cambiamento climatico

Azione climatica e la nuova materialità: quando il rischio climatico diventa una crisi del profitto

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Perché il rischio climatico non è più una questione di sostenibilità, ma una questione finanziaria


Cosa rende le aziende veramente sensibili all’azione climatica?

Il profitto.

Non la pressione morale.
Non le campagne di sensibilizzazione.
Nemmeno l’indignazione pubblica.

Il profitto.

Ed è proprio per questo che il nuovo report, The Cost of Inaction (Il costo dell’inazione), dell’Apparel Impact Institute (AII), ha un sapore diverso. Non fa appello alla coscienza. Parla l’unica lingua che i consigli di amministrazione comprendono sempre: la sopravvivenza finanziaria.

La nuova materialità: dalla responsabilità alla necessità finanziaria


Per anni, l’industria della moda ha discusso di target climatici, di percorsi verso le emissioni zero (net-zero) e per la decarbonizzazione. Il vocabolario è stato raffinato. Gli impegni si sono moltiplicati – e con loro, anche il greenwashing.

Ma la consapevolezza senza azioni strutturali cambia ben poco. (Avevamo parlato del divario tra conoscenza e azione qui).

Questo report sposta la narrazione. Il rischio climatico viene tradotto in numeri. E i numeri non sono simbolici.

  • I margini operativi potrebbero ridursi fino al 34% entro il 2030
  • Le perdite potrebbero raggiungere il 67% entro il 2040
  • In uno scenario di transizione verso le emissioni zero, l’industria della moda, che vale 1.770 miliardi di dollari, potrebbe perdere fino al 70% del suo valore entro il 2040

Non si tratta più di “fare meglio”.
Si tratta di rimanere economicamente vitali.

Le tre pressioni che ridefiniranno la moda


Il report identifica tre principali rischi finanziari:

  1. L’aumento del prezzo del carbonio
  2. L’incremento dei costi delle materie prime
  3. L’aumento e la maggiore volatilità dei prezzi energetici

Il messaggio è chiaro: ritardare la transizione energetica aumenta l’esposizione al rischio. Gli operatori tradizionali, fortemente dipendenti dai combustibili fossili e dal carbone, dovranno far fronte a costi moltiplicati.

La volatilità climatica non è uno scenario futuro.
È un fattore di costo già integrato nelle catene di fornitura.

La parte più interessante: agire conviene


Il report non è apocalittico. È pragmatico.

Dimostra che gli investimenti tempestivi – in particolare nella decarbonizzazione dei fornitori – creano resilienza e proteggono i margini.

Miglioramenti incrementali come:

  • Efficienza energetica
  • Sistemi di recupero del calore
  • Elettrificazione
  • Adozione di energie rinnovabili

possono portare a significativi benefici a breve termine, costruendo al contempo competitività a lungo termine. Il report consiglia ai CFO di considerare questi interventi non come costi, ma come allocazioni di capitale che stabilizzano il Costo del Venduto (COGS) e proteggono l’EBIT – una prospettiva che trasforma una spesa per la sostenibilità in una strategia di difesa dei margini.

Le aziende che metteranno in sicurezza le loro catene di fornitura e disaccoppieranno la redditività dagli input sensibili al clima potrebbero trovarsi ad affrontare un’esposizione da quattro a cinque volte inferiore entro il 2040.

Questo non è attivismo.
È strategia finanziaria.

I CFO al centro


Uno degli aspetti più rivelatori del report sono i destinatari: i direttori finanziari (CFO) e i team finanziari.

La strategia climatica non è più confinata ai dipartimenti di sostenibilità. Ora appartiene alle decisioni di allocazione del capitale, alla modulazione del rischio e alle discussioni di governance.

Kristina Elinder Liljas di AII descrive il report come un modo per mettere un “cartellino del prezzo” sulla transizione ritardata verso le emissioni zero. E questa espressione è importante. Perché una volta che un rischio ha un prezzo, non può più essere ignorato.

Persino i leader del settore – come il Gruppo H&M – riconoscono che la consapevolezza senza azioni decisive non permetterà di raggiungere gli obiettivi basati sulla scienza – un’ammissione notevole da parte di un’azienda che rappresenta il modello di business del fast fashion.

Infatti, quando si parla di sostenibilità e cambiamento climatico, il fast fashion rivela un paradosso sorprendente. Il modello di sovrapproduzione rimane intatto – come se fosse neutrale, inevitabile. Eppure, scegliere di non cambiare è di per sé un forte atto di scelta. La prospettiva del fast fashion non è solo limitata; è intrinsecamente viziata. Il punto centrale è che mantenere inalterato un modello di business basato sulla sovrapproduzione non è un’opzione praticabile; è la barriera stessa che impedisce un vero progresso.

Azione climatica: la collaborazione non è un’opzione


Il report sottolinea l’importanza del co-finanziamento e dell’investimento collettivo. Le catene di fornitura sono ecosistemi interconnessi. Un singolo attore da solo non può stabilizzare il sistema.

Lewis Perkins, CEO di AII, sottolinea che mantenere la stabilità del business in un mondo sconvolto dal clima richiede una cooperazione a livello industriale, incanalata attraverso iniziative come il Fashion Climate Fund di AII, che mette in comune il capitale dei brand per ridurre il rischio e accelerare gli investimenti a livello di fornitori.

Questa è forse la verità scomoda: la resilienza è uno sforzo collettivo.

Oltre la moda


Sebbene incentrato sull’abbigliamento, il messaggio sull’azione climatica si estende ben oltre il mondo della moda.

Qualsiasi industria che rimanda la mitigazione climatica non sta proteggendo i propri profitti. Sta accumulando rischio.

Il costo dell’inazione non è astratto.
È misurabile.
E si accumula.

Una riflessione finale


Per anni abbiamo inquadrato la sostenibilità come un’evoluzione etica. Forse parlavamo la lingua sbagliata. L’etica, a quanto pare, è passata di moda.

Se il profitto è ciò che effettivamente muove le aziende, allora forse questo è il vero punto di svolta: l’azione climatica non riguarda più la virtù.

Riguarda la sopravvivenza.

E quando la sopravvivenza diventa la questione centrale, l’esitazione diventa la scelta più costosa di tutte.

Ma rimane un’ulitma nota ironica: le stesse aziende il cui business dipende dalla sovrapproduzione incessante sono ora presentate come gli artefici della soluzione. Chi ha costruito il problema potrà davvero offrire la cura — o saranno sempre il profitto e l’abitudine a prevalere?

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Milano Cortina: la neve ha bisogno di freddo, non di petrolio

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La scomoda verità dietro le Olimpiadi Invernali “sostenibili” e “neutrali”


C’è molto fermento nell’aria per le Olimpiadi di Milano Cortina. In effetti, i Giochi sono pensati per celebrare lo sport, il paesaggio e la cooperazione internazionale. Ci viene detto di celebrare la moda, il cibo, la cultura e le persone.

In realtà, questo evento rischia di diventare un altro lucido esercizio di greenwashing. E non solo. I Giochi rivelano anche una contraddizione più profonda e preoccupante: etica selettiva, esclusioni selettive, silenzio selettivo.

Gli sport invernali hanno bisogno di neve, non di combustibili fossili


Gli sport invernali dipendono dalla neve, dal ghiaccio e da temperature stabili. Eppure le Olimpiadi Invernali di Milano Cortina sono sponsorizzate da Eni, una delle più grandi compagnie di petrolio e gas d’Italia – un settore che alimenta direttamente la crisi climatica che minaccia l’esistenza stessa dell’inverno.

Questa contraddizione non è accidentale. È strategica.

Come ha dichiarato di recente Greenpeace Italia:

“Gli sport invernali hanno bisogno di neve, non di aziende inquinanti.”

Milano Cortina: quando lo sponsor diventa lavaggio di immagine


Sponsorizzazioni come queste non sono atti neutrali di sostegno. Sono strumenti per ripulirsi la reputazione, progettati per associare le corporation dei combustibili fossili a valori come resilienza, eccellenza e sostenibilità, distraendo l’attenzione dai danni ambientali causati dal loro core business.

La presenza di Eni alle Olimpiadi non riduce le emissioni.
Non protegge i ghiacciai.
Non salvaguarda gli ecosistemi montani.

Quello che fa è offrire un palcoscenico potente per riscrivere una narrazione.

La crisi climatica non è uno sfondo astratto


L’emergenza climatica sta già rimodellando gli sport invernali:

  • neve artificiale che sostituisce le nevicate naturali
  • stagioni accorciate e ghiacciai che si ritirano
  • pressione ambientale crescente su territori alpini fragili

Consentire alle aziende che contribuiscono attivamente al riscaldamento globale di sponsorizzare le Olimpiadi Invernali significa ignorare questa realtà – o peggio, normalizzarla.

Come afferma Greenpeace:

“Chi alimenta la crisi climatica, minacciando la sopravvivenza di ghiaccio e neve da cui i Giochi Invernali dipendono, non può essere sponsor dei Giochi.”

Questo non è estremismo. È coerenza.

La responsabilità del CIO


Il Comitato Olimpico Internazionale parla spesso la lingua della sostenibilità. Ma un linguaggio senza azione rimane solo branding.

Se il movimento olimpico vuole davvero proteggere il futuro degli sport invernali, deve prendere una posizione chiara e porre fine alle sponsorizzazioni da parte delle compagnie di petrolio e gas – proprio come un tempo furono vietate le sponsorizzazioni del tabacco dallo sport per ragioni etiche.

Alcune industrie sono semplicemente incompatibili con certi valori.
I combustibili fossili e le Olimpiadi Invernali sono uno di questi casi.

Un doppio standard vestito da neutralità


La Russia è fuori. Israele è dentro.

La giustificazione ufficiale per escludere la Russia dai Giochi Olimpici è stata la violazione del diritto internazionale e l’incompatibilità della guerra con i valori olimpici. Eppure, gli stessi principi sembrano dissolversi quando si tratta di Israele, nonostante le dimensioni di distruzione e le morti civili in Palestina superino di gran lunga molti conflitti passati che hanno portato a sanzioni.

Questa morale selettiva mina qualsiasi pretesa di neutralità. Quando lo sport sceglie il silenzio di fronte ad alcune atrocità e l’indignazione di fronte ad altre, smette di essere uno spazio di pace e diventa uno specchio dell’ipocrisia geopolitica.

Il disagio era impossibile da contenerlo del tutto. Infatti, durante la cerimonia di apertura, J.D. Vance è stato accolto da forti fischi dal pubblico – una rottura non pianificata nella recita della neutralità. Anche se le telecamere hanno cercato di gestire la narrazione, la reazione ha rivelato un divario crescente tra silenzio istituzionale e coscienza pubblica.

La parata di Israele è stata imbarazzante.
Altrettanto imbarazzante è stato il tentativo di cancellare Ghali attraverso inquadrature selettive delle telecamere – uno sforzo evidente per censurare preventivamente le sue parole e mettere a tacere la sua posizione filo-palestinese.

Ma non è davvero ancora chiaro che Israele stia commettendo un genocidio, come ampiamente documentato dagli osservatori per i diritti umani?

Ghali, Rodari e le parole che non dovrebbero mai essere censurate


Ghali ha recitato Promemoria, una poesia di Gianni Rodari:

“Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare,
preparare la tavola a mezzogiorno.

Ci sono cose da fare di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per sentire.

Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte,
né per mare né per terra:
per esempio, la GUERRA.”

Parole abbastanza semplici per un bambino. A quanto pare troppo pericolose per un palcoscenico.

Che futuro stiamo celebrando?


I principi olimpici sono eccellenza, rispetto e amicizia. Mirano a unire le persone attraverso lo sport, promuovendo pace, solidarietà e inclusione.

Eppure, questo è ciò che Ghali ha scritto più tardi su Instagram:

“Pace? Armonia? Umanità?
Non ho sentito nulla di tutto questo ieri sera, ma l’ho sentito attraverso i vostri messaggi.
Le persone sono ciò che conta veramente e in un tempo di tanto odio, vi prego di non giocare il loro gioco e di rispondete sempre come vorremmo il mondo fosse.
‘Ci sono cose che non si devono fare mai’.
Ghali

Oltre la bella facciata


In conclusione, possiamo celebrare l’italianità a Milano Cortina. Possiamo essere orgogliosi del nostro territorio, della cultura, della moda, del cibo, degli atleti e di tutto il resto. Ma questa potrebbe anche essere un’occasione per ripensare a come i grandi eventi si relazionano al territorio, al clima e alla responsabilità.

Invece, rischia di diventare un altro caso di studio su come la sostenibilità venga usata come parola decorativa – applicata dopo che il danno è stato fatto. Uno studio su belle facciate.

La neve non è una metafora.
Il ghiaccio non è un logo.
La crisi climatica non può essere risolta con una sponsorizzazione.

E l’umanità non è divisa in Serie A e Serie B.

Se ti hanno venduto le Olimpiadi Invernali come etiche e sostenibili, questo è greenwashing.

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COP30 a Belém: promesse climatiche contro politiche dei combustibili fossili

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Con 1.600 lobbisti — più numerosi delle delegazioni di molti Paesi— finanza e giustizia climatica sono a rischio


Con l’inizio della seconda settimana del vertice COP30 a Belém, in Brasile — nel cuore dell’Amazzonia — la posta in gioco diventa sempre più chiara e difficile da ignorare. Il mondo si trova di fronte a una contraddizione profonda: la necessità di azioni urgenti e radicali per affrontare temperature record collide con la presenza travolgente dello stesso settore all’origine della crisi. I dibattiti iniziali hanno preparato il terreno, ma ora iniziano i negoziati più difficili, che affronteranno sei questioni critiche per determinare se la COP30 porterà a un cambio di rotta o si limiterà a ripetere promesse vuote.

Questo difficile confronto si svolge sullo sfondo di una presenza senza precedenti di lobby. Con 1.600 lobbisti dei combustibili fossili — più numerosi delle delegazioni di molti Paesi — gli obiettivi di finanza e giustizia climatica sono già a rischio. È in questo contesto di influenza sproporzionata che i delegati affrontano un’agenda immensa e politicamente complessa.

Ecco, in sintesi, le sei questioni cruciali che decideranno le sorti del vertice.

Le sei questioni chiave della COP30


1. Fermare la febbre del pianete: la soglia di 1,5°C come ultimo baluardo.
I dati sono allarmanti. Gli attuali impegni nazionali portano il mondo su un percorso verso un riscaldamento catastrofico di 2,3–2,5°C. Infatti, superare l’obiettivo di 1,5°C è ormai quasi certo. Il compito a Belém è fare pressione sui paesi più inquinanti affinché riducano le emissioni in modo rapido e drastico. Limitando il superamento al minimo e per il minor tempo possibile. Tuttavia, questo sforzo è complicato dalla presenza di 1.600 lobbisti dei combustibili fossili. Infatti, la loro influenza rischia di affossare le ambizioni climatiche a porte chiuse.

2. Finanziamento dell’adattamento climatico: pagare per sopravvivere.
I paesi in via di sviluppo chiedono soluzioni all’ enorme divario finanziario che impedisce alle comunità già colpite da tempeste, siccità e innalzamento dei mari di proteggersi. La COP30 rappresenta la scadenza per concordare un nuovo obiettivo globale di finanziamento per l’adattamento. Ma successo significa garantire che i paesi vulnerabili possano costruire una resilienza reale. Urgenza che stona con il fatto che le lobby dei combustibili fossili superano in numero ogni delegazione nazionale, eccetto quella del Brasile.

3. Sbloccare finanziamenti da trilioni di dollari: dagli impegni ai progetti.
La sfida centrale resta trasformare i grandi impegni finanziari sul clima in flussi concreti e accessibili. Una roadmap proposta punta a mobilitare 1,3 trilioni di dollari l’anno entro il 2035 per i paesi in via di sviluppo. I negoziatori si concentreranno sulla riforma dei sistemi finanziari globali, in modo che i fondi pubblici possano attrarre investimenti privati. Ma questi dibattiti sul “denaro reale” avvengono accanto all’influenza significativa dei petrostati. Azerbaigian, Emirati Arabi Uniti ed Egitto — tutti grandi produttori di combustibili fossili — hanno ospitato le ultime tre COP.

Per un’analisi più approfondita di questa dinamica, leggi il nostro precedente articolo: È ora di rinunciare alle COP?

4. Soluzioni creative su scala: fari di speranza.
Nonostante la tensione politica, la COP30 funge anche da trampolino per iniziative concrete. Tra i punti salienti ci sono il programma Beat the Heat per il raffreddamento sostenibile, il Food Waste Breakthrough per ridurre le emissioni di metano e il Tropical Forest Forever Facility, progettato per pagare i paesi che preservano le foreste. Questi esempi mostrano cosa potrebbe ottenere un’azione climatica coordinata, se accompagnata dalla volontà politica.

5. Garantire una transizione giusta: il meccanismo d’azione di Belém.
Il passaggio a un’economia verde deve essere equo. Infatti, un importante risultato atteso è il Belém Action Mechanism for Just Transition. Ossia, un quadro pensato per supportare lavoratori e comunità dipendenti da industrie ad alta intensità di carbonio attraverso creazione di posti di lavoro, formazione e supporto strutturale. Questo impegno per la giustizia è essenziale in un processo dominato da attori economici potenti.

6. Riaccendere lo spirito di Parigi in un “decennio di realizzazione”.
A quasi dieci anni dall’ondata di ottimismo seguita all’Accordo di Parigi, la COP30 punta a riaccendere quella speranza. Quindi, a dare il via a una “decade dei fatti”. L’obiettivo è finalmente tradurre le promesse in azioni concrete. Tuttavia, questa ambizione è minacciata dalla massiccia presenza dell’industria fossile. Infatti, recenti indagini intensificano i dubbi sull’integrità del summit.

Considerazioni finali: un summit a un bivio


In conclusione, il messaggio da Belém è chiaro, ma profondamente contraddittorio. Con l’apertura della seconda settimana, le sfide tecniche di riduzione delle emissioni, finanziamento e adattamento sono sul tavolo.

Tuttavia, la vera battaglia per l’esito di questo summit non si combatterà sull’agenda ufficiale, ma sulle dinamiche di potere non dichiarate nelle stanze dei negoziati. Con uno su ogni 25 partecipanti che rappresenta l’industria dei combustibili fossili — delegati più numerosi della rappresentanza combinata dei dieci paesi più vulnerabili al cambiamento climatico — la domanda non è più solo cosa verrà deciso, ma chi sta davvero decidendo.

Il mondo osserva per vedere se la COP30 riuscirà a superare questa contraddizione e accelerare azioni genuine, o se il cosiddetto “decennio di realizzazione” sarà ancora una volta fagocitato dalle forze dell’inerzia.

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Greenwashing: il sistema è progettato per fallire. È ora di vederci chiaro

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La nostra guida per riconoscere il greenwashing — nata dall’osservazione diretta del sabotaggio del sistema — ora disponibile in italiano


Come possiamo capire cosa è davvero sostenibile — o dire con certezza: questo è greenwashing?

Prendiamo un esempio che abbiamo appena condiviso: diverse organizzazioni africane accusano un importante progetto ONU sulla circolarità di utilizzare dati inaffidabili e un processo compromesso.
Non si tratta semplicemente di un fallimento; è un vero e proprio sabotaggio.

Ma come possiamo distinguere tra iniziative autentiche e quelle che non lo sono?
Il conflitto principale non riguarda più solo i dati — ma chi ha il potere di definire cosa significhi circolarità e sostenibilità.

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Greenwashing: un sistema progettato per fallire


Quando le aziende del fast fashion contribuiscono a stabilire le regole di un processo ONU che dovrebbe invece regolamentarle, il risultato è prevedibile: un sistema progettato per fallire.
In altre parole, un sistema che protegge la sovrapproduzione e gli sprechi sotto le spoglie della sostenibilità.

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“Il crimine più grande del greenwashing è distrarci con false soluzioni mentre il pianeta brucia.”

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Il dilemma del marketing: il paradosso dei desideri contro le necessità

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Dare alla gente ciò che vuole — o capire di cosa ha bisogno il pianeta? E poi, agire di conseguenza?


Il dilemma del marketing — desideri contro necessità — è un vero paradosso.
Gli esperti di marketing predicano una regola d’oro: dai alla gente ciò che vuole. Nello specifico, empatizza così profondamente con il tuo pubblico da anticiparne i desideri.

Il fast fashion obbedisce, inondando il mercato di abiti economici e usa-e-getta. Ironia della sorte, anche i brand di lusso seguono lo stesso modello. Gli altri settori — dai cosmetici alla tecnologia — non sono da meno.

Ma questo mantra dei “desideri prima di tutto” ha un lato oscuro: sovrapproduzione, spreco e illusioni greenwashed.

Se il marketing è basato sull’empatia, perché alimenta un sistema che danneggia le persone e il pianeta? O l’empatia è solo la nuova frontiera del lavaggio del cervello?

Soprattutto, nel nostro lavoro quotidiano, dovremmo assecondare i desideri, o ciò che ha senso di fronte al collasso climatico e alla disgregazione sociale?

La trappola del marketing: perché “dare alla gente ciò che vuole” fallisce nella moda


L’industria funziona con una formula semplice: identifica il desiderio, amplificalo, monetizza. Ma e se il desiderio stesso fosse manipolato?

  • L’illusione della scelta:
    I consumatori si sentono appagati perché possono permettersi prodotti infiniti. Comprare di più = felicità. Ma stanno davvero scegliendo, o sono solo pedine in un gioco truccato? La verità? Un sistema basato su sfruttamento e ingiustizia offre contentini— prezzi bassi, trend effimeri — per nascondere i danni.
  • La fantasia della pubblicità:
    Il fast fashion vende “lusso per tutti”, mentre i brand di lusso imitano la velocità del fast fashion. Entrambi si affidano alla stessa bugia: “Hai bisogno di questo—e te lo meriti”. Vendono illusioni di lusso, esclusività e sostenibilità, mentre sfornano prodotti realizzati sfruttando i lavoratori e distruggendo per il pianeta.
  • Il loop della dopamina:
    Social media, sconti lampo e FOMO (Fear Of Missing Out, cioè la paura di perdersi qualcosa) trasformano lo shopping in una dipendenza. Il consumo guidato dalla dopamina spinge la gente a comprare. L’algoritmo vince; il pianeta perde.

Il dilemma del marketing: Profitto vs. reinvenzione


Ecco il punto: profitto o reinvenzione?
I brand che puntano sulla sostenibilità si rivolgono a una nicchia. Ma affrontano una dura realtà: l’etica non scala come lo sfruttamento.

Anzi, la penalità dell’essere di nicchia è chiara. La sostenibilità richiede decrescita. Significa margini più stretti, crescita lenta e l’allontanamento dei consumatori di massa. Persino i consumatori “consapevoli” spesso tornano alle soluzioni economiche.

Cosa fare allora? Aumentare i prezzi? Ridurre le scorte? Rischiamo di diventare “irrilevanti” in un mondo abituato a novità infinite.

Nella nostra esperienza, passare da una vasta selezione di brand internazionali a una selezione ristretta di capi significativi ha ridotto i profitti. Pochi capiscono il valore di una selezione senza fuffa La maggioranza cerca ancora prezzi bassi, a prescindere dal costo umano o ambientale.

Ma di chi è la colpa? Dei brand che manipolano i desideri? Dei consumatori che li assecondano? O del marketing che si rifiuta di sfidare lo status quo? O che finge di farlo?

Il marketing può rompere il ciclo?


Gli stessi strumenti che hanno creato questo caos potrebbero risolverlo, se usati diversamente.

Primo, ridefinire il “desiderio”: E se il marketing creasse domanda per durabilità, non per l’usa-e-getta?
• Secondo, l’onestà come strategia: Produzioni limitate, lentezza e imperfezione sono virtù.

Ma funzionerà per il mainstream? Vale la pena provare. Noi ci stiamo provando. Eppure temiamo che il sistema stesso —sfruttatore e rigido — soffochi chi non si adegua.

Considerazioni finali: lo specchio si è incrinato


Di fronte al cambiamento climatico, il dilemma del marketing — desideri contro necessità — si rivela un vero paradosso. Il paradosso di preservare un sistema economico che si regge sullo sfruttamento del pianeta. Un sistema che persiste nonostante generi disuguaglianze atroci e disgregazione sociale.

Eppure abbiamo capito che ciò che la gente vuole — prezzi bassi, sovraconsumo — è in diretto contrasto con ciò di cui il pianeta ha bisogno.

Quindi la scelta è questa: Continuiamo a dare alla gente ciò che vuole, sovraccaricando il pianeta? O persistiamo nel restringere la nostra selezione, sapendo di raggiungere solo una manciata di pensatori liberi?

La moda è uno specchio della società. Oggi riflette la nostra dipendenza dal consumo, la nostra attenzione labile e il nostro disconnetterci dalle conseguenze delle nostre scelte. Ma gli specchi possono incrinarsi — e così anche questo sistema.

L’ascesa del second-hand, della cultura della riparazione, della slow fashion e delle selezioni limitate dimostra che alcuni si stanno svegliando.

Dobbiamo chiederci: Chi è disposto a guardare oltre il proprio riflesso?

La domanda essenziale non è “Cosa vuoi?” ma “A cosa sei disposto a rinunciare?”


Tre grandi domande: cosa vuoi TU?

  • Pagheresti di più per una moda etica? Ti interessa davvero la sostenibilità, o il prezzo comanda ancora? Sii onesto.
  • Se dici di preoccuparti del pianeta ma compri ancora 10 top economici al mese — cosa ti impedisce di cambiare?
  • Il marketing dovrebbe cambiare i desideri, non solo assecondarli?

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