore finalmente ascolterà?

Donne nell’industria della moda: calo dell’1,2% nei ruoli dirigenziali prova l’esclusione sistemica Leggi tutto »

Tamborini (Confindustria Moda) al Luxury Summit: “All’Italia manca una politica industriale”

Reading Time: 3 minutes

Confindustria Moda e sindacati uniti a sostegno dell’industria della moda


Sergio Tamborini, presidente di Confindustria Moda – Federazione Tessile e Moda, è intervenuto al Luxury Summit de Il Sole 24 Ore dopo la firma del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro 2024–2027, avvenuta il 6 maggio. Le sue parole sono state un’ammissione di fallimento sistemico e un appello all’azione.

La crisi: “Siamo al quarto semestre negativo”


“Siamo al quarto semestre negativo consecutivo, non solo nel tessile e nell’abbigliamento, ma in tutto il settore moda, compresa la pelletteria, che è sotto forte pressione.”

Tamborini non ha usato mezzi termini: i settori tessile, abbigliamento e pelletteria sono sotto forti pressioni, senza alcun sollievo all’orizzonte. Ma il vero problema non è solo un calo ciclico: è un abbandono strutturale.

L’attore mancante: la politica


Tamborini ha sottolineato che il contratto non è stato frutto di una trattativa conflittuale:
“Non abbiamo firmato questo contratto da due lati opposti del tavolo. Per la prima volta, imprese e sindacati si sono trovati dalla stessa parte, perché manca un attore fondamentale la politica.”

Ha aggiunto:
Il Paese non ha una politica industriale, e non solo per questo settore: ci sono anche tematiche trasversali come l’energia.”

“Abbiamo capito chiaramente che la politica non è in grado di gestire questa situazione, perché non ha compreso questo settore. Forse perché ha parlato troppo a bassa voce per troppo tempo, a causa della sua frammentazione, visto che mancavano aziende leader capaci di rappresentare tutto il comparto, come la Fiat per l’automotive.”

Il settore moda italiano non ha un campione come la Fiat in grado di farsi ascoltare. Il risultato? Un governo che non ha capito il comparto, lasciandolo esposto a crisi energetiche, crolli nella supply chain e alla concorrenza globale.

L’allarme: “Rischiamo il buio totale”


Tamborini ha citato un recente blackout in Spagna come metafora di un possibile collasso sistemico. Quando si spezzano i legami chiave, tutto il sistema sprofonda nel buio. La filiera della moda italiana, frammentata e sottovalutata, rischia lo stesso destino.

“Come abbiamo visto con il blackout in Spagna, con queste reti interconnesse, quando si perdono i momenti di connessione, allora c’è il buio totale. E noi stiamo rischiando una condizione simile: se perdiamo pezzi della filiera, rischiamo di perdere l’intera filiera.”

La strategia: sindacati come alleati inattesi

Con l’assenza della politica, Tamborini ha annunciato un’alleanza senza precedenti: Confindustria Moda e i sindacati redigeranno una propria politica industriale da “presentare al governo”. Una ribellione strategica, o semplicemente il tentativo di colmare un vuoto politico?

Riflessione finale: l’ironia del “Made in Italy”


Tamborini ha espresso una frustrazione evidente: mentre i leader italiani celebrano le fashion week, ignorano la spina dorsale del settore. L’ironia? Un comparto che alimenta l’orgoglio nazionale sopravvive non grazie alla politica, ma nonostante essa.

“È bello andare alle sfilate. Ma poi bisogna rendersi conto che ci sono 600.000 persone impiegate in un settore che rappresenta la seconda base manifatturiera del Paese. Genera il 60% delle esportazioni e un saldo commerciale di 30 miliardi di euro. Noi non siamo riusciti a dirlo — ma loro non l’hanno capito.”

Esatto. Quando si spengono le luci sulla manifattura, anche le passerelle più brillanti finiscono nell’ombra.

Domanda ai lettori: La moda italiana riuscirà a sopravvivere all’indifferenza del governo? Oppure servirà un crollo totale per innescare il cambiamento?

Tamborini (Confindustria Moda) al Luxury Summit: “All’Italia manca una politica industriale” Leggi tutto »

Superfine: Tailoring Black Style – Il Met Gala si oppone all’agenda anti-DEI di Trump

Reading Time: 2 minutes

La moda in prima linea per difendere diversità, equità e inclusione


Superfine: Tailoring Black Style è il tema del Met Gala 2025. Una risposta diretta alla minaccia crescente verso Diversità, Equità e Inclusione (DEI) sotto l’influenza di Trump. Mentre la Trumpizzazione della politica alimenta divisioni nella cultura americana e oltre, l’industria globale della moda reagisce. Quest’anno, il Met Gala ha volutamente messo al centro la creatività nera. Questa versione del gala attirato la nostra attenzione perché vediamo la moda come cultura, e ci interessa decifrare i concetti e i messaggi cuciti negli abiti.

Il Met Gala: oltre lo spettacolo delle celebrità


Non siamo mai state grandi ammiratrici del Met Gala. In teoria una raccolta fondi per il Costume Institute del Metropolitan Museum of Art, l’evento si è trasformato in un eccesso di ostentazione per celebrities, lontano dall’eleganza autentica. Come ha detto Tom Ford: «È diventato una festa in maschera».

Ma quest’anno è successo qualcosa di diverso.

Superfine: Tailoring Black Style — moda come identità e resistenza


La msotra del 2025, Superfine: Tailoring Black Style, punta sul significato culturale, non solo sul teatrino delle star. Suddivisa in 12 sezioni, trae ispirazione dal libro di Monica L. Miller (Slaves to Fashion: Black Dandyism and the Styling of Black Diasporic Identity, 2009), esplorando il contributo dei designer afroamericani alla moda globale.

Il dress code, Tailored for You, era più di una scelta estetica: una dichiarazione d’identità. Come ha affermato Anna Wintour: «In questo momento politico, questa mostra e questo gala stanno dalla parte della comunità nera».

Una sfida alle politiche anti-DEI di Trump


La tempistica non è casuale. Nei primi 100 giorni di Trump, le iniziative DEI sono state smantellate, con tentativi di cancellare la storia nera dalle istituzioni culturali. La costumista premio Oscar Ruth Carter ha espresso una frustrazione condivisa: «Ci stanno portando via tutto».

Il Met Gala 2025 è stata una risposta diretta a questa cancellazione. Celebrando il contributo della comunità nera alla moda, ha opposto resistenza alle politiche regressive dell’amministrazione.

Considerazioni finali


Con Tailoring Black Style, il Met Gala non solo ha celebrato il ruolo della comunità nera nella moda, ma ha anche ribadito che la moda è un atto culturale e politico.

Mentre i principi DEI vengono attaccati, eventi come questo contano. Sono atti di resistenza, promemoria che la cultura non si può epurare. In questo spirito, siamo al fianco di chi rifiuta la Trumpizzazione della società e difende diversità, equità e inclusione.

Superfine: Tailoring Black Style – Il Met Gala si oppone all’agenda anti-DEI di Trump Leggi tutto »

Rivendicare la cultura europea: le vittime del casual

Reading Time: 3 minutes

Come l’Europa ha svenduto la sua identità culturale all’omologazione americana


Rivendicare la cultura europea è la risposta naturale alla deriva culturale intrapresa dall’America sotto Trump, segnalata da volgarità a scapito del pensiero, populismo e nazionalismo. È la reazione che ci si aspetta dall’Europa. Con il tempo, abbiamo perso la nostra identità culturale — persino il nostro senso dello stile — in nome di una presunta “libertà” che gli Stati Uniti hanno impacchettato e venduto al mondo.

In realtà, negli ultimi decenni, l’Europa ha subito un profondo cambiamento culturale, non dovuto solo all’immigrazione o alle ideologie progressiste, come molti sostengono. Una trasformazione più sottile ma più profonda risiede nella nostra resa all’omologazione culturale americana: consumismo estremo, cultura dell’usa-e-getta, il culto della comodità e l’ascesa dell’informalità performativa. Non si tratta solo di moda. Si tratta di valori. Il capitalismo, camuffato da libertà, ci ha sedotti —tutto in nome del profitto.

La perdita della forma, la perdita del significato


Storicamente, la cultura europea ha sempre valorizzato l’idea di forma: un’apprezzamento del rituale, dell’estetica e del contesto. Le buone maniere non erano sottomissione, ma codici condivisi di rispetto. Vestirsi in modo appropriato non era elitismo, ma cura. Per quanto possa sembrare banale, lo stile ha sempre riflesso valori precisi. I valori della nostra cultura. Ora, invece, tutto deve essere veloce, rumoroso e facile. La formalità è derisa come antiquata; lo sforzo, scambiato per snobismo.
Ciò che stiamo vivendo è la lenta scomparsa della sfumatura, la morte del come a favore del “purché funzioni”.

Il sogno americano, esportato


Abbiamo adottato il linguaggio della libertà, ma ne abbiamo svuotato il significato. In nome di una presunta democratizzazione, abbiamo abbracciato la casualità non come un’opzione ma come regola. E con essa, è arrivato un appiattimento del gusto, del linguaggio, persino del pensiero. La distintività europea — ricca di contraddizioni, eleganza e complessità — viene ridotta a una massa omogenea. Abbiamo scambiato l’informalità per progresso. Pasolini, sempre profetico, ci aveva avvertiti: “e soprattutto la sua frenesia, per così dire cosmica, di agire — in definitiva, lo ‘Sviluppo’: produrre e consumare” — il nuovo potere che illude le masse.

Valori ed eleganza come resistenza: difendere la diversità


Rivendicare la cultura europea non significa escludere o regredire, significa resistere alla cancellazione. La vera diversità, dopotutto, fiorisce solo quando le radici restano intatte. Valori, eleganza, buone maniere, codici non sono relitti coloniali, ma strumenti di connessione umana, forgiati nei secoli. Abbandonarli non ci rende più liberi, ci rende amorfi.

Considerazioni finali


Se l’Europa vuole resistere all’omologazione culturale, deve rifiutare questa vuota imitazione dell’americanizzazione. Perciò, di fronte alla deriva culturale americana, rivendicare la cultura europea non è nostalgia — è sopravvivenza.

La prossima volta che applaudiamo chi si presenta in tuta o pigiama in luoghi che richiedono un abbigliamento appropriato, chiediamoci: stiamo davvero celebrando la libertà? O ci stiamo inchinando a un nuovo conformismo, spacciato per liberazione?
In definitiva, i futuro dell’Europa potrebbe dipendere dalla riscoperta del valore della forma non come rigidità, ma come intenzione. Una cultura che conosce la propria profondità non ha bisogno di imitare nessuno. Deve solo ricordarsi chi è.

Rivendicare la cultura europea: le vittime del casual Leggi tutto »

La scomparsa della civiltà: eleganza, buone maniere e il mito della democratizzazione

Reading Time: 3 minutes

Come la società contemporanea confonde la libertà con l’erosione delle buone maniere


Non si può fare a meno di riflettere sulla scomparsa della civiltà, e la crescente confusione tra eleganza, buone maniere e il mito della democratizzazione.

Le buone maniere hanno sempre incluso il vestire in modo appropriato al luogo e all’occasione. Eppure, quando si affronta questo tema, la risposta è spesso una critica in nome della democratizzazione. Oggi, questa nozione viene sempre più bollata come antiquata, persino oppressiva. La mancanza di educazione, un progressivo allentamento dei codici comportamentali – dai luoghi di lavoro ai matrimoni – viene giustificata da un erroneo senso di libertà e uguaglianza. Come se eliminare le regole fosse un atto di liberazione, anziché un indebolimento del nostro tessuto sociale condiviso.

La civiltà, come l’eleganza, non ha nulla a che fare con la ricchezza.

Buone maniere ed eleganza vs. ricchezza


Questo riflette la confusione fondamentale della nostra epoca: scambiare la libertà per negligenza e la democrazia per l’appiattimento di ogni sfumatura. Le buone maniere – che includono anche il saper vestire in modo appropriato al contesto – sono una forma di rispetto, verso sé stessi e verso gli altri. Non richiedono lusso, solo intenzione. Costituiscono un linguaggio silenzioso che comunica attenzione, consapevolezza e sensibilità sociale. Non hanno nulla a che fare con la ricchezza materiale, ma con una ricchezza interiore. Cioè, la capacità di abitare il mondo con grazia.

Eppure oggi, qualsiasi codice o standard viene accolto con sospetto – come se fosse elitario o esclusivo. La benintenzionata spinta all’inclusività ha paradossalmente normalizzato l’indifferenza. La sciatteria indossa la maschera dell’autenticità; la trascuratezza si atteggia a ribellione, come se fossero simboli di liberazione o progresso. Abbiamo dimenticato che la vera democratizzazione non è “nessuna regola”, ma garantire che tutti abbiano accesso agli strumenti per compiere scelte consapevoli.

Le buone maniere o l’eleganza non sono privilegi di pochi, né legate alla ricchezza. Sono patrimonio di chi sceglie di coltivarle, e questo vale anche per il modo in cui ci vestiamo.

Il mondo è pieno di miliardari privi di alcuna traccia di eleganza. Ed è proprio questo il punto: sono valori, non merci. Eppure, in un’epoca in cui tutto viene misurato in termini economici, perdiamo di vista tutto ciò che non può essere comprato. E che, paradossalmente, vale molto più di qualsiasi cosa acquistabile.

Le convenzioni sociali – compresi i codici di abbigliamento – non sono gabbie, ma coordinate culturali che permettono una convivenza più armoniosa. Abbandonarle in nome dell’autenticità o della spontaneità senza filtri spesso significa rinunciare a quel sottile tessuto di rispetto reciproco che tiene unita la vita sociale.

Considerazioni finali


La vera democrazia non abolisce la civiltà – la rende accessibile a tutti. In fondo, le buone maniere e l’eleganza non sono altro che espressioni di attenzione, empatia e cura. Valori che non hanno nulla a che fare con la classe sociale, e tutto a che fare con la qualità umana.

A proposito della scomparsa della civiltà, Pier Paolo Pasolini disse una volta:

«La volgarità è la massima espressione del conformismo.»

Le sue parole ci ricordano che quando lo smantellamento degli standard viene scambiato per progresso, rischiamo di sostituire la vera libertà con una sua rappresentazione superficiale. Ciò che perdiamo non è solo la formalità, ma una cultura radicata nel significato. Una cultura in cui la cura, l’eleganza e l’attenzione non erano gesti elitari, ma segni di rispetto.
Al loro posto, ereditiamo una casualità performativa. L’indifferenza ora si spaccia per autenticità.

La scomparsa della civiltà: eleganza, buone maniere e il mito della democratizzazione Leggi tutto »