Valentino Bags Lab indagata dal Tribunale di Milano

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Subappalti: un sistema di filiera costruito sulla negazione


Valentino è l’ultimo marchio finito sotto la lente del Tribunale di Milano.
Precisamente, Valentino Bags Lab Srl – una controllata della maison romana che produce borse e articoli da viaggio – è indagata per aver subappaltato la produzione a laboratori cinesi che avrebbero sfruttato i lavoratori.

Secondo un decreto di 30 pagine riportato da Reuters, i giudici delle misure preventive hanno nominato un amministratore giudiziario per un anno alla società d’investimento di Mayhoola (la holding del Qatar che controlla Valentino), per non aver garantito “adeguati controlli sulle condizioni di lavoro o sulle capacità tecniche dei fornitori”.

Il Nucleo Carabinieri Ispettorato del Lavoro di Milano ha ispezionato sette fabbriche subappaltatrici di proprietà cinese alla periferia della città, impegnate nella produzione di borse Valentino. Sono stati individuati 67 lavoratori, di cui sette non dichiarati e tre privi di documenti. Il rapporto dei Carabinieri descrive condizioni di sfruttamento: salari inferiori al minimo, orari di lavoro eccessivi, ambienti non sicuri e dormitori illegali con gravi carenze igieniche.

Questa è la quarta indagine che scuote l’industria del lusso, dopo i casi di Alviero Martini SpA, Giorgio Armani Operations e Manufactures Dior – tutti successivamente revocati.

Subappalti: un sistema di filiera costruito sulla negazione


Il sistema dei subappalti a basso costo non è guidato solo dai grandi marchi che puntano a massimizzare i margini di profitto, anche i produttori operano secondo la stessa logica. È una pratica nota e diffusa nell’intero settore: tutti la conoscono, ma fingono che non esista. Tutti scaricano le responsabilità. Nessuno sembra mai sapere nulla.

Per aumentare i profitti, i brand impongono costi di produzione sempre più bassi. A loro volta, i produttori devono preservare i propri margini, e quindi esternalizzano a terze parti. Ne derivano catene di subappalti sempre più estese e opache, spesso senza alcun controllo. La produzione viene esternalizzata e i marchi rinunciano al controllo delle proprie filiere – volontariamente o per “costruzione”.

Oltre la moda: un sintomo del capitalismo


Il sistema dei subappalti – soprattutto quelli a basso costo e opachi – non è esclusivo dell’industria della moda. È il sintomo di una dinamica capitalista più ampia, fondata su estrazione, sfruttamento e opacità sistemica. In particolare:

1. Una pratica tipica del capitalismo estrattivo
Si basa su un modello in cui la massimizzazione del profitto supera ogni altra priorità: trasparenza, diritti dei lavoratori, responsabilità ambientale. Il subappalto consente alle aziende di:

  • Ridurre la responsabilità diretta
  • Tagliare i costi
  • Evitare regolamentazioni o sindacati
  • Rivendicare l’ignoranza in caso di abusi esposti (la cosiddetta “plausible deniability”)

Questa logica è diffusa in settori come edilizia, elettronica, agricoltura, logistica e ovviamente moda. Ovunque il lavoro possa essere spostato dove costa meno ed è meno tutelato.

2. Un fenomeno amplificato nella moda
La moda incarna perfettamente questo sistema per vari motivi:

  • I cicli stagionali rapidi e la domanda costante di novità impongono produzioni sempre più veloci ed economiche.
  • Le filiere globali, frammentate e complesse rendono difficile la tracciabilità.
  • I modelli di business basati sul brand fanno sì che i marchi spesso non possiedano le fabbriche da cui dipendono, distanziandosi così dalle condizioni di lavoro.
  • Il marketing prevale sulla manifattura: i marchi investono più in immagine e narrazione che nel garantire dove e come vengono prodotti i loro articoli.

Dunque, anche se la moda non ha inventato questo sistema, lo amplifica – diventando una delle espressioni più evidenti della coscienza esternalizzata del capitalismo.

Considerazioni finali


Valentino è solo l’ultimo di una lunga lista di grandi marchi coinvolti in una rete di sfruttamento. Ma il problema non è un singolo brand: è il sistema stesso.

Lo scandalo in corso mina la narrazione accuratamente costruita dell’industria del lusso. I prezzi elevati sono in parte giustificati dalla promessa del Made in Italy: artigianalità, qualità, produzione etica. Ora, questa promessa risuona vuota. La crescente popolarità su TikTok di video-denuncia sulle borse di lusso “Made in China” riflette una disillusione più ampia.
La gente si sta svegliando di fronte al divario tra racconto e realtà.

Non si tratta di poche mele marce. Si tratta di un albero malato.

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